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NEL SEGNO DELLA FALENA di Erminia Dell’Oro: incontro con l’autrice

settembre 26, 2021

“Nel segno della falena” di Erminia Dell’Oro (La Tartaruga): incontro con l’autrice e un brano estratto dal romanzo

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Erminia Dell’Oro è nata nel 1938 ad Asmara, quando l’Eritrea era ancora un possedimento italiano. Nipote di uno dei primi coloni che sbarcarono sulle coste eritree nel 1886, a vent’anni decide di trasferirsi a Milano, dove corona il sogno di lavorare come giornalista. È sempre tornata ad Asmara dove viveva la sua famiglia di origine. Ha seguito da vicino le sorti del popolo eritreo durante la lunga guerra di liberazione e sull’Eritrea ha scritto articoli e reportage. Ha pubblicato molti libri, sia per adulti che per ragazzi e bambini, con editori prestigiosi. Il debutto nel mondo dell’editoria avviene nel 1988 con Asmara, addio (ripubblicato da La Tartaruga nel 2020), che ha vinto il Premio opera prima della Città di Roma ed è stato. Tra i suoi romanzi, molti dei quali ambientati in Eritrea, ricordiamo L’abbandono. Una storia eritrea (1991), Vedere ogni notte le stelle (2010), Il mare davanti. Storia di Tsegehans Weldeseslassie (2017) e Il flauto di Dio (2018). Si occupa anche di promozione della lettura e partecipa a incontri in varie regioni d’Italia nelle scuole, nelle biblioteche e nelle carceri.

Per La Tartaruga / La nave di Teseo è appena uscito il nuovo romanzo di Erminia Dell’Oro, intitolato “Nel segno della falena”.

Abbiamo chiesto all’autrice di parlarcene…

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«Volevo scrivere un libro che si svolgesse sia a Milano che in Eritrea, soprattutto ad Asmara, la splendida città dove sono nata e dove è nato e morto mio padre», ha detto Erminia Dell’Oro a Letteratitudine. «Non avevo un’idea precisa, ma ho iniziato. Come sempre, nei libri che scrivo, non avevo fatto una scaletta.
Ambientandolo, in parte, nella zona in cui abito, ho iniziato con un omicidio, e già la storia si preannunciava misteriosa. Un noir? Forse un desiderio inconscio, avevo già cercato di creare misteri in un mio romanzo pubblicato molti anni fa da Baldini e Castoldi.
2003, Ferragosto. Un  anziano giornalista, anni prima inviato di successo, viene assassinato.
1970, Asmara. Una giovane e bellissima infermiera meticcia viene assassinata da un medico che poi si impicca in una suggestiva zona fuori dalla città.
Due storie lontane nel tempo e nello spazio, che andranno alla fine avvicinandosi.
I personaggi. Per il giornalista mi sono ispirata a un mio amico, molto più anziano di me, e deceduto da tempo. Ovviamente non tutto quello che ho scritto su di lui è reale.
Per l’infermiera assassinata mi sono ricordata dell’unico episodio di cronaca cosiddetta nera, che io ricordi, nella città dei “bianchi”, Asmara.
Altri personaggi nascevano all’improvviso, magia della scrittura. Milano e Asmara mi sono venute in aiuto.
Non sapendo con esattezza cosa succede dopo un omicidio, a parte ambulanza e polizia, mi sono rivolta a una cara amica che ai tempi delle brigate rosse, a Milano, aveva avuto un ruolo importante nella polizia, partecipando anche alla cattura di un noto brigatista.
Ogni personaggio diventava reale, come lo avessi accanto. Arrivò Elias, figlio di una donna eritrea, di un uomo italiano, e con un nonno indiano. Elias, il personaggio da me più amato, il ragazzo, poi l’uomo del mistero, silenzioso, sfuggente, carismatico.
Essendo un’appassionata di musica inventai un musicista, anche lui sfuggente e riservato. Forse perché anch’io amo il silenzio.
Ho dato un ruolo alla trattoria El laghet di Chiaravalle, che ho spesso frequentato, al suo pergolato di glicini, alla proprietaria e a suo nipote Matteo. Ho saputo giorni fa che Matteo, un bel ragazzo affabile e competente, è morto all’improvviso di infarto due anni fa. Aveva trentasette anni.  Avevo telefonato per dirgli che gli avrei mandato il libro.
Mio padre appare di sfuggita nella Casa degli italiani di Asmara; appassionato scacchista, volevo farlo giocare a scacchi con il musicista. Entrambi silenziosi. Mia madre, molto estroversa, appare soltanto con i suoi dipinti esposti in una tecceria, o casa del tè di Asmara.
Anche il camaleonte diventa un personaggio. Quando ero bambina e andavo in gita in un boschetto vicino ad Asmara trovavo sempre un camaleonte; lo portavo a casa, per poi restituirlo al suo boschetto. Ero la bambina dei camaleonti.
L’Eritrea è un paese attraversato da molte suggestioni, la luce straordinaria d’altopiano, i colori, i fiori, gli odori. Asmara è la città dall’eterna primavera, e la gente, orgogliosa, accogliente, è straordinaria. Molti particolari del libro, la gatta pelosa  – un bruco – sul tronco del gelso, le teccerie, i negozi dei commercianti indiani e yemeniti, negozi strapieni di tessuti variopinti, il lebbrosario nel torrido bassopiano, e tanto altro, fanno parte del mio vissuto. Un microcosmo in cui convivevano in pace persone di diverse etnie e religioni diverse.
Anche Milano mi ha dato molto. Ho dato un ruolo al quartiere in cui abito, ho voluto nominare Casa Verdi e altri luoghi a me cari, e ricordare un noto scrittore di libri noir, deceduto anni fa, che vedevo spesso in un bar vicino a casa. Mi ero affezionata all’estroso scrittore, ma lui non lo sapeva, non l’ho mai avvicinato.
Ho dato un ruolo importante a una giovane donna, e un ruolo a una giovane amica di origine eritrea e a sua madre, vivevano, molti anni fa, nella cascina Cuccagna. Mi sono affezionata all’ ispettore, abbiamo interessi in comune.
Alcuni particolari del romanzo sono nati all’improvviso, mentre camminavo. Sono ancora, alla mia età, una camminatrice, e camminando scopro sempre qualcosa, sia dentro di me che fuori.
Penso che scrivendo uno scrittore si immerga, anche, in un suo mondo sommerso, trovando qualcosa di sé, delle proprie emozioni, di ricordi che si fondono ai giochi della fantasia. È fantastico poter fare, scrivendo, quello che si vuole, senza limiti, la luce e il buio, la sofferenza e la felicità, la vita e la morte.
Un lontano giorno uno psicanalista mi aveva detto che forse avrei avuto necessità di un’analisi. Seppe poi che scrivevo, anche la scrittura è un’analisi, osservò.
La falena è nata da una lontana visione. L’avevo vista quand’ero bambina; era appesa al tronco di un albero, mi aveva impressionato. È tornata all’improvviso, quasi protagonista del romanzo.
Scrivere questo libro è stata un’esperienza particolare. Mentre non sapevo come terminare il libro, dovevo pur trovate l’assassino del giornalista, il finale mi è venuto incontro all’improvviso, un bel regalo. Un finale che finora nessuno dei miei lettori aveva previsto.
Come diceva il mio caro amico, il grande poeta Franco Loi, le storie si formano dentro di te, a tua insaputa, poi tu le tiri fuori. Grazie Franco, dev’essere così».

