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IL CAPOCANNONIERE È SEMPRE IL MIGLIOR POETA DELL’ANNO di Alessandro Gnocchi: incontro con l’autore

settembre 30, 2021

“Il capocannoniere è sempre il miglior poeta dell’anno” di Alessandro Gnocchi (Baldini+Castoldi): incontro con l’autore e un brano estratto dal libro

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Alessandro Gnocchi è nato a Cremona nel 1971. Ha studiato letteratura a Pavia e Firenze. Ha scritto libri su Pietro Bembo, Giuseppe Berto, Antonio Delfini e l’impresa di Fiume. Cura assieme a Giordano Bruno Guerri una collana di Studi fiumani. Caporedattore di cultura e spettacoli del «Giornale» dal 2009.

Il nuovo libro di Alessandro Gnocchi si intitola “Il capocannoniere è sempre il miglior poeta dell’anno” e lo pubblica Baldini+Castoldi.

Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…

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«Il capocannoniere è sempre il miglior poeta dell’anno, il titolo del mio libro, è una frase di Pier Paolo Pasolini, scattante ala destra e tifoso del Bologna», ha detto Alessandro Gnocchi a Letteratitudine.
«Molti scrittori o filosofi erano innamorati del calcio. Heidegger era una discreta ala sinistra, Camus un buon portiere, Derrida centravanti, Soriano fece trenta gol nelle categorie inferiori del campionato argentino prima di rompersi un ginocchio… La letteratura sul football, poi, è ricchissima di esempi, da Saba a Sereni, da Arpino a Cancogni e moltissimi altri. Senza la pretesa impossibile di essere esaustivo, ho cercato di raccontare i libri più significativi per me. Da tifoso (fedelissimo) della Cremonese, e da ex modesto difensore, mi sono spesso interrogato sul fascino del calcio e nel libro ho cercato una risposta (ognuno ha la sua). Quello che mi piace del calcio è la sua libertà così simile a quella della grande poesia. Quest’ultima ha le sue regole: la metrica, la prosodia, la rima. Il poeta le conosce bene, sempre, anche e soprattutto quando decide di ignorarle. Un esempio per tutti. Leopardi gioca col sonetto, ed ecco L’infinito, per gradire (e trasgredire). Il grande campione è simile al poeta. Inventa la giocata unica, un momento di assoluta bellezza, che sfugge a ogni norma. Avete presente Maradona che dribbla mezza Inghilterra e segna il suo gol più famoso? Lo sport è arte. Creatività e tecnica. Cuore e cervello. In particolare, il calcio è espressione della libertà massima, garantita dalla separazione dei poteri. All’arbitro compete il regolamento, all’allenatore gli schemi, al giocatore l’espressione del proprio talento, piccolo o grande che sia.  Chi ha giocato, anche all’oratorio va bene, ha provato almeno una volta la sensazione meravigliosa di controllare la palla, alzare la testa e cederla con un passaggio. Avrà provato cosa significa chiudere un triangolo, salvare un gol, battere il portiere, servire un assist al compagno, dribblare un avversario. Avrà provato la sensazione di avere il proprio destino tra i piedi e di poter ribaltare i pronostici perché anche i più forti possono perdere e i mediocri possono avere un momento di imprevedibile gloria».

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Un brano estratto da “Il capocannoniere è sempre il miglior poeta dell’anno” di Alessandro Gnocchi (Baldini+Castoldi)

Pasolini disse che il capocannoniere del campionato è sempre il miglior poeta dell’anno. Lo scrittore e regista amava il calcio al punto da bloccare le riprese se un pallone si affacciava sul set: «Facciamo due tiri, poi ricominciamo». Pasolini fu protagonista, con Bernardo Bertolucci, della partita più famosa nel mondo della cultura. Pasolini girava Salò o le 120 giornate di Sodoma nella Bassa. Bertolucci era accampato tra Parma e il mantovano per il suo Novecento. Erano vicini. Occasione imperdibile per organizzare un match. La troupe di Salò contro la troupe di Novecento. L’incontro fu fissato per domenica 16 marzo 1975, a Parma, sul campo della Cittadella. È il giorno del compleanno di Bertolucci, compie 34 anni. Spettatori non paganti: una trentina di curiosi e passanti con il cane. Calcio d’inizio al mattino presto come nelle «partitelle» (termine inventato o diffuso da Pasolini, che scrisse la poesia nota come Partitella al Trullo) di Paolo Villaggio in Fantozzi. I pasoliniani vestono una impeccabile divisa del Bologna. Il Novecento adotta un look fricchettone: maglia violacea con scritta diagonale, pantaloncini arancioni, calzettoni arcobaleno, zazzere lunghe. Vince il Novecento, nonostante sia chiamato Novelento per la lunghezza del film ma anche per le qualità fisiche non eccelse. I saloini accusarono Bertolucci di aver barato e di aver schierato due talenti della primavera del Parma, uno dei quali, secondo una leggenda confermata nel 2021, era Carlo Ancelotti, convocato come finto attrezzista. «Carletto» entrò nel secondo tempo, per destare meno sospetti, e segnò subito un gol. Be’, in effetti se metti un Ancelotti nel motore scassato di un Novelento puoi ottenere una facile vittoria per 5 a 2. Bertolucci non sapeva nulla di calcio, a stento era al corrente che il pallone fosse rotondo e non quadrato. Era quindi l’allenatore. Pasolini invece era un’ala destra veloce e scattante, soprannome di battaglia: Stukas, i veloci bombardieri tedeschi da picchiata. Contro il Novelento uscì furibondo per infortunio dovuto a un’entrata fallosa del difensore-macchinista noto come «il Barone», una sorta di trattore umano parcheggiato in difesa da Bertolucci. Si dice che Pasolini fosse un buon giocatore. A dire il vero, nelle poche immagini a disposizione, lo vediamo tentare uno stop a seguire in velocità, lisciare e lasciarsi cadere probabilmente per nascondere la «gramata», come si definisce l’errore clamoroso nella Bassa. Dopo la gara, Pasolini e Bertolucci mangiano insieme una fetta di torta e fanno pace. Avevano litigato per un giudizio affilato di Pier Paolo su Ultimo tango a Parigi. Bernardo, che aveva iniziato come aiutante di Pasolini, ci era rimasto male. La partitella ha ispirato il romanzo Fútbol bailado (Sironi, 2004) di Alberto Garlini e il documentario Centoventi contro Novecento (2019) di Alessandro Scillitani e Alessandro Di Nuzzo. La sconfitta non fu senza conseguenze. Pasolini imparò la lezione. Infatti, nelle foto di una partita successiva, si riconosce il suo nuovo «acquisto»: un certo Fabio Capello…

Pasolini era tifoso del Bologna. Da giovane andava regolarmente allo stadio. D’altronde erano gli anni in cui il Bologna era uno squadrone: quattro scudetti in un lustro, tra la stagione 1935-1936 e quella 1940-1941. Aneddoto numero uno. Al termine di una partita tra attori e vecchie glorie del Bologna, Pasolini andò nello spogliatoio avversario per chiedere un autografo ad Amedeo Biavati, l’ala destra che portò a perfezione il doppio passo, un tipo di finta umiliante per il difensore (non è farina del sacco di Cristiano Ronaldo, come molti credono). Aneddoto numero due. Negli anni Sessanta, Pasolini volle assistere a un allenamento del Bologna, per il film, in stile cinemaverità, Comizi d’amore (1965). Rimase così colpito dal talento di Aurelio Bulgarelli da cercare di scritturarlo in un film. Il produttore cinematografico Alfredo Bini: «Ma che dici Pier Paolo, a cosa ci serve Bulgarelli?» Pasolini: «Un genio sul set fa sempre comodo».

(Riproduzione riservata)

© (Baldini+Castoldi)

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La scheda del libro: “Il capocannoniere è sempre il miglior poeta dell’anno” di Alessandro Gnocchi (Baldini+Castoldi)

Il capocannoniere è sempre il miglior poeta dell’annoPerché amiamo il calcio? Ognuno ha la sua risposta. Azzardo la mia. Quello che piace del calcio è la sua libertà così simile a quella della grande poesia. Le regole ci sono, e vanno osservate, ma il campione, come il vero poeta, sa quando bisogna trasgerdire.

Pasolini disse che il capocannoniere del campionato è sempre il miglior poeta dell’anno. Lo scrittore, noto come Stukas nei campi delle borgate romane, era tifoso del Bologna. Il suo idolo era Biavati, inventore del doppio passo, e una volta cercò di scritturare Bulgarelli per un film. Calcio e letteratura hanno spesso incrociato le loro strade, come se avessero qualcosa di ineffabile in comune. Gabriele D’Annunzio è stato tra i precursori italiani del gioco, Umberto Saba ha cantato la solitudine del portiere, Mario Luzi ha pianto il Grande Torino schiantatosi a Superga. C’è chi ha immortalato un pomeriggio d’amore allo stadio e chi ha composto odi per il tredici al Totocalcio. C’è chi ha esaltato i grandi numeri uno e chi ha ritratto i brocchi di quartiere.
Molti non si limitavano a scrivere. Pasolini era un’ala scattante. Albert Camus era un buon portiere. Forse non ci crederete, ma Martin Heidegger era una mezzala sinistra di qualità. Jacques Derrida era un ottimo centravanti. Osvaldo Soriano segnò una trentina di gol nelle categorie inferiori. Ludwig Wittgenstein ebbe un’intuizione geniale osservando una partita a Cambridge.

Questo libro indaga i risvolti letterari del calcio, l’ultimo grande rito di massa della società dei consumi. Nel gioco si celebra la libertà all’interno delle regole, proprio come nella poesia. Molte partite, campioni, squadre hanno avuto i loro cantori, ma anche il singolo gesto atletico, come il dribbling, la finta, il doppio passo. Eppure, alla fine, sono più commoventi gli eroi della propria infanzia, anche se (forse) non erano campioni e nessuno purtroppo ha pensato di immortalarli.

 

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