Home > Recensioni > GIUDITTA E IL MONSÙ di Costanza DiQuattro (Baldini + Castoldi): recensione

GIUDITTA E IL MONSÙ di Costanza DiQuattro (Baldini + Castoldi): recensione

ottobre 29, 2021

“Giuditta e il monsù” di Costanza DiQuattro (Baldini + Castoldi)

* * *

di Emma Di Rao

Dopo i ‘luoghi dell’anima’ de “La mia casa di Montalbano” e di “Donnafugata” è l’anima stessa ad essere eletta da Costanza DiQuattro come ‘luogo’ ispiratore della sua terza fatica letteraria, “Giuditta e il monsù” (edito da Baldini+Castoldi). Nasce infatti nell’anima quel sentimento amoroso che viene posto dalla scrittrice come fondamento del suo nuovo romanzo, costituendone il tema più organico e significativo. Un sentimento di indubbia valenza universale che trae però origine dalla sfera più intima dell’individuo. Illuminante, al riguardo, quanto si legge in epigrafe: “Si conobbero. E precisamente lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché, pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così”. Tratta da “Il barone rampante” di Italo Calvino, la citazione racchiude, a nostro avviso, una possibile chiave di lettura di “Giuditta e il monsù”: l’amore è soprattutto rivelazione autentica del nostro ‘io’ grazie alla conoscenza dell’altro, è perfetta conoscenza di sé acquisita in virtù della relazione con un’anima affine. Ed è infatti profonda l’affinità di anime che, fin dall’infanzia, viene ad instaurarsi tra i due protagonisti, Giuditta, quarta figlia del marchese Romualdo Chiaramonte, e Fortunato, che nel preciso istante in cui la prima nasceva veniva abbandonato dinanzi al portone del palazzo nobiliare.
Frutto del caso o di un destino di cui non si è ancora sperimentata la provvidenzialità, tale coincidenza permette loro di crescere nell’ambito della medesima famiglia e in una perfetta comunanza di sentire che travalica ogni differenza riguardante la provenienza sociale o il carattere. Adottato dal monsù del marchese, Fortunato, di indole riflessiva e cortese, mostrerà ben presto di saper “manovrare le parole più dei mestoli” e di preferire i libri e la scrittura; di contro, Giuditta appare poco interessata allo studio ed incline alla trasgressione, come si evince già nelle prime pagine, laddove il canonico LoPresti, precettore delle figlie di Romualdo, lamenta il fatto che la fanciulla prediligesse rintanarsi in cucina “per ascoltare e osservare”, avendo Fortunato come unico amico.
Il costante non allinearsi di Giuditta alla mentalità e ai comportamenti comuni emerge in varie occasioni e in vari modi, come, ad esempio, nella sua “sovversiva ipotesi di modernità” o nelle sue “braccia conserte e labbra serrate in un broncio severo”, atteggiamento con cui esprime il proprio dissenso nei confronti del mondo in cui vive. Il contesto in cui la vicenda si svolge è infatti quello di una Ibla “sonnacchiosa e bella” tra fine Ottocento e inizi Novecento, un microcosmo isolato e del tutto sordo nei confronti di eventi e catastrofi contemporanei che giungono “come voci ovattate, con un’eco lontana che sfuma nel vento”.
In realtà, il luogo più rilevante nel dispositivo della narrazione è l’immensa cucina del palazzo, dove la “tecnica affinata” del monsù apprestava quotidianamente non semplici pietanze, ma autentici “miracoli” che i due protagonisti, fin dalla più tenera età, erano soliti contemplare, rimanendo “incantati, rapiti e sognanti” e, naturalmente, desiderosi di emulare la bravura di colui che ne era l’autore.
Al riguardo, non è superfluo ricordare che nell’immaginario letterario il cibo appare spesso metafora di possibili, peccaminose cadute, correlandosi al piacere e, di conseguenza, al sentimento d’amore. Inoltre, non è errato ritenere che l’importanza assegnata dalla struttura narrativa alla minuta descrizione di varie ricette e prelibatezze non sia soltanto espressione del senso di appartenenza dell’io letterario alle tradizioni della propria terra, ma si carichi di suggestivi sovrasensi.
Allo stesso modo, la rappresentazione dei meticolosi e lenti gesti necessari alla realizzazione delle pietanze è lungi dall’esaurirsi in modalità di impronta realistica: su di essa, infatti, interviene il filtro trasfigurante della scrittura letteraria, come si evince soprattutto dal brano in cui Giuditta, durante la sua prima ‘creazione’, avverte “le mani fremere e il cuore battere”, una reazione emotiva che prelude ad ulteriori, e ancor più accesi, fremiti. Il lettore assiste, in questa circostanza, ad una sorta di rito sacro, ad “una danza”, ad una vera e propria “unione mistica fra i vari ingredienti”: in quel delimitato spazio della cucina, ma illimitato per le molteplici sensazioni che emanava, Giuditta, sopraffatta da odori e sapori inebrianti, “chiuse gli occhi e iniziò a danzare”.
Non c’è chi non colga in questa immagine il librarsi del linguaggio verso un registro espressivo così lieve che ogni materialità si dissolve in musica e danza e persino le mani del monsù perdono il loro rozzo aspetto, acquisendo la leggerezza di una foglia e finendo per somigliare alle mani di un pianista.
Il grande spazio della cucina è soprattutto il luogo, “consumato dal vapore e dal fuoco”, in cui i protagonisti hanno iniziato a condividere sogni e speranze, divenendo complementari a tal punto che “nessuno avrebbe saputo dire dove finiva uno e dove cominciava l’altro”. E se anche quel luogo appariva a volte sovraffollato e troppo rumoroso, alla fine tornava sempre “regno per un solo re e una sola regina”, come, d’altronde, si addice all’unicità del sentimento d’amore che necessita di solitari ed esclusivi spazi.
