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IL SANGUE DELLA MONTAGNA di Massimo Maugeri (recensione)

ottobre 15, 2021

“Il sangue della Montagna” di Massimo Maugeri (La nave di Teseo)

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di Emma Di Rao

Non tutto ciò che vive in superficie ha reciso il suo legame col mondo sotterraneo da cui proviene. E allo stesso modo, non tutto ciò che del nostro io appare visibile ha smesso di comunicare con il sommerso magmatico della nostra coscienza. Di conseguenza, si vive in un precario e difficile equilibrio fra elementi contrastanti: corpo e anima, realtà e sogno, ombra e luce, devastazione e bellezza, razionalità e accettazione di forze oscure. Purché tale accettazione non comporti il rassegnato soggiacere ad esse.
Potremmo qui rinvenire una delle possibili chiavi di lettura del recente romanzo di Massimo Maugeri, “Il sangue della montagna”, edito da La nave di Teseo, come suggerisce già nella prima pagina quanto si legge sulla forza ineluttabile di una minaccia che accende di rosso la terra: “Imparerai che contrastarla serve a poco. Ma non ti inginocchierai di fronte a essa. Non le offrirai ricordi e oggetti come agnelli sacrificali”. Un incipit di suggestivo effetto in cui l’eroica resistenza dinanzi alla furia del vulcano richiama alla memoria l’opporsi della ginestra leopardiana al fuoco divoratore, quella stessa ginestra che sulla Montagna “con i suoi fiori gialli infilava un fendente cromatico al nero della lava”. Anche in questo caso, opporsi significa soltanto resistere, significa inchiodare lo sguardo, senza mai abbassarlo, sulla distruzione operata dal fiume incandescente che “squaglia la terra”.
Al di là dei possibili simboli ravvisabili in essa, quella Montagna altro non è che la natura stessa, talora benevola nell’esibire il suo maestoso splendore, talora matrigna nel mostrarsi “altera e fumante” e nel travolgere ogni cosa con la sua forza rovente. Ed è sulla “pelle della Montagna” che i due protagonisti del romanzo, Marco Cersi e Paola Veltrami, intrecciano le loro esistenze, proprio nel modo in cui si intrecciano gli elementi che compongono la “paradossale flora” del luogo. Da quella varia e ricchissima vegetazione, che provava che era possibile “reagire ai rigurgiti infuocati di Sua Signora, spuntandole sul nero”, Marco traeva la convinzione che anche lui avrebbe potuto fare altrettanto.
Pur segnato da “piaghe irrisolte”, connesse al verificarsi di due eruzioni vulcaniche, egli progetta infatti di impossessarsi di quanto la furia della Montagna gli ha sottratto, agendo anche per una sorta di “simbolico risarcimento” nei confronti di coloro che per colpa di essa avevano patito gravi perdite. Da qui la creazione di un’impresa che realizzava prodotti in pietra lavica, da qui il sogno, a lungo coltivato, di immettere questi ultimi sui mercati internazionali.
Figura sicuramente inquieta e complessa quella di Marco Cersi, combattuto peraltro fra il desiderio della solitudine e “un subdolo desiderio di innamorarsi”, e altrettanto inquieta e problematica la figura della protagonista femminile. Docente universitaria di letteratura italiana, Paola Veltrami appare costantemente intenta a dissimulare il dolore causato dalla morte del marito e a “trasformare il male in flusso di energia”. Sebbene sia attraversata da “un’ansia serpeggiante”, indotta dal rapporto con la figlia Silvia, “scontrosa e antagonista”, anche lei si prodiga per la realizzazione di un progetto in cui ripone una sconfinata fiducia: quello di un mondo migliore, “incentrato su un sistema economico più giusto”, un sogno, da molti giudicato un’utopia, che ha il nome di Economia umana.
A determinare l’incontro dei due protagonisti, avvertito subito da entrambi nella sua unicità e bellezza, ma destinato a una drammatica interruzione, è un coltissimo, “sgangherato e stravagante vecchietto”, autore di oggetti in pietra lavica e di versi dedicati alla Montagna, don Vito Terrazza, che Marco e Paola ammirano e che desiderano coinvolgere nei loro progetti.
Accomuna i due personaggi anche un profondo disagio psichico, un ‘male di vivere’ che affonda le sue radici in un oscuro abisso, in quelle viscere dell’io che sono del tutto simili al “ventre magmatico” della montagna da cui proviene la sua energia, generata, a sua volta, dal centro della terra. E non sarà di certo casuale che il termine ‘viscere’ ricorra più volte nel dispositivo del romanzo a conferma del fatto che l’universo lessicale è segno di ulteriori, nascosti significati.
Da quelle viscere dell’io, infatti, provengono i fantasmi la cui visione sorprende di frequente i due protagonisti. Fantasmi costruiti sui rimpianti, sui sensi di colpa, sui ricordi e sulle ferite inferte dal destino. Fantasmi ascrivibili soprattutto a quel frantumarsi dell’identità che in Paola Veltrami genera ‘un altro da sé’, nei confronti del quale avverte una totale estraneità, come si evince chiaramente da “Il monitor del PC… rifletteva in controluce l’immagine di un viso che stentavo a riconoscere, ma che non potevo che essere io”, salvo a riconoscervi quella voce interiore che spesso la chiama per nome, dandole del ‘tu’.
Una scissione lacerante e dolente che, da una parte, ci presenta “l’eroica docente di letteratura italiana nota in tutto il mondo” e, dall’altra, svela una creatura “fragile e tremante”, spesso bloccata dal terrore che la figlia possa tentare nuovamente il suicidio.
Ha radici profonde e viscerali anche il disagio psichico del protagonista, la cui mente, divorata da ferite insanabili, non cessa di costruire “prigioni di bugie e di realtà apparenti”. Nel tentativo di guarirne, Marco Cersi, su consiglio del suo analista, si dedica alla stesura di un diario segreto che assumerà in seguito l’ossimorico titolo Riflessioni estemporanee di un pragmatico sognatore e che si propone di attuare un processo di conoscenza di sé in grado di sciogliere i nodi in cui l’esistenza è rimasta intrappolata. Una scrittura, dunque, a scopo terapeutico – tema che ci riporta alla mente un espediente narrativo presente ne La coscienza di Zeno – in cui possano riflettersi, come in uno specchio, “le immagini nebulose nascoste” e in cui si possa riporre la speranza di una guarigione.
“Costretta a fare i conti con le ombre” e sopraffatta da un dolore che “non ha peso… ma scava dentro”, anche Paola Veltrami si affida a un fedele taccuino in cui annota citazioni letterarie e filosofiche, fonte inesauribile di stigmatizzanti conferme e precisi riscontri della sua condizione interiore, nonché solido perno per un’esistenza che si percepisce così sfuggente da volerla ancorare ad oggetti minimi, quali una logora pallina da tennis o un foulard di seta marrone.
Ma è soprattutto nella scrittura che la protagonista cercherà di alleviare le sue “voragini emotive”: nel “ricostruire il mosaico narrativo che Marco aveva tracciato sul suo diario” e nel dare ordine a quel “racconto disarticolato”, sebbene ricco di efficacia e unicità, Paola finisce per aggiungere anche la propria storia, dando vita a una sovrascrittura che è anche il risultato della convergenza di due anime.
“E dunque scrissi, scrissi e scrissi. In ogni caso, scrissi attenendomi ai fatti. Ove possibile. Per il resto, feci ricorso all’immaginazione…. Perché l’immaginazione, quando è pura e sincera, ha il potere di riempire le falle della realtà”. Esprimendo tale pensiero, che suona quasi come l’enunciazione di una poetica che rinviene nell’immaginazione la facoltà di colmare le crepe del reale, il personaggio assegna alla scrittura un ruolo fondamentale e irrinunciabile: non mera evasione dettata dal desiderio di sottrarsi al peso del dolore, ma occasione privilegiata per riappropriarsi della propria esistenza, rimodellandola e filtrandone la prospettiva.
In taluni casi, la scrittura risulta persino in grado di scacciare la morte. Ci riferiamo ai suggestivi ‘luoghi’ di questo straordinario romanzo in cui la scrittura poetica diviene per ben due volte oggetto di un misterioso rituale, ovvero di un patto scaramantico con la Montagna cui vengono donati dei versi al fine di bloccarne la colata lavica.
E non è forse casuale che Paola Veltrami decida di riprendere la stesura del suo dattiloscritto – interrotto cinque anni prima – in concomitanza con l’inizio di una nuova eruzione vulcanica: come scorre inarrestabile il fiume arroventato della lava, un altro inarrestabile fluire avanza, altrettanto potente, ma salvifico e vitale perché intessuto di parole, ed è quello della scrittura.
Una scrittura che proviene dal cuore, quel cuore che, come affermava don Vito Terrazza, “non è un sentimento, ma luce quando attraversa l’oscurità”. E allo stesso modo in cui le mani dell’intagliatore-artista “affrancano” la tartaruga in pietra lavica dalla casa-prigione, così la scrittura ci libera dalla prigione di un’esistenza ignara di ciò che pulsa e vive in profondità o ci libera persino dalla condanna di una non esistenza.
In qualsiasi forma si esprima, l’arte permette infatti ad “esistenze incomplete” di raggiungere pienezza di significato e compimento, sia che si scolpisca una dura roccia lavica sia che si scolpiscano parole sulla pagina bianca. Da qui, la riflessione di Pessoa che la protagonista ricava dal suo quaderno grande delle citazioni, ritenendola la più vera: “La letteratura, come tutta l’arte, è la confessione che la vita non basta”.
Proprio dalla convinzione che “la vita non bastava. Non bastava mai” derivano forse alcuni tratti salienti dei personaggi: la necessità di don Vito Terrazza di “vedere oltre la pietra”, il legame intravisto da Marco fra sogni e follia, la certezza di Paola che “i fantasmi esistono. E sono più numerosi delle stelle”.
Risulta inoltre evidente che l’ampia struttura de “Il sangue della montagna”, pur rappresentando il turbinare di tragedie private e drammi sociali con un registro di impronta realistica, accoglie soprattutto modalità riconducibili alla visione esistenziale sottesa al testo. Il ricorrere di percorsi memoriali dai contorni labili ed evanescenti e la presenza di frequenti flashback imprimono al tessuto narrativo del romanzo una direzione arcana e misteriosa dagli esiti improntati all’ineffabile e al visionario, in particolar modo laddove la realtà sembra sdoppiarsi o prevalgono “i gorghi dell’immaginazione” e le visioni oniriche.
Cupa e incombente, l’ombra della morte si stende ad avvolgere ogni cosa, e non solo a causa della minaccia esterna del “fuoco che squaglia la terra”: l’abisso della disperazione in cui la protagonista precipita a causa della sparizione della figlia avvia un processo che la spinge gradualmente ad assimilarsi a quelle ombre che popolano le sue giornate e le sue notti, preda di un dolore che devasta il corpo e lo spirito.
Infine, l’epilogo. Imprevedibile, sorprendente, inaspettato. Nessuna anticipazione, nessun segno, nessun presentimento di esso. Anche per questo ci travolge e ci commuove.
Ci commuove soprattutto quella sottile, vaga speranza che, nonostante tutto, qualcosa o qualcuno rimanga, che il labirinto del mondo lasci intravedere una via d’uscita, che non sia effimero gioco di specchi e di ombre. Che non tutto scivoli via, inghiottito dal tempo o dalla lava. E, nel contempo, si fa più chiaro il senso delle parole iniziali: Tutto dà e tutto toglie, tutto toglie e tutto dà.

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La scheda del libro: “Il sangue della Montagna” di Massimo Maugeri (La nave di Teseo)

Per gli abitanti del luogo l’Etna non è un vulcano, ma la Montagna. Marco Cersi, quarantasei anni, con la sua impresa specializzata nella realizzazione di prodotti in pietra lavica, tenta di rivalersi nei confronti di questa magmatica madre che gli ha segnato la vita. Paola Veltrami, vedova, quarantatré anni, è una docente universitaria di letteratura con il sogno di un modello economico più umano. Le loro vite si incrociano a causa della sparizione di un vecchio intagliatore di pietra lavica, amante della poesia: don Vito Terrazza. Mentre una nuova eruzione aumenta la propria intensità devastatrice, Marco e Paola rimangono schiacciati dal peso di problemi enormi: l’uno deve fare i conti con il proprio doloroso passato e i risvolti sempre più aspri della crisi; l’altra deve gestire il difficilissimo rapporto con la figlia. Sarà la Montagna, con il fluire incandescente del suo sangue, a segnare il passo in un arco temporale ampissimo che ci conduce fino all’anno 1886 per poi catapultarci nuovamente nei nostri giorni inquieti. La crisi d’identità, i drammi famigliari, il tema del doppio e della follia, il ruolo della scrittura metaletteraria costruiscono un romanzo-mondo capace di coinvolgere, emozionare e sorprendere fino alla fine. Alcuni degli elementi tipici dello stile di Maugeri confluiscono nella narrazione di ulteriori grandi tematiche: il rapporto uomo natura-eruzioni vulcaniche; la crisi economico-finanziaria; la visione di un nuovo sistema capace di mettere l’uomo, e non il mercato, al suo centro.

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Massimo Maugeri ha ideato e gestisce Letteratitudine (in rete dal 2006): uno dei più noti e seguiti blog letterari italiani, integrato dal quotidiano culturale online LetteratitudineNews. Dal 2009 cura e conduce una fortunata trasmissione radiofonica di libri e letteratura che ha lo stesso nome del blog, incrociando la propria voce con quella dei più noti scrittori italiani e internazionali. Ha pubblicato romanzi, racconti e saggi, tra cui i romanzi Trinacria Park (Premio Vittorini) e Cetti Curfino (Premio Musco, finalista al Premio Chianti).
Tra i vari riconoscimenti ricevuti: Premio Addamo, Premio Martoglio, Premio Più a Sud di Tunisi, Premio Internazionale Sicilia “Il Paladino”, Premio Elmo, Premio Promotori della Lettura e del Libro, Premio Letterario “Tito Mascali”.

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