* * *

Le prime pagine del romanzo: “Nel segno della falena” di Erminia Dell’Oro (La Tartaruga)

1.

Milano, agosto 2003

È un assedio continuo, senza sosta, il caldo della peggiore estate degli ultimi cent’anni.
Massimo Arcani, giornalista in pensione, ex inviato di prestigiosi quotidiani, lascia all’improvviso la casa al mare. Insofferente, inquieto. Torna nell’appartamento di Milano, nel
quartiere De Angeli, sperando di trovare un po’ di pace in un
ambiente che gli è più familiare, ma il bar dove va il mattino a
bere un caffè e a far due chiacchiere con il padre del barista è
chiuso fino al 21. Anche Antonio, dell’edicola dove si ferma a
prendere i giornali, è in ferie; il quartiere è immerso in un’atmosfera surreale, la luce abbagliante, il clima torrido, strade
e piazze deserte.
È Ferragosto, il giornalista concede un giorno di libertà al
suo assistente indiano. Kadish è un uomo sensibile, attento,
paziente nel sopportare i suoi sbalzi d’umore, la vecchiaia, malattia funesta in Occidente e spesso lunga, un logorio del corpo
e della mente. Lui ha un altro concetto dell’esistenza: la fine è
la promessa di un nuovo percorso in questo mondo. Nell’anziano giornalista è subentrato da tempo un profondo senso di
apatia. Svaniti l’energia, i desideri, le speranze che davano un
senso alla vita, restano la solitudine e l’angoscia, il muro che
di giorno in giorno si alza, isola, imprigiona.
Sdraiato sul divano, sfoglia un libro che vorrebbe rileggere,
lo chiude, non ha voglia di guardare la televisione, i telegiornali
che inducono ad aumentare ansie, depressioni, guerre, sbarchi
di profughi che fuggono da miseria e orrori, disastri ambientali,
stragi familiari, suicidi, anziani abbandonati, corpi mummificati
nelle stanze chiuse, le barche miliardarie e la disperazione di chi
non ha un posto dove stare, il sorriso smagliante dei potenti,
l’arroganza di chi non vuol vedere. Durante il giorno non ascolta
più la musica, soltanto di notte, quando è insonne.
Guarda l’ora. Non sono ancora le dodici. La giornata è lunga, una condanna. Pensa all’amico, lo scrittore. Vorrebbe chiamarlo, salutarlo, ma sa che è sul lago con la moglie e le nipoti.
Forse stasera, pensa, o domani. Avevano combattuto insieme da
ragazzi, come partigiani sui monti in Lombardia, poi dopo la
guerra erano entrati a lavorare nella redazione di un quotidiano, e ora, come se fossero trascorsi attimi, non anni, sono vecchi. Ma lui, Piergiorgio, continua a scrivere, a pubblicare libri,
ha un bel rapporto anche con le nipoti. Un’altra vita, o meglio,
un’altra vecchiaia.
Oggi, maledetto Ferragosto, ad Arcani pesa anche la voce
per parlare.
In cerca di conforto va al passato, a immagini lontane, ripensa ai suoi successi, ai tempi delle guerre e della pace, ai tanti paesi in cui è stato inviato dal giornale, all’infinita bellezza e
agli orrori, alle devastazioni, alle interviste ai grandi della storia,
pensa alle tante donne della sua lunga vita, pensa agli amici che
se ne sono andati.
Il futuro è un avanzo decomposto, orribile a pensarci; all’oggi si accompagna l’assente presenza della morte, l’ombra incombente. E dire che alla morte non pensava nemmeno nei giorni
delle guerre, degli attacchi improvvisi, in Vietnam, a Beirut, in
Israele, ma allora era giovane e si sentiva eterno.
Il suono prolungato del citofono esplode come una deflagrazione nel silenzio. Arcani sussulta, esita ad alzarsi, poi pensa
che forse è qualcuno che ha sbagliato, o è rimasto senza la chiave del portone. Pochi mesi prima, un ragazzo aveva tentato di
truffarlo, spacciandosi per un esattore del gas, ma la farsa, con
uno come lui, non era riuscita.
Il citofono suona ancora, al suo “chi è”, risponde un uomo:
“Dottore, sono un amico di Antonio dell’edicola, scenda dottore, c’è qua una ragazza, non so chi sia, sta male, è stesa in terra,
mi ha detto di suonare a lei, scenda dottore, cosa faccio, chiamo
io l’ambulanza?”
“Come si chiama la ragazza?” chiede il giornalista, e già gli
tremano le mani.
“Non so dottore, ora è svenuta, ma scenda, altrimenti chiamo l’ambulanza.”
Arcani si sente invadere dall’ansia. Trova l’ascensore al piano
e scende. Non può che essere Sveva, sua nipote, fuggita ancora
dalla comunità. Sveva è un’angoscia senza fine. Morire, pensa,
e stare finalmente in pace. Ha parlato con lei due giorni prima.
“Voglio andarmene da qua!” aveva gridato la ragazza.
Come apre il portone, un uomo entra e lo spinge nell’angolo dell’atrio. Arcani è a terra, non riesce a gridare, tenta di
rialzarsi, ma l’uomo gli stringe una corda intorno al collo. Poi
esce, scompare.
Pochi minuti dopo passa davanti al portone un giovane con
al guinzaglio un cane. Il terrier si ferma ad annusare dove da
poco è passato un altro cane. Il ragazzo, in attesa che il cane si
stanchi di fiutare, vede attraverso il vetro del portone la figura
di una persona stesa in terra, seminascosta da due grandi vasi.
Ci pensa un attimo, poi chiama il 113.

(…)

(Riproduzione riservata)

© La Tartaruga / La nave di Teseo

 * * *

La scheda del libro: “Nel segno della falena” di Erminia Dell’Oro (La Tartaruga)

Sono trascorsi quasi quarant’anni da allora, e ora quel ragazzo, nei suoi ricordi poco più che adolescente, ricompare da un deserto lontano. Lontano nel tempo, nello spazio.

Milano, Ferragosto. Nella città semideserta e incandescente, un uomo viene ucciso nell’androne del suo palazzo. È un delitto inspiegabile: chi avrebbe potuto uccidere Massimo Arcani, noto giornalista ormai anziano, il cui unico vizio era quello di non saper resistere alle donne? Senza un movente né testimoni, il commissario Antonio Franchi brancola nel buio, ma non si rassegna a dichiararlo un caso chiuso. Anzi, per anni, anche dopo essere andato pensione, continua a indagare con l’aiuto di Daniela Lenti, la giovane commissario che ha preso il suo posto, cercando di avvicinarsi alla verità.
Asmara, anni Settanta. La giovane Mariangela, bellissima infermiera mulatta, viene uccisa dal suo amante: è un omicidio passionale, che scandalizza la buona società della capitale eritrea. Ma è solo dopo un’altra morte violenta e un tentato omicidio che si inizia a credere che un assassino a piede libero sia tornato a cercare vendetta. È forse il segno della falena – recita una vecchia leggenda – a tormentare le vittime come un presagio di morte ineluttabile.
Mentre queste due storie si intrecciano, i piani temporali si fondono e si scompigliano, in un crescendo di inquietudine e segreti inconfessabili, di ricatti e privazioni, di dolore e occasioni mancate. Un giallo intenso e palpitante, un incastro perfetto in cui tutto sembra destinato a essere messo in discussione e il passato, che in tutti i modi si è cercato di nascondere, torna a sconvolgere le vite dei protagonisti.

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