Lo si coglie con chiarezza nel seguente brano: “Un’altezza enorme li separava dal resto del mondo, una distanza incolmabile se non attraverso il volo”, brano che efficacemente esprime la distanza che separa il loro rapporto di reciproca fiducia dal resto del mondo, mostrandoci anche, nell’immagine del volo, quel tendere verso l’alto e quella verticalizzazione che la forza del sentimento imprime alle esistenze di Giuditta e Fortunato.
Quasi impercettibile è il mutare della loro gioiosa amicizia, intessuta di innocenti complicità, in una travolgente passione che, simile a un vento impetuoso, inizia a confondere e sovvertire qualunque cosa incontri nel suo cammino. Eppure, nonostante i cambiamenti che il desiderio amoroso induceva in loro, “rimasero legati al loro essere bambini”, ovvero alla legittima aspirazione alla felicità e a quei sogni che solo “anime pure” possono coltivare.
Avvalendosi di una raffinata tessitura sia narrativa che stilistica, Costanza DiQuattro disegna, intorno alla vicenda, gli scenari offerti dalle campagne brulle e assolate della Sicilia durante le torride estati, quando una lentezza estenuante e una sensazione di disfacimento permeano di sé ogni essere vivente, forse presagio di un fato crudele che sovrasta minaccioso.
Soltanto il mare, in lontananza – ed è soprattutto la lontananza del sogno – rompe la quotidiana durezza del vivere. Quel mare di cui il canonico LoPresti avverte la mancanza e che rimpiange quasi fosse il ricordo di una felicità svanita. Quel mare che insegna anche “a guardare lontano, a immaginare luoghi, spiagge, barche e libri abbandonati al sole”. Quel mare il cui blu intenso è simile al blu delle vetrate della cupola di san Giorgio che Fortunato mostra all’incredula Giuditta. Quel mare, infine, che nella sua sconfinata distesa appare alla protagonista come splendida e vitale metafora di libertà.
Attorno ai due giovani si muove una variegata umanità, composta da familiari, amici, servi, ognuno dei quali viene delineato con sapiente maestria sia che ne venga scolpito un gesto, una movenza, un sospiro, sia che ne venga abbozzato un ritratto mirante a far comprendere l’interiorità del soggetto. Basti pensare a quanto l’autrice lascia emergere dell’indole di Amalia, la cui “placida serenità” sollevava la sorella Giuditta dalla sua insicurezza e, soprattutto, dalla paura nei confronti di quel “continuo divenire che smonta i piani e cancella le speranze”.
Efficacissima, inoltre, risulta la rappresentazione di quel “corteo afflitto e nero, lento e silenzioso” che si forma in occasione del funerale di un parente del marchese, segno di un lutto che nelle sue forme esteriori appariva simile a “un cielo di notte senza stelle” e il cui protrarsi in una interminabile segregazione, non motivata da un sincero dolore, testimonia gli assurdi rituali e le ipocrite convenzioni di quella collettività. Una collettività che non è del tutto esente da quel vuoto, da quel non senso dell’esistenza che in Romualdo Chiaramonte diveniva tedio e noncuranza nei confronti di quanto lo circondava, salvo poi a lasciarsi sorprendere, in talune circostanze, da un’inquieta tristezza e da misteriosi, impenetrabili silenzi.
Nonostante l’amore, nel suo iniziale manifestarsi, permei di gioia gli animi dei protagonisti, affiorano talora, tra le pagine del romanzo, un’ombra vaghissima e una sottile malinconia, di certo riconducibili al timore di Giuditta che la felicità sia del tutto effimera, perennemente insidiata dall’inesorabile divenire del reale, come la seguente riflessione suggerisce: “ Ma il tempo non si ferma mai sulla felicità. Ci vola sopra, come uno sparviero sulla preda. Aleggia come un fantasma nelle pieghe disfatte dell’allegria”. Ed è significativo che la medesima caducità venga attribuita anche alla bellezza, come si evince dal ricorrere dell’immagine della rosa, raffigurata sia quando, in pieno fulgore, espande il suo “inebriante profumo” sia quando appare ormai appassita “nei giardini spogli”.
Ed è forse per contrastare quest’ombra fugace e questo sotteso pessimismo che intervengono di frequente atmosfere rapite e sospese o vengono utilizzati termini quali ‘incantesimo’, ‘vertigine’, ‘sogno’, ascrivibili al desiderio dell’io letterario di attenuare o mettere in fuga i segni di una minaccia che incombe sui due giovani.
Crudele e inesorabile, il destino continua però ad avanzare contro chi si illude di poter vivere secondo i propri desideri e si adopera per realizzarli. La stessa suddivisione del romanzo in capitoli preceduti da annotazioni quasi diaristiche, nonostante sembri rispondere all’esigenza di ordinare gli eventi in successione cronologica, potrebbe invece scaturire dall’esigenza di scandire per i due giovani il tempo della sofferenza e dell’addio.
Come avviene nella tragedia greca, l’azione precipita inesorabilmente verso la catastrofe finale, ma senza alcuna catarsi. Una sconvolgente verità getta la protagonista in un abisso di dolore che devasta il corpo e lo spirito. Dinanzi all’orrore di una colpa di cui si è innocenti, sopravvivono solo fantasmi, allucinazioni e incubi, in una irreale sospensione tra il presente e il nulla più assoluto.
Poi, mentre si profila una guerra esterna – come si deduce dall’annotazione 25 novembre 1915 -, un’altra guerra viene combattuta all’interno di un’anima affranta. E quando infine viene siglata una sorta di tregua, quest’ultima somiglia, in realtà, ad un arrendersi di fronte a un trauma insanabile e angoscioso.
Ciò che si legge nella chiusa del romanzo può intendersi come la tenue speranza di una rinascita o, più verosimilmente, come la triste volontà di sopravvivere rimanendo comunque fedeli a quanto si è appreso della propria anima.
Quel che appare certo è che Costanza DiQuattro ha sortito, ancora una volta, un pregevole risultato: quello di fissare per sempre nella scrittura i contorni sfuggenti e dolorosi di una vicenda che, scaturita dalla sua fervida fantasia, non potrebbe risultare più umana, più struggente e più vera.

* * *

La scheda del libro: “Giuditta e il monsù” di Costanza DiQuattro (Baldini + Castoldi)

Ibla, 1884.
A Palazzo Chiaramonte, una notte di maggio porta con sé due nascite anziché una soltanto. Fortunato, abbandonato davanti al portone, e Giuditta, l’ultima fimmina di quattro sorelle. Figlia del marchese Romualdo, tutto silenzi, assenze e donne che non si contano più, e di sua moglie Ottavia, dall’aria patibolare e la flemma altera, è proprio lei a segnare l’inizio di questa storia. Lambendo cortili assolati e stanze in penombra, cucine vissute ed estati indolenti, ricette tramandate e passioni ostinate, il romanzo si spinge fin dove il secolo volge, quando i genitori invecchiano e le picciridde crescono.
C’è chi va in sposa a un parente e chi a Gesù Cristo, ma c’è pure chi l’amore, di quello che soffia sui cuori giovani, lo troverà lì dov’è sempre stato: a casa.

Dopo Donnafugata, Costanza DiQuattro invita a sfogliare un nuovo album di famiglia, fatto di segreti inconfessabili, redenzioni agrodolci, e tanta, infinita dolcezza.

 * * *

Costanza DiQuattro (Ragusa 1986) dal 2008 si occupa attivamente del teatro Donnafugata, teatro di famiglia restituito alla fruizione del pubblico dopo sei anni di restauri.
Nel novembre 2019 ha debuttato al teatro Carcano di Milano con il suo primo lavoro teatrale, Barbablù. Con Baldini+Castoldi ha pubblicato La mia casa di Montalbano (2019) e Donnafugata (2020).

* * *

© Letteratitudine – www.letteratitudine.it

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook TwitterInstagram

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: