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LA MOSSA DEL GATTO di Sonia Sacrato: incontro con l’autrice

settembre 28, 2021

undefined“La mossa del gatto” di Sonia Sacrato (Newton Compton): incontro con l’autrice e un brano estratto dal romanzo

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Sonia Sacrato è nata e vive a Padova, ma è Torino-dipendente da tempo immemore. Appassionata di storia e di musica, ama spesso intrecciarle alle trame in cui talvolta riporta in vita storie dimenticate. Ha pubblicato diversi racconti in antologie e riviste online. “Governante” full-time dei Kiss, tre gattoni nati per delinquere, ma anche fonte costante di ispirazione, nel tempo libero viaggia spesso in compagnia di una coccinella di peluche che le fa da travelblogger.

Per Newton Compton ha appena pubblicato il romanzo d’esordio La mossa del gatto“.

Abbiamo chiesto all’autrice di parlarcene…

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“La Storia siamo noi, nessuno si senta escluso” canta Francesco De Gregori in una sua famosa canzone.

È con lo stesso spirito che ho scritto La mossa del gatto: l’idea di raccontare un fatto di cronaca che ha fatto Storia, attraverso l’esperienza di persone comuni che l’hanno vissuto sulla propria pelle, segnando profondamente le loro vite.

Un pomeriggio di fine agosto del 2016, ero con mia madre nel cimitero di Vas e mentre le Vedove, proprio come nel libro, si occupavano delle pulizie, lei mi ha raccontato alcune storie legate alla sua famiglia, tra cui quella dello zio minatore. In quei giorni ricorreva il sessantesimo anniversario della tragedia di Marcinelle ed è stata questa la scintilla che mi ha portato davanti alla scrivania per raccontare una storia.

Una storia che volevo umanizzare e traslare ai giorni nostri, attraverso la voce di una protagonista fuori dagli schemi. Cloe non è la classica eroina: non è alta, né particolarmente bella. Quando cammina per la strada nessuno si volta a guardarla se non, forse, per il suo abbigliamento che lei stessa definisce da becchina. Ha dubbi, insicurezze e mille contraddizioni che la rendono molto normale e, spero, vicino ai lettori. Per farle compagnia le ho affiancato Pablo, un persiano nero sagace e intuitivo come solo i gatti sanno essere. L’ispirazione me l’ha data la mia gatta Melli, mancata qualche anno fa: è sempre stata più arguta di me in diverse occasioni, specie se si trattava di uomini. Fossi stata più attenta ai segnali che mi mandava, mi sarei risparmiata un buon numero di cantonate.

Da ultimo, ho deciso di condire il tutto con due mie grandi passioni: la storia dell’arte e la musica classica. Per tutta la stesura del romanzo, e le successive revisioni, ho sempre avuto come sottofondo la musica composta o diretta da Ezio Bosso. Secondo me, se appoggiate l’orecchio alla copertina come fosse una conchiglia, potreste sentirlo…

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Un estratto del romanzo “La mossa del gatto” di Sonia Sacrato (Newton Compton)

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Valdobbiadene, Treviso, 22 novembre 1956

 

«Bel modo per concludere la giornata», mormorò il dottor Giampietro Dalla Longa, medico patologo dell’ospedale di Valdobbiadene. Erano passate da poco le nove di sera quando, mentre si trovava già nel parcheggio, era stato richiamato in reparto. Colpevole del suo rientro, un sacco mortuario giunto pochi minuti prima. Perché gli avessero messo tutta quella fretta per esaminarlo, invece di portarlo direttamente all’obitorio, proprio non se lo spiegava. Perché non aspettare la mattina successiva? Gli avevano accennato che si trattava di una donna ripescata dal Piave. Non sarebbe certo stata una novità, ma uno zelante carabiniere, al momento del ritrovamento, aveva espresso delle perplessità su certi lividi che il cadavere presentava. Da qui l’urgenza di un primo superficiale esame. “Si fa presto, si fa, a scaricare le incombenze sugli altri”. Il dottor Dalla Longa lavò in fretta le mani e, mentre le asciugava vigorosamente, pensò che se si fosse concesso un altro caffè, la morta non l’avrebbe presa a male. Il suo terzogenito stava mettendo i denti. E da giorni il pianto disperato del bambino non faceva chiudere occhio a tutta la famiglia. In più, l’influenza aveva decimato i medici in servizio, così da una settimana era costretto ai doppi turni: solo quel giorno aveva passato sedici ore, equamente suddivise, tra il suo reparto e il pronto soccorso. “Piove sempre sul bagnato”, pensò. E del resto erano giorni che non smetteva di piovere: poteva sentire le gocce picchiare contro i lucernari, con un suono che ricordava tanti becchi di galline intente a mangiare il mais. Sorrise compiaciuto per l’immagine che aveva elaborato. Dalla sala ricreativa del personale, quella in fondo al corridoio dove indugiavano anche i custodi, la voce di Mike Bongiorno giungeva ovattata. «Per partecipare a questo concorso, basta pagare l’abbonamento alla televisione per il 1957. Quindi, mettetevi in regola con l’abbonamento del 1957 e a partire dal 7 gennaio concorrerete all’estrazione settimanale di un’automobile Alfa Romeo Giulietta». Al dottor Dalla Longa Lascia o Raddoppia? non interessava un granché, ma la Giulietta era una gran bella macchina, specialmente la versione Spider. “Ah, macchina da scapolo, ma ormai… che vado a pensare”, sospirò con rassegnazione. Prese in mano la cartellina con la scheda d’accettazione. Niente nome, la donna non aveva documenti con sé. Luogo del ritrovamento: un’ansa del Piave all’altezza di Segusino. Non c’era molto altro da leggere. Si decise ad aprire il sacco: prima si fosse tolto dai piedi l’incombenza, prima sarebbe tornato a casa. L’odore di umido e morte lo raggiunse con una zaffata insostenibile. Si era scordato il balsamo al rosmarino da mettere sotto il naso. Nemmeno fosse l’ultimo dei principianti: tutta colpa della stanchezza. Doveva fare qualcosa per dormire, non poteva reggere quei ritmi ancora a lungo. Valutò seriamente di pernottare in ospedale: almeno per una notte niente pianti e niente ninne nanne canticchiate a denti stretti. Ma poi, chi l’avrebbe sentita sua moglie? Ricacciò indietro un rigurgito acido e si diede il tempo di riprendere fiato. Frugò in uno dei cassetti della scrivania, trovando la scatolina di vetro con la crema profumata. Ne spalmò una dose generosa intorno alle narici e tornò al cadavere. Giovane donna, vent’anni, forse meno. A occhio e croce era in acqua da un paio di giorni. I capelli lunghi e neri erano attorcigliati a rametti di legno e ad altri piccoli residui. Tra le labbra bluastre spiccava un taglio profondo. Anche intorno all’occhio sinistro s’intravedeva un livido. «Trauma da impatto», disse ad alta voce. Del resto il Piave era in piena proprio a causa della pioggia battente degli ultimi giorni. C’era passato vicino anche lui, la sera prima, e l’aveva trovato inquietante. Maria, l’infermiera dai ricci rossi, interruppe le sue osservazioni. «Dottor Dalla Longa, di sopra si chiedono se per caso potrebbe tornare al pronto soccorso. Sanno che ha fatto già molte ore, ma…». Da dietro la sua spalla, fece capolino uno dei carabinieri che aveva scortato la salma fino all’ospedale. L’odore li raggiunse con la stessa violenza di un temporale improvviso. Il gendarme si ritrasse immediatamente, mentre l’infermiera portò alla bocca un fazzoletto bianco che teneva in tasca, abbassando la testa. Prima di risalire al pronto soccorso, Dalla Longa avrebbe dovuto rilavarsi da capo a piedi. Ne era certo. Un «Allegriaaa» echeggiò di rimbalzo sulle pareti dell’obitorio.

«C’è ben poco da stare allegri, in realtà. Va bene Maria, dica al collega di aver pazienza: mi dia mezz’ora e arrivo». L’infermiera fece un gesto di assenso con la testa, smuovendo i riccioli, e richiuse la porta. “Bella Maria, davvero bella”. Ma pensò fosse troppo giovane lei e troppo sposato lui. Così bruciò una fantasia sul nascere, un po’ come per la Giulietta. Sopra l’orecchio destro trovò un’altra ferita, un taglio profondo. Se fosse stato un esame preliminare, in condizioni normali si sarebbe accorto che intorno alla lacerazione c’erano schegge di legno, come se la ragazza fosse stata colpita da un ceppo da ardere. Invece si convinse che doveva aver battuto la testa contro un sasso, mentre veniva trascinata dalla corrente. La giovane donna aveva il ventre gonfio tipico dell’annegamento, i vestiti strappati che, anche in quelle condizioni, era chiaro non fossero particolarmente costosi, anzi. “Una contadina sfortunata. Probabilmente camminava di ritorno dal lavoro, da un campo o vai a sapere, è scivolata e bum! È finita in acqua”, sospirò ancora. Il balsamo aveva narcotizzato parte del suo olfatto, ma non completamente. Intanto, gli pareva quasi di sentire le imprecazioni del dottor Rizzotto, mentre attendeva con ansia di vederlo apparire in suo aiuto. L’insofferenza lo fece indispettire. Pensò che, appena la situazione si fosse normalizzata, avrebbe chiesto ferie. Voleva dormire, magari andare a caccia. Il bosco e il silenzio, ecco di cosa aveva bisogno. Tornò a guardare la giovane donna davanti a sé. “Cosa non ci si inventa per fare carriera”, pensò scocciato, chiedendosi nuovamente da dove venisse tanta perplessità da parte di quel carabiniere. Fece un passo indietro per osservare il corpo nel suo insieme: una delle maniche del vestito era strappata. Si intravedeva sull’avambraccio sinistro un livido spesso e corto, come il segno di una mano che l’avesse stretta. Questo, in effetti, poteva significare che c’era stato l’intervento di qualcuno, ma poteva essere stato anche un tronco a colpirla proprio in quel punto. Prese delle forbici, deciso a tagliare la manica destra e controllare l’altro braccio. «Dottore, mi perdoni se la disturbo ancora, ma c’è stato un incidente grave, abbiamo bisogno di lei: il dottor Rizzotto non ce la fa più da solo». Di nuovo Maria, questa volta con il fazzoletto davanti al naso. Il flusso dei suoi dubbi venne interrotto definitivamente. «Arrivo, arrivo. Mi faccia una gentilezza, recuperi un camice pulito da qualche parte». Ricompose il braccio della donna lungo il fianco e richiuse il sacco mortuario. Al lavandino insaponò le braccia fino al gomito, sciacquò viso e collo, passò le mani bagnate tra i capelli: sperava così di non portarsi troppa puzza addosso. Tolse il camice e lo lasciò cadere nella cesta della biancheria accanto alla porta. Prima di uscire e respirare a fondo, diede un ultimo sguardo al corpo avvolto nel sacco nero, nel freddo silenzio impostogli dal Fiume sacro alla Patria. Si sentì combattuto tra la superficialità con cui l’aveva studiata e l’esigenza di dare la precedenza ai vivi che ancora lottavano al piano di sopra. È vero: il corpo aveva tumefazioni e lacerazioni, ma era stato pur sempre trascinato da un fiume in piena, difficile dire se fossero pre o post mortem.

E poi, quante probabilità c’erano che si trattasse di morte violenta? I paesi a ridosso del fiume erano piccoli e tranquilli, le statistiche deponevano a favore di un incidente. Tragico, sicuramente, ma pur sempre un incidente. Al più un suicidio, ma difficile da capire così, su due piedi. Una sirena in lontananza si fece via via più vicina, fino a spegnersi all’ingresso del pronto soccorso. Si decise a uscire. I due carabinieri, rimasti accanto alla porta, gli si pararono davanti quasi sull’attenti, aspettando che parlasse. Il dottor Dalla Longa raccolse le idee. «Allora, secondo la mia opinione si tratta di morte accidentale. Sì, è vero, ha tumefazioni e lividi, ma a mio avviso sono compatibili con l’impatto su rami e rocce lungo il fiume. Del resto il Piave è in piena. La donna è caduta, o al peggio potrebbe essersi buttata. L’ipotesi del suicidio sarebbe avvalorata dall’assenza del cappotto e dei documenti, come ha notato lei. In ogni caso, non vedo altre anomalie che possano far pensare a un atto doloso. Lo scriverò anche nel rapporto, ma ora dovete aver pazienza, mi stanno chiamando dal pronto soccorso. Ve lo farò avere nei prossimi giorni. Direi che è tutto. Scusate: sono giorni davvero infernali, devo scappare». «Risposta esatta!». Un applauso scrosciante accompagnò l’esclamazione di Mike Bongiorno dal fondo del corridoio. I due carabinieri si voltarono in quella direzione, con espressione perplessa.

(Riproduzione riservata)

© Newton Compton

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La scheda del libro: “La mossa del gatto” di Sonia Sacrato (Newton Compton)

undefinedUna vecchia casa da svuotare. Una soffitta che nasconde dei segreti. Un passato che torna a galla. Arriva in libreria La mossa del gatto, il romanzo d’esordio della scrittrice padovana Sonia Sacrato

22 novembre 1956: le acque del Piave restituiscono il corpo della giovane Virginia. Nonostante dei lividi sospetti sul suo corpo, il medico legale certifica la morte per annegamento. L’ipotesi di omicidio è messa da parte dopo avere ascoltato la sorella della vittima e il caso viene archiviato come suicidio.
Sessant’anni dopo. Cloe – una giovane insegnante di storia dell’arte – non riesce a dire di no alla richiesta della madre che vuole il suo aiuto per svuotare la vecchia casa della nonna, Clotilde, morta da poco. Lascia quindi Alba in compagnia di Pablo, il suo gatto, alla volta di Vas, in Veneto. Cloe non ha bei ricordi legati a Vas, né alla nonna: è decisa a tornare ad Alba prima possibile. Ma il paesino ha delle sorprese in serbo per lei. Una triste storia che riguarda la sorella della nonna, che Cloe ignorava. Un incontro con qualcuno che, da piccola, le ha fatto battere il cuore. Ma soprattutto soffitte che celano misteri e che accendono in lei un irrefrenabile desiderio di sapere. Aiutata da un carabiniere in pensione e dall’inconsapevole ma decisivo gatto, Cloe si lascerà travolgere da un’indagine che la porterà a scoperte davvero inaspettate.

 

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