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STATO PASSIVO di Sebastiano Martini (un estratto)

ottobre 12, 2021

Un brano estratto dal romanzo “Stato passivo” di Sebastiano Martini (Edizioni Ensemble)

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  Nella settimana seguente riprese la conduzione di una quotidianità opaca, automatica. Ritornò a passare intere giornate avvolto nella semioscurità di casa. Senza nutrirsi in modo adeguato rispondeva solo agli impulsi di sopravvivenza che il corpo gli trasmetteva. Metteva il naso fuori solo per comprare qualche scatoletta di cibo e il tabacco. A volte, prima di rincasare, si fermava a fumare sulla panchina in cemento nei pressi della fontana di Piazza Santo Spirito. Con le gambe accavallate inspirava indolente la propria dose di miscela di Virginia. Fissava il vuoto, perdendosi alla ricerca di una soluzione impossibile da trovare. Ad attirare la sua attenzione non erano gli studenti o gli artisti di passaggio, ma i pochi pensionati che si aggiravano per il quartiere. Pensò alla loro condizione e provò invidia di un’esistenza senza più ambizioni particolari, legata assieme da piccoli gesti, semplici, essenziali, come fare la spesa, pagare le bollette, portare i nipotini a scuola. Ciò che sentiva in quei momenti era una sensazione che non aveva mai provato, qualcosa a che vedere con il desiderio di raggiungere la pace interiore, la serenità di chi ha già combattuto per guadagnarsi un posto nel mondo e non può far altro che soccombere a una dolce rassegnazione.
Ripensò al fatto che dall’ultima telefonata con Cerri fosse già trascorsa una settimana. Il termine che aveva dato al Curatore era quindi spirato, inesorabile, ma non avrebbe reperito la somma promessa nemmeno in un mese, in un anno forse. Sapeva che avrebbe dovuto chiamarlo, riconoscere la sconfitta. Era inutile continuare a rimuginarci sopra. Alla fine di quella conversazione telefonica, aveva avuto l’illusoria percezione della vaga esistenza di una possibilità. Che quell’incontro con un uomo così diverso da lui per ragioni anagrafiche, storia personale e origini, potesse sottendere in realtà un qualche segno del destino, rappresentato dalle coincidenze del caso che avevano condotto Cerri nel suo locale. Più probabile si trattasse di un cinico professionista come tanti altri, magari solo un poco più curioso.
Ogni traccia di speranza in Jacopo si era dissolta. I pensieri più funesti ripresero quindi a frequentarlo.
Era domenica quando assunse la decisione. Una giornata di luce irradiante, calda, popolava di persone la Piazza a metà mattina. Le voci dal mercato dei prodotti biologici, dei tavolini all’aperto dei caffè, si perdevano nel profumo di lampredotto del trippaio all’angolo con Via dei Michelozzi.
Si sentiva lucido, determinato, su di giri, Jacopo. Tutto gli appariva più chiaro, nessuna incertezza, esitazione. Aveva scelto la strada da percorrere e ogni traccia di insicurezza nella sua mente si era diradata fino a scomparire.
Si mise comodo, seduto, composto, nell’estremità del divano. La mano destra arrivava a toccare il pavimento oltre il bracciolo. Lì, aveva collocato con meticolosa precisione otto compresse da un milligrammo ciascuna di Roipnol, le ultime di una confezione che aveva trovato nell’armadietto del bagno, conseguenza di una prescrizione medica risalente a un anno prima per combattere l’insonnia. Aveva provato per qualche notte mezza pasticca alla volta, ma si era rifiutato di proseguire la cura per timore di assuefarsi troppo al farmaco. A fianco delle capsule ben allineate per terra un bicchiere a metà di Jack Daniel’s liscio.
Si accese una sigaretta che consumò con massima lentezza poi, d’un tratto, non pensò più a nulla. Afferrò tutte le pillole e con gesto sicuro a pugno chiuso, come fossero noccioline, le mandò giù insieme al whisky. Tutte d’un fiato. Passò quasi mezz’ora immobile, nella stessa posizione, concentrato sui segnali che il proprio corpo avrebbe dovuto manifestare. D’improvviso una forte nausea, senso di vomito, torpore. Con la mano sinistra prese il telefono dal cui schermo riuscì appena a intravedere l’immagine del profilo WhatsApp di Violante. Usava ancora quella foto che si erano scattati insieme in un capodanno passato al Phillies. Lui indossava uno smoking a noleggio di una taglia in più e lei, con un abito corto stile Charleston, gli baciava una guancia, in posa con un ginocchio piegato e i palmi delle mani aperti, rivolti verso il basso. Scorse gli ultimi messaggi, ma non riuscì più a combattere contro il peso della testa e delle palpebre. Avvertì una fitta fulminea ai polmoni, il respiro corto. Calò il buio, il silenzio.

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La scheda del libro: “Stato passivo” di Sebastiano Martini (Edizioni Ensemble)

«Il curatore sembra un buon diavolo / Oggi mi ha offerto anche un caffè / Mi ha poi sorriso dato che ero un po’ giù / E siam rimasti lì, chiusi in noi, sempre di più / E siam rimasti lì, chiusi in noi, sempre di più». Paolo Conte, La ricostruzione del Mocambo

Jacopo Nuti è un fallito. Non sa proprio dove trovarli i 50mila euro che gli servono per pagare i debiti e riaprire il ristorante. Il fallimento della sua attività gli appare come l’inevitabile epilogo di una serie di errori personali e professionali, dai quali non riesce a districarsi. Il freddo curatore fallimentare che segue la pratica di fallimento è Folco Cerri, un avvocato di successo, 64 anni e un matrimonio finito alle spalle. Le vicende dei due si intrecciano e si confondono in una Firenze indifferente allo stato passivo in cui li ha messi la vita.

Sebastiano Martini racconta una storia avvincente di sogni infranti e inaspettate riscosse. Lo stato passivo che dà il titolo al romanzo non è solo lo stato di insolvenza di un imprenditore, ma diventa il bilancio consuntivo di due esistenze, quella di Jacopo e quella del misterioso curatore fallimentare. Due estranei, così diversi eppure così simili, coinvolti nello stesso tracollo finanziario, a cui la vita ha deciso di concedere una seconda chance.

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Sebastiano Martini (1978) è nato a Parma dove vive e lavora come avvocato civilista. Ha pubblicato i romanzi Covadonga (2019) e, con Ensemble, La notte dell’acqua alta (2020). Col suo precedente romanzo ci aveva portato tra le calli deserte di una Venezia sommersa, a passeggiare inquieti con ventimila euro in tasca da scommettere alla roulette. Con la medesima competenza topografica del romanzo precedente, Martini ci accompagna adesso, abile Cicerone, a Firenze, tra le vite di uomini ancora una volta in preda ai debiti, ma con una voglia matta di ottenere un nuovo credito dalla vita.

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