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LO STORIOGRAFO DEI DISGUIDI di Paolo Codazzi (intervista)

ottobre 28, 2021

“Lo storiografo dei disguidi” di Paolo Codazzi (Arkadia)

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di Massimo Maugeri

Paolo Codazzi, scrittore fiorentino, autore di romanzi e racconti, nonché ideatore e presidente del Premio Letterario Chianti, ci consegna una raccolta di racconti dal titolo molto suggestivo: “Lo storiografo dei disguidi” (Arkadia, 2021). Storie accomunate da una visione “strabica” della realtà (come ci spiega lo stesso autore nell’ambito di questa intervista) e con lo sfondo di una Firenze tutta da scoprire…

– Caro Paolo, cosa puoi dirci sulla genesi di questa antologia di racconti? E qual è il filo conduttore che li lega?
Fin dagli esordi dell’attività di scrittore, devoto alle mie libere letture, ho alternato romanzi a raccolte di racconti, percependo e riconoscendo nel “racconto”, una significativa tradizione letteraria che purtroppo in Italia è trascurata ma che, con onnivoro appetito, ho digerito da altre letterature maturando, credo, un’inclinazione espressiva che ha sempre ottenuto attenzione anche per questa attitudine del mio lavoro di scrittore.
La genesi, o la riscrittura, di questi quindici racconti si è sviluppata negli ultimi due, tre anni, da quando mi resi conto che fra i molti racconti scritti, abbozzati, o soltanto ideati, alcuni di questi dimoravano nello stesso immaginario condominio, per quanto legati da un’idea filosofica di socialità, più o meno evidente, come in tutte le descrizioni di ambienti antropizzati.
Una visione strabica della realtà è sicuramente il legame che unisce questi racconti, strabica nel senso che i racconti inventati, nel tempo, potrebbero assurgere a cronaca, e quelli verosimili, domani, potrebbero risultare inventati. Il tutto tentando di scomporre in fotogrammi non “visibili” una realtà costantemente in veloce e progressiva evoluzione e della quale siamo quotidianamente inondati di notizie che anziché orientare degenerano provocando un certo stordimento collettivo.

– Il titolo della raccolta (“Lo storiografo dei disguidi”) è molto suggestivo. È arrivato subito, o in corso d’opera? E cosa simboleggia?
Quando ho pensato a questo titolo avevo scritto meno di un terzo dei racconti e, rendendomi conto dell’equilibrismo delle pagine tra realtà e finzione, decisi che quanto avrei scritto successivamente doveva necessariamente legarsi coerentemente con questa visionaria lettura della realtà, tenendo peraltro conto che alcuni racconti vorrebbero proprio rappresentare, pur nei limiti dell’invenzione, una qualche forma di presunzione storiografica.
“Lo storiografo dei disguidi”, vorrebbe simboleggiare la precarietà di ogni ricostruzione storica, sia della Storia contenuta nei libri di testo, sia delle storie individuali e, nonostante che da molti anni qualunque storia abbia il supporto di immagini e filmati, resto della convinzione che ogni resoconto storico sia inevitabilmente legato al tempo che lo espresse, alla personalità e alla partecipazione emotiva degli autori. Quasi come accade in archeologia, disciplina che amo molto, nella quale ogni ritrovamento, sia di cultura materiale sia di antiche fonti, tende inevitabilmente a scardinare e rimasticare quanto delimitato con precedenti rinvenimenti.
In più sono assai incuriosito da una sorta di indulgente degenerazione della civile e “democratica” convivenza, esattamente come avvenuto, leggendo le cronache delle fonti storiche nell’Atene periclea, ritenendo, comunque, che l’alternativa a tutto questo sia un disarmato silenzio.

– Sono sempre molto incuriosito dalle epigrafi dei libri, perché – in genere – forniscono una sorta di chiave di lettura del testo. Nel caso di “Lo storiografo dei disguidi” ha scelto due citazioni. La prima, corposissima, di Erasmo Da Rotterdam (che ha a che fare con la finzione e con le “maschere”); la seconda, più breve, è di Leo Kadanoff (e riguarda il rapporto tra scrittura e realtà). Ti andrebbe di commentarle?
Ho letto molta filosofia, soprattutto “eretica” e in particolare molte opere di Erasmo, e quel paragrafo lo avevo annotato per come rappresenti argutamente l’idea della realtà come forma di teatro universale nel quale ognuno, idealmente, sia libero di mutare, secondo i gusti e le variabili condizioni del momento, la propria veste ad ogni recita o la parte che intendeva interpretare, senza alcuna interferenza di impresari ma soltanto vincolato alla casualità che sostiene l’universo e la vita degli umani. Mentre quella di Kadanoff descrive compiutamente il senso di appagamento, e in parte lieve delusione, che provo quando qualcosa che ho scritto, inventando, qualche tempo dopo divenga, in tutto o in parte, realtà di cronaca.

– Che tipo di città è la Firenze che possiamo ritrovare tra le pagine di “Lo storiografo dei disguidi”?
Per conoscere realmente una città è necessario viverci a lungo, e per quanto abbia soggiornato per vari periodi della mia vita in altre città, non ne ho mai assimilato compiutamente i caratteri che consentano disinvoltamente di animare vicende e personaggi. Firenze, dove sono nato e vivo da molti anni, mi è domestica nelle mura antiche, nei palazzi rinascimentali, nelle osterie e in tutto quanto asseconda il mio immaginario incanalando la rappresentazione con la complicità di personaggi che posseggono con la città la stessa mia parentela. Peraltro ogni racconto potrebbe animarsi in qualsiasi altra città, ma dovrebbe averlo scritto un altro autore.

– Proviamo a dare qualche cenno su qualcuno di questi racconti. Ne scelgo tre: quello di apertura, un racconto centrale e quello di chiusura della raccolta. Il primo racconto, quello di apertura, si intitola “I segreti dei libri”. Di cosa parla? E cosa puoi dirci su Giacomo, il protagonista del racconto?
“ I segreti dei libri”, muove dal presupposto, come evocato nella parte finale, che il possesso di un libro, per quanto stampato in migliaia di copie identiche, debba beneficiare di una sua singolarità per effetto delle sottolineature del proprietario (o dei proprietari), delle impronte lasciate da mani sudate e di quanto altro il dominio, o solo il maneggio, possa distinguere un libro da un altro originariamente identico, trasformando la copia seriale in unicità (come opera d’arte) paragonabile ad un testo copiato da un amanuense con i suoi errori, macchie di inchiostro, gocce di muco.
Giacomo ama molto i libri e nel tentativo di organizzare anche fisicamente la sua libreria mentale li sposta continuamente negli scaffali di casa e perfino tenta una nuova sistemazione trasferendone una parte nell’ufficio dove svolge la propria attività professionale, ma infine si rende conto che anche con questa incessante transumanza non riuscirà mai a realizzare il progetto, poiché il disordine saturato nella mente di ognuno si riflette inevitabilmente nell’organizzazione fisica di una biblioteca personale. Il finale, poi, per quanto imprevedibile, testimonia del valore dei libri e dei segreti da essi contenuti.

– Il racconto intitolato “L’ambulanza” colpisce subito per via del sottotitolo (aznalubma). Ci troviamo in un paese, “aggrappato ai primi contrafforti dell’Appennino Tosco-Emiliano, nella regione denominata Mugello, e sorvegliato dalle rovine di un castello medioevale simbolo del potere di una famiglia, il cui nome è ancora diffuso tra i residenti”, che aspetta questo agognato veicolo salvifico. Cosa puoi dirci su questo racconto?
L’ambulanza per sua natura è uno dei simboli rappresentativi della socialità e del volontariato, ma il mio strabismo mi ha consentito di immaginare una vicenda nella quale, fermo restando gli elementi sociali, in ogni comunità, specialmente se sperduta nelle campagne o in montagna, la realizzazione compiuta di un obbiettivo socialmente utile possa avere un percorso frastagliato e tale da metterne a repentaglio per varie ragioni e motivi il conseguimento. Ma alla fine, “finalmente!, l’auspicato veicolo, attrezzato con dotazioni diagnostiche di avanguardia, che avrebbe garantito sicurezza agli abitanti del paese e dei casolari dispersi nel territorio era tangibile realtà: scintillante nella verniciatura metallizzata al caldo sole di agosto…”

– Il racconto di chiusura si intitola “Scuola di ballo” ed è preceduto da questo esergo di Carl Gustav Jung: “Mostratemi un uomo sano di mente e lo curerò per voi”. Parlaci di questo racconto…
“Scuola di ballo” è uno dei racconti che amo di più in quanto rappresenta compiutamente un mio disagio mentale, trasferito dall’adolescenza, nel non saper fischiare, cantare e ballare (in senso classico). E per quanto non siano attività esistenziali importanti, la lacuna mi ha spesso costretto a giudicarmi quasi menomato e in difficoltà nella compagnia di altri che, invece, sanno fischiare come uccelli, cantare come professionisti, ballare armonicamente classici. Tuttavia nella mente ho sempre covato il desiderio di suturare questa ferita, per quanto ancora aperta, e una notte ho sognato qualcosa di molto simile al racconto, vivendo felicemente la vicenda e svegliandomi nella convinzione di aver imparato a fischiare come un uccello, cantare come un professionista e ballare un ballo classico. Purtroppo è rimasto solo un sogno.

– Se dovessi scegliere, tra questi tuoi racconti, quello che – a tuo giudizio – potrebbe essere considerato il più rappresentativo dell’intera raccolta, quale sceglieresti? E perché?
Amo tutti i racconti inclusi nella raccolta, intarsiati in un compiuto progetto come singola opera, ma se dovessi indicarne uno per come riesca a tratteggiare compiutamente l’equilibrismo costante che “assiste” il pericoloso acrobatismo tra invenzione e realtà delle mie pagine, sceglierei “Lettera al Presidente delle ferrovia”, un breve racconto nel quale fantasia e partecipazione emotiva con la realtà trovano, a mio parere, una compiuta sintesi che rende il racconto immaginario ma nello stesso tempo credibile come se lo avessi letto nella cronaca di un quotidiano.

– In chiusura vorrei dare spazio alla copertina del libro. La trovo bella e suggestiva. È una sorta di composizione di immagini fotografiche. Ti andrebbe di commentarla?
Sì vero, è una bella copertina, foto di Brigitta Schneiter, scelta di comune accordo da quante proposte dall’editore, che nella composizione dei fotogrammi, appuntati da mollette da bucato in attesa, dopo il bagno di acido, che le immagini si fissino compiutamente sviluppandosi sulla carta, testimonia correttamente il contenuto incuriosendo l’osservatore. Naturalmente non sono immagini fiorentine ma potrebbero esserlo, poiché le foto raccolte nella copertina, rinunciando a qualsiasi didascalia, rimandano a una miriade di luoghi dove i racconti contenuti nel libro potrebbero aver palcoscenico, a prescindere dalle motivazioni per le quali i miei racconti si srotolano a Firenze.
Concludendo vorrei sottolineare l’impegno formale della mia scrittura, premettendo che un racconto non può sostenere per sua natura, il tormento che invece “grava” sui miei romanzi. Tuttavia anche in questi racconti una sorta di pornografia lessicale si agita tra le pagine regolate da una laboriosa sintassi, che qualcuno ha definito “sinfonica”, nel tentativo di orientare il lettore verso una “scrittura” laboriosa ma tale, credo, da caratterizzare l’autore e attrarre il lettore.

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La scheda del libro: “Lo storiografo dei disguidi” di Paolo Codazzi (Arkadia)

Con il tratto letterario sapiente e fine che Paolo Codazzi conferisce a ogni parola e frase, Lo storiografo dei disguidi si presenta come una raccolta di racconti legati tra loro da un visionario strabismo della realtà, ciascuno con un suo significato, i propri personaggi, i punti di vista che intersecano fatti e vicende comuni e straordinarie sullo sfondo di una Firenze sonnolente e ripiegata su se stessa. La realtà, in queste pagine, si trasforma e si forma grazie alla duttile poeticità letteraria dell’autore che prende per mano il lettore e lo conduce in contesti cittadini e dentro ambienti familiari, pescando nel quotidiano e nel sottobosco di stili e di voci padroneggiate con incredibile maestria. In questi racconti si scopre anche che non sempre la via maestra è quella tracciata e sicura di fronte ai propri occhi, per la presenza di capovolgimenti di fronte repentini e spiazzanti, tipici di un grande scrittore.

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Paolo Codazzi, fiorentino, per alcuni decenni consigliere delegato di un’impresa nel ramo delle costruzioni, si è dedicato fin da giovane al suo amore principale, la scrittura. Appassionato di varie discipline, prima fra tutte la Storia antica, ha fondato nel 1983, con Franco Manescalchi, la storica rivista fiorentina “Stazione di Posta”. Ha ideato e presiede il Premio Letterario Chianti. Ha pubblicato due raccolte di poesie (Il primo viaggio, 1980; L’inventore del semaforo, 1985), i romanzi Come allevare i ragni (Lalli Editore, 1982), Caterina (Amadeus, 1989), Il cane con la cravatta (Mobydick, 1999), Il destino delle nuvole (Mobydick, 2009), La farfalla asimmetrica (Tullio Pironti, 2014), Il pittore di ex voto (Tullio Pironti, 2017), le raccolte di racconti Nei mattatoi comunali (Solfanelli, 1992) e Segreteria del caos (Mobydick, 2002).

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