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SCENE DA UN MATRIMONIO di Hagai Levi

novembre 2, 2021

“Scene da un matrimonio” (Scenes from a Marriage) è una miniserie televisiva statunitense creata e diretta da Hagai Levi.

È il remake in lingua inglese dell’omonima miniserie svedese del 1973 di Ingmar Bergman e ha debuttato il 12 settembre 2021. Ha come protagonisti Oscar Isaac e Jessica Chastain nei ruoli che furono di Erland Josephson e Liv Ullmann.

Ne parliamo nell’ambito della rubrica “Il punto e la virgola

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di Antonio Ciravolo

Nel clamore suscitato dal sudcoreano Squid Game – che i più hanno additato come splendida metafora di geopolitica coreana quando il compianto Kim Ki Duk aveva qualche anno fa regalato al mondo un piccolo gioiello come Il prigioniero coreano – più o meno in contemporanea, su altra piattaforma, è scesa come un tramonto ferito la tumultuosa storia di Jonathan e Mira. Rilettura contemporanea della serie di Bergman, queste scene di questo matrimonio tratteggiano un ritratto della nostra società dettagliato e prezioso che non racconta nulla di noi ma al contempo di noi dice tutto. Dice di noi in quanto donne e uomini, maschi e femmine, madri e padri. Dice di noi con la violenza dell’amore intraducibile che deflagra all’interno di una relazione quasi perfetta e diventa “trauma infinito”. Non si poteva dirlo meglio. Una relazione finisce? E quando finisce è un lutto? Un lutto da elaborare? “Si può elaborare il lutto per una persona che – dannazione – non è morta?” Così imprecava un mio paziente dalla poltrona e, con quel “trauma infinito”, Mira (la superba Jessica Chastain) titola la fine che non finisce. Hagai Levi, sceneggiatore israeliano – papà di quel Betