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ADDIO A MOGADOR di Gianni De Martino (un estratto)

settembre 29, 2021

Pubblichiamo un brano estratto da “Addio a Mogador” di Gianni De Martino (Booksprint)

* * *

Confinato in casa, in piena pandemia da coronavirus, il narratore si ritrova a raccontare quello che a cinema si chiamerebbe un flash back. Il ricordo di un luogo, Mogador, “roccia Atlantica del Marocco”, luogo deputato degli incontri, dei giorni, delle notti del protagonista, bianco ed europeo, e dei suoi amici Monkrim e Äissa. Nel tentativo di radicarsi in “una società in cui i costumi sono un po’ diversi”, l’autore s’interroga sull’incontro con lo “straniero” là fuori e con lo “sconosciuto” dentro ognuno di noi. E scrivendo oltre, sempre oltre va incontro a un imprevisto a un tempo noto e inaspettato. L’amore, la povertà, la violenza, ma soprattutto il tempo e la morte sono i temi dominanti di un libro intenso e malinconico, che la prosa di De Martino invita a percorrere in un itinerario che è insieme di un’antica civiltà in dissoluzione, e anche di una forma di vita “ai limiti dell’esperienza”.

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da “Addio a Mogador” di Gianni De Martino (Booksprint)

Il villaggio di Sidi Kaouki si trova a una ventina di chilometri al sud di Essaouira. Porta il nome di un santo Marabutto, presso la cui tomba di fronte all’Oceano è tradizione portare i bambini a tagliarsi per la prima volta i capelli, lasciando solo una treccina a un lato del capo. Quando raggiungo Äissa che mi sta aspettando accanto alla koubba immacolata del Marabutto, fingo per scherzo di non riconoscerlo, e chiedo: «Excusez-moi, monsieur, d’où part le bus pour Mugadur?»

Äissa ride e mi tende un libretto: «Guarda, anch’io scrivo».

«Ah, bon?»

Sfoglio una raccolta di piccoli poemi, pubblicati in Francia a spese dell’autore, intitolata Le voyageur. Autore: Aïssa Legzouli.

«Leggi questa, ce l’hai sotto gli occhi.»

 

Et les mots se son fait destin,

Et, telle la plage, s’animerent

De jeunes fables, virils matins,

D’une rose mystique, d’un charme lunaire.

 

Gli restituisco il libretto, e gli do un casto bacio sulla fronte.

«Vraiment très beau et on sent l’esprit poétique! Bravo!»

E fra me e me penso: credevo di aver incontrato un piccolo satiro, un primitivo o nomade berbero del bled, la campagna, adesso mi tocca fare i conti con un simbolista.

«Sì», conferma Äissa, come se mi avesse letto nel pensiero. «È tutto merito di Yassine, il mio professore di francese.»

Fu così che venimmo alle confessioni personali, forse a un sacco di bugie; chissà cosa si era messo in testa. In fondo, neanche tanto in fondo, non era successo niente di speciale, solo qualche sciocchezza tra ragazzi (“des bêtises, entre nous”, come avrebbe detto Felipe, del quale parlerò dopo).

«Sono un bravo ragazzo, che non dà il suo corpo a non importa chi» assicura il ragazzo blu. «Veramente, credimi, sono sincero, sono stato con uno, lo stesso fino a un anno fa. Era il mio professore di francese, quello che poi mi ha fatto pubblicare il libretto. Mi ha fatto amare Baudelaire, Rimbaud, Lautréamont… E anche Les Nourritures terrestres di André Gide. Lui aveva ventisei anni, dieci più di me.»

«Ne avevi sedici?»

«Sedici… On n’est pas sérieux, quand on a seize ans.»

«Pardonne moi, chéri! Rimbaud a ècrit dix-sept: On n’est pas sérieux, quand on a dix-sept ans

«Ah, ah, non saresti un roumi se non stessi sempre lì a precisare… Ne avevo quattordici. Comunque lui era un bel giovane, bruno, sportivo, forte e muscoloso ma molto dolce e completamente innamorato. Ero il suo allievo prediletto e finalmente m’invitò ad andare ad abitare con lui nella sua garçonnière.»

«Ah, une garçonnière! Anche noi avremo una garçonnière? Io non ho una garçonnière, sto all’Hotel des Iles, sono di passaggio.»

«Vedremo di procurarcene una…»

«Perché, non hai una casa tua?»

«Ce l’ho, vivo con Said, mio fratello, però non vado d’accordo. Beve e riempie sempre la casa di amichette. Frequento il Liceo Akensouss di Mugadur e quando posso vado a Marrakech da mia nonna hadja Mina che ha compiuto il pellegrinaggio alla Mecca e a Medina e ora fa la governante nel riad della principessa Cholodenco… no Zaborski.»

«E i tuoi genitori?»

«Morti… Ma vuoi sentire la mia storia con Yassine o no? Dicevo che il prof mi aveva rimorchiato e che io mi ero attaccato a lui perché la storia era molto seria. Yassine non andava con nessun altro, neanche una ragazza, anche se era molto bello, con una eccellente capacità sessuale, ne so qualcosa, e non erano i possibili o le possibili amanti che mancavano.

«E io, naturalmente, non andavo con nessuno, neanche con i piccoli compagni del quartiere o di scuola come prima, e comunque, anche lui non mancava di persone che lo amavano, talvolta gente ben piazzata, dei professori, dei banchieri, dei commissari di polizia, degli attori, dei politici, degli scrittori.

«Persino un ufficiale della Gendarmerie Royal, Sidi Omar, che abita a Essaouira e che, se vuoi, ti farò conoscere perché potrebbe esserti molto utile per ottenere l’Autorisation de séjour chez nous au Maroc e anche aiutarti per quelle ricerche che vuoi fare sui Gnaoua e i Regraga. Insomma, se avesse voluto, Yassine sarebbe diventato molto ricco, invece amava solo me. Ma ogni cosa ha una fine. E la mia storia con Yassine è finita à la marocaine»

«Alla marocchina?»

«Sì, la famiglia. Suo padre, sua madre e gli altri, voglio dire. Specialmente la madre, Lalla Malika, che sapeva che suo figlio stava con me, ma la cosa non la disturbava, fino a quando non si è messa in testa di farlo sposare, perché Yassine aveva oltrepassato l’età in cui ci si sposa e qui da noi se resti uno cheb, un ragazzo non sposato, non sei un vero uomo (rajoul), non sei nessuno, non sei integrato socialmente, resti il didietro della società. Così un giorno Yassine è venuto da me, si è inginocchiato ai miei piedi e mi ha chiesto se gli davo il permesso di sposarsi.»

«E tu?»

«Sono andato a chiudermi in bagno e ho pianto. Poi sono uscito e gli ho dato il permesso di sposarsi. Mi sono sacrificato perché l’amavo e non volevo rovinargli la vita, l’integrazione sociale.»

 

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