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MADRI di Marisa Fasanella (Castelvecchi)

ottobre 20, 2021

https://i1.wp.com/www.castelvecchieditore.com/wp-content/uploads/2021/10/9788832905021_0_536_0_75.jpg“Madri (Storie di Lena di lune e di maree)” di Marisa Fasanella (Castelvecchi)

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Pubblichiamo la recensione di Nicola Merola e un racconto tratto dalla raccolta

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di Nicola Merola

I racconti di Madri compongono, con quelli di Gineceo (1996) e Rimorsi (2010), l’organico trittico di narrativa breve con il quale una scrittrice originale e apprezzata ha intervallato e coronato insieme una produzione ormai folta e riconoscibile nel panorama contemporaneo. Nel suo nuovo libro Marisa Fasanella conferma l’acquisizione di un tono inconfondibile e una più matura esplicitazione delle opzioni iniziali. Il punto di vista femminile si rivela sempre meno tendenzioso, senza né rinunciare alla propria nettezza, né attenuare una conflittualità oggettiva, ma rivendicando la centralità esemplare oltre ogni identificazione sessuale delle proprie riconosciute prerogative, mortificate da una simbolica reclusione e ora promosse da un autentico talento affabulatorio. La maternità, biologica e letteraria, riassume e tutela l’identità femminile, individuando nella ferita della nascita e nella vocazione all’accudimento il punto d’origine della asimmetria che, se non ne patissero tutti, ciascuno a suo modo, si limiterebbe a contrapporre stereotipi: lo scontento atavico delle donne, cioè la loro infinita attesa, e la complementare insolvenza affettiva degli uomini, anzi la volatilità che essi condividono con i figli. Fasanella rivisita gli stereotipi, ma li trascende, raccontando la mancanza e l’urgenza di una solidarietà tra vittime del medesimo destino di abbandono. Poiché è accudimento anche quello prestato dal lettore nell’esercizio delle sue funzioni, prima ancora di chiedercelo, sanno forse di poterci contare racconti che vivono già nell’eterno presente di chi li legge e lo sollecitano a condividere la lucida partecipazione delle voci divinate da una scrittrice capace di simulare nella loro pluralità la propria autobiografia.

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Da “Madri (Storie di Lena di lune e di maree)” di Marisa Fasanella (Castelvecchi)

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Linda
(La donna che non aveva visto il mare)

L’ambulanza si inerpica per le strette vie e il suo gemito di partoriente entra nelle case dalle finestre aperte, la luce azzurrina disegna sui muri forme fantasma, chiazze livide che si rincorrono tra garofani e fili e pomodori secchi appesi.
Ha pianto, stanotte, il suo delirio di rimembranze calde ha tenuto sveglio il borgo.
Le donne si affacciano e mandano gli uomini nella strada: guidano gli infermieri nei budelli ritorti fino alla piazza, a gran voce, come sanno fare loro, con ampie bracciate e la sigaretta stretta tra le labbra, e dai portoni aperti, dagli androni umidi esala odore di muffa e di vino vec chio.
È agosto ma sembra autunno. Il dolore mi ghiaccia le mani e i piedi e vorrei una coperta rossa fiammante e uno di quei bracieri che nella stagione del lutto ci teneva calde, e la cenere e i carboni nel ferro da stiro che le donne agitavano come bandiere sugli usci socchiusi.
Copriti, mamma, che le tue gambe sono magre come chiodi e solo il ventre cresce e accorcia le sottane e scopre la pelle bianca delle cosce e la barella è troppo grande e nei tuoi occhi spalancati c’è il borgo con la chiesa e le facce e delle creature risvegliate e il primo caffè sorseggiato sul balcone con l’uomo che se n’è andato. Copriti, Mamma, che non hai visto il mare.
I barellieri la assicurano alla lettiga e corriamo nei vicoli appannati di stelle riflesse nei vetri delle raggiere in ferro antico, e siamo passi lesti e poi persone strette nell’abitacolo.
Hai rotto lo specchio, stanotte. È venuto giù come un uragano e le tue mani erano rosse e chiedevi della sconosciuta e non facevi caso al sangue che ti scorreva anche sulla faccia. Di lei chiedevi accartocciata davanti al vuoto con i pugni chiusi e non riconoscevi il tuo viso nello specchio. Ho trascinato il tuo corpo e il tuo urlo e ti ho fasciato i polsi e le mani e ho coperto gli altri specchi della casa.
Hai gli occhi stanchi e il mio nome tra le labbra secche ti sfugge con il respiro, ma l’altra rincorri nei pensieri ciechi: la bambina che si aggrappava al tuo vestito stretto sulle cosce, che ti scompigliava i capelli, quando giovane e bella e con il braccio sulle spalle dell’uomo che se n’è andato attraversavi la strada. Sono niente, mamma, la voce che ascolta il tuo delirio e ti somministra i farmaci e ti pettina i capelli fragili che mi restano nelle mani. E invece mi guardi e sembra che l’ala di pipistrello non ti appanni i ricordi. Sei nata il millenovecentosessanta, dici, ma qualcuno ha scritto sessantuno. Il due di gennaio è il giorno del funerale di tuo nonno, il trentuno di dicembre sei venuta al mondo. Il giorno prima abbiamo festeggiato la tua nascita e il giorno dopo la signora morte è venuta a prendersi don Salvatore. Avvicino l’orecchio alla tua bocca e ti rimbocco il lenzuolo. Copriti mamma, che è agosto ma sembra autunno.
La mezzanotte era appena passata, cento rintocchi e gli spari e le bottiglie e i tappi e le voci nella strada ti hanno portata. Sei nata il trentuno dicembre del millenovecentosessanta, me lo ricordo come fosse oggi.
Arricci il naso e torci la bocca e l’ala di pipistrello viene di nuovo a scavarti come un legno secco. Allunghi la sottana con le braccia e all’uomo seduto con i tubi e i fili e gli aghi affidi la storia della mia nascita e della morte che si è portata dietro. La strada è un gomito stretto e corre a filo col dirupo e dall’altro lato le montagne sono spigoli di pietra viva. Così mi sento, mamma, stretta tra le pietre e l’abisso, appesa a un respiro.
Mia figlia è nata il trenta di dicembre del millenovecentosessanta, dici, e i tuoi occhi sono liquidi come laghi. A mezzanotte. I cento rintocchi dell’orologio della torre hanno salutato la sua nascita. Neanche il tempo di allattarla e suo nonno se n’è andato. Aveva riunito tutta la famiglia per il pranzo di Capodanno e aveva brindato col vino nuovo alla sua prima nipote. Anche suo padre era con loro, e io sola, nella casa. Mia madre era andata a prepararmi un brodo di piccione per sollevarmi dalle fatiche del parto e aveva lasciato il portone spalancato. I bambini sono venuti ad annunciarmi la notizia. Il gemito della morte ha attraversato le stanze vuote e si è confuso con i vagiti della vita e don Salvatore ha allungato il suo bastone nel mio letto. Ero sola, nella casa, ero sola.
Io ero con te, mamma.
Taci! Che sai tu della mia bambina? Ha bevuto il suo primo e ultimo latte dalle mammelle e le vene si sono chiuse per lo spavento. Il suo pianto copriva le nenie e le donne dicevano che la vita e la morte si combattevano nei vicoli quel primo dell’anno millenovecento sessantuno.
Ti gratti i capelli, piangi.
Non mi ricordo più se era la vigilia o il giorno primo dell’anno sessantuno, don Salvatore continua a farmi i dispetti come allora.
E giochi con la sottana e ti accarezzi il ventre duro come un cocomero, e gemi.
Tuo padre ha pianto steso accanto a me, nel letto della nascita si è portato dietro il dolore della morte. Davanti alla creatura ha pianto, il mio uomo. Il vagito non lo ha convertito alla gioia. Profumava di crisantemi e di pianto, e i garofani sono appassiti nei vasi. La levatrice è andata a denunciare la nascita: il due di gennaio, ha scritto, perché la bambina non poteva portarsi dietro quella data triste, ma Lui ha strappato il calendario e non ha mai festeggiato un compleanno. La nascita non era riuscita a colmare il vuoto dell’assente, Don Salvatore aveva trovato il modo per non cancellarsi dalla vita. Col bicchiere in mano lo aveva sorpreso, la signora morte, e non si era neanche pentito dei suoi peccati, in un solo respiro se n’era andato. Il suo nome l’ho deciso io, e sua nonna paterna ha masticato grani di pepe sotto i denti. Niente memoria triste, un nome più corto e moderno le ho dato, e senza un santo protettore. Quella notte non pensavo ai santi, le doglie mi spaccavano la schiena e suo padre aspettava seduto sui gradoni della chiesa l’annuncio, che il coraggio di bussare alla porta non lo trovava. A cosa pensavo, quella notte? Al figlio maschio col nome già pronto da una eternità, Salvatore di generazione in generazione, e pregavo che fosse femmina.
Il corridoio dell’ospedale è affollato come una fiera e sono solo le due del mattino ma sembra mezzogiorno, perché la mala ora la notte si affolla nei pronto soccorso e i passi si legano e parole tronche e bisbigli si incollano ai soffitti alti. Siamo occhi che non piangono, umidi come quelli dei cani abbandonati sul ciglio della strada che si accompagnano ad altri sfrattati, siamo orecchie tese, siamo. Sangue bianco come latte appena munto, copriti, mamma, che non hai visto il mare. Copriti, che non hai scritto neanche un rigo e l’anno e il giorno della mia nascita sono andati perduti e non so cacciarti di bocca le parole che non dici e i lamenti che trattieni nelle gengive nude dei denti. Copriti, mamma, che i camici si affollano tra le lettighe e palpano ventri e fissano pupille sbarrate e l’angoscia cresce e le mie mani scavano nelle tasche e le gambe si piegano e mi appoggio alla parete di fronte e i pensieri vagano come mosche. Copriti, che non sento più il trapestio dei tuoi passi e le parole screpolate dagli urli e le rimembranze vengono a intabarrarti l’anima.
Piove. La pioggia è arrivata all’improvviso con il cielo apparecchiato di stelle, rabbuiato in un amen. Gocce che sono diventate sferzate sui mattoni cotti dal sole. I lampioni si riflettono sul selciato lucido e la lavina scende lungo la via stretta e si libera nella città dei sani. Sento il dolore delle ossa sotto la pelle, i tendini duri come nerbi, rattrappiti, e incollo la faccia al vetro della finestra che fuori, forse, c’è il mare. Chiedevi il mare, stanotte. I costumi castigati e i teli rossi e la pelle ambrata e i capelli arruffati. Non sei mai venuta al mare, mamma. La nonna ci portava e tu avevi il viso triste, quando tornavamo. I tuoi costumi sono chiusi nel baule, prima eri la sposa con la pelle bianca e poi la vedova tinta di nero. Quanto vi siete amati! Dalla mia stanza vi ascoltavo soffocare gemiti e risa complici e rossori ti spettinavano al mattino.
L’uomo con il camice e lo stetoscopio palpa il tuo addome e una smorfia di dolore ti storce la bocca, il tuo delirio tace. Mi guarda con gli occhi di chi ha già visto tutto e scuote la testa e ti portano via. Nella stanza delle lastre, dove una volta, mi hai detto, ti hanno infilata in un tubo lungo e stretto e nero e non hai avuto paura.
Odio gli ospedali, questi corpi senza pudori, questo via vai di passi e di disperazione; l’odore dei disinfettanti, i lamenti soffocati nelle lenzuola, le voci di chi aspetta, di chi chiede. Odio i vecchi aggrappati alla vita, che figli distratti trasportano sulle carrozzelle guardando l’orologio e scegliendo il percorso più breve per consegnarli al letto. Gli occhi sfatti e i gesti sgarbati e l’assenza di mia madre mi accompagnano. Esco nella strada, accendo una sigaretta e aspiro il fumo, a est, in quella forma chiara, che forse è il mare, l’alba sorprende le nuvole. Piove sui miei capelli, sugli alberi, sul selciato fumoso, riempie i fossi e straripa come un fiume. I piedi seguono il viale dei pioppi che costeggia la strada tutta in discesa e quest’acqua non è altro che un lavaggio purificatorio di una vita spesa a rincorrere fiati dispersi e silenzi. Una gatta a pelo grigio accompagna i miei passi. Squilla il cellulare, non rispondo, i capelli si inzuppano e penso che continueranno a crescere anche dopo che sarò morta, guardo i miei piedi chiusi nei sandali e le unghie laccate di rosso e come una funambola allargo le braccia e cerco un equilibrio sul filo della vita. La gatta continua a guardarmi e se mi avvicino si allontana e scompare e poi riappare.
È spiovuto. Il cellulare squilla ancora, torno indietro, nella stanza dei tubi e dei fili e degli aghi. L’uomo con il camice bianco mi fa segno di seguirlo. Si prenderà un malanno, e abbassa lo sguardo sul referto e poi guarda ancora le lastre appese a una lavagna luminosa e scuote la testa e scruta quella massa scura che accartoccia le tue costole. Non c’è più tempo. Altri casi, in famiglia?, chiede. Sono altrove. Copriti, mamma, che non hai visto il mare. La vita ci corre addosso e neanche ce ne accorgiamo e pensiamo sempre che ci sarà tempo per rimediare, un tempo per vivere davvero. Ho da poco compiuto cinquant’anni e il pube comincia a sfiorire e l’assenza di un corpo allungato al mio fianco si è mangiato il respiro. Il cellulare continua a squillare.
Mia nonna era vecchia. Mia nonna aveva solo sessant’anni e i capelli grigi e lucidi come vernice. Mi sembravano tanti, allora, gli anni della sua vita. Il cancro se l’è portata via. Le ha mangiato le viscere a poco a poco. Nonna, ho freddo. Nonna, voglio dormire nel tuo letto. Nonna, raccontami una storia. Aveva un rapporto privilegiato con il Padreterno. Aveva visto il prete attraversare le pareti della camera da letto con l’ostensorio in mano. Parlava con gli spiriti della casa. Nonna, voglio una gonna di colore rosso. Solo quelle che abitano dietro la cattedrale indossano vestiti di quel colore, e si dipingono la bocca e vanno in giro a caccia di uomini la sera, rispondeva. Dietro la cattedrale finiva il paese e la via si faceva stretta stretta e tra le lastre di pietra ci nasceva l’erba e le case erano basse e senza balconi e c’era la campagna e il fiume e ci an- davano solo gli uomini. Ho costeggiato il muro della chiesa e mi sono spinta fino all’angolo per vederle. Chissà come me le immaginavo quelle, ma erano proprio uguali alle altre e avevano anche loro i bambini e ci correvano dietro. E una volta ho visto un prete entrare in una di quelle case basse e ho pensato che quei bambini fossero figli loro, dei preti, perché altrimenti se li sarebbero tenuti vicino?
Il medico raccoglie le lastre e firma il foglio del ricovero.
Gli occhi che guardano sono quelli di mia madre. La sua pancia è gonfia come quella di sua madre. La mia pancia ha il cancro, dice, e vaga con gli occhi sul soffitto e chiude il vento nelle mani fasciate. Sei nata il trentuno dicembre del millenovecentosessanta, lo ricordo come fosse oggi. Tua nonna è andata a dargli l’annuncio: È femmina. Aveva un rapporto privilegiato con il Padreterno, tua nonna, il nome di Salvatore doveva morire con lui, e solo femmine sono nate nella famiglia di tuo padre. La famiglia lo ha ucciso. Nelle famiglie crescono le discordie e quelle invidie malate che scavano caverne. Il suo cuore glielo ha mangiato don Salvatore: il giorno del matrimonio non ha voluto chiudere il negozio e lo ha lasciato tutto il giorno a servire i clienti dietro il banco e la festa è andata avanti senza lo sposo. Il giorno dopo la tua nascita ha scelto per morire, e si è portato via la gioia e ha lasciato il pianto. E i debiti del negozio si sono portati via la nostra casa. Ti ricordi la casa? Gli archi e il terrazzo affacciato sulla chiesa e le stanze ampie come piazze?
Guardo fuori dalla finestra e rincorro palle colorate e la bambola di pezza che mi portavo nel letto, rivivo la disperazione di quell’abbandono: non si è più trovata, a lungo l’avevamo cercata negli scatoloni dove aveva chiuso la nostra prima vita.
Taci, mamma, che fuori c’è il mare.
La famiglia era la sua prigione, glielo dicevo, ma non ha mai ammesso di avere torto, se n’è andato a riposare con i capelli neri e tutto il viaggio ancora negli occhi. Nel letto, la notte, allungavo la mano sul cuscino e non lo trovavo. La carne giovane attirava gli sguardi dei mosconi, nella piazza alzavano gli occhi dal gioco e mi correvano dietro. Tua nonna chiudeva il portone e abbassava le tende, quando rientravo, che il sacramento l’avevamo già celebrato una volta ed era andato tutto storto. Te lo aveva detto la santa monaca che non avresti dovuto sposarlo, diceva. Mi aveva portata da lei, a farmi leggere la sorte. Figlia mia, aveva detto, un velo nero ti copre il capo. Lo amo, le avevo risposto. Aveva guardato il cielo e mi aveva chiuso il suo rosario nelle mani. Ci siamo sposati a febbraio, pioveva. Sposa bagnata, sposa fortunata, avevano detto le donne, all’uscita dalla chiesa. Abbiamo avuto anche giorni felici, ma non eravamo mai soli, la famiglia continuava a chiedere e lui toglieva a noi per dare a loro.
Si asciuga la faccia con il lenzuolo. Non sono lacrime, la pioggia mi è entrata negli occhi, chiudi la finestra.
Aveva promesso di portami al mare, ma l’amore è anche menzogna, soprattutto chiuso in un sacramento. La gelosia lo annebbiava, i teli e i costumi sono rimasti chiusi nel baule, potevo indossarli solo per lui, ma non c’era il mare, nella nostra casa. Certe notti, lo vedo venire dall’aldilà, si siede sul letto e mi guarda. Ha ancora i capelli neri e tutti i denti nella bocca, mi vergogno del corpo cresciuto, dei capelli senza piega, delle rughe che mi scavano la faccia, e lo caccio via. Cosa vuoi?, gli chiedo. Il tuo perdono, mi risponde. Non lo avrai. Gli anni della vedovanza non sono stati vita e nella nebbia ho misurato ogni passo di allora e il velo della rimembranza è freddo come il marmo.
Gli infermieri entrano nella stanza. Chi sono questi uomini? Dov’è andata la nostra casa? Ci hanno rubato la casa.
Copriti, mamma, che ti porto via. Copriti, che ti porto al mare.

(Riproduzione riservata)

© Castelvecchi editore

 

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La scheda del libro: “Madri (Storie di Lena di lune e di maree)” di Marisa Fasanella (Castelvecchi)

Nei vicoli storti, fuori e dentro le mura del manicomio, Lena si appunta su foglietti di carta le storie che ha udito, per non dimenticarle, e le custodisce in una borsa di tela rossa. L’uomo che suonava l’organetto sotto le finestre del manicomio la aspetta sul molo. Ti racconterò una storia, gli sussurra lei all’orecchio, e poi un’altra e un’altra e ancora un’altra… Sono storie di confino, dal luogo dove rinchiudono le donne che urlano per le strade e non si lavano e non si pettinano; storie di uomini che vogliono le donne come proprietà, animali per figliare, serve per accudire. Sono storie di morti e nascite violente, di caseprigioni. Undici più una, in cui Marisa Fasanella squarcia la normalità di vite ordinarie e rivela conflitti e non detti; rivisita gli stereotipi e li trascende, raccontando la mancanza e l’urgenza di una solidarietà propriamente umana.

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Marisa Fasanella, nata a Cassano all’Ionio (Cs), ha esordito nel 1994 con il romanzo Maschere e lenzuola del vicolo Santacroce. Ha vinto il Premio Letterario “Corrado Alvaro” e il Premio Nazionale “Vincenzo Padula”, e ha ricevuto una menzione della giuria del “Rapallo-Carige” per Rimorsi (Pironti, 2010). Tra le sue opere anche Gineceo. Undici crudeli racconti (Pironti, 1996), L’ombra lunga dei moroni (Rubbettino, 2002), Nina (Eir, 2014 – Prospero, 2017), Il male in corpo (Castelvecchi, 2019). Suoi racconti sono apparsi su «Il primo amore».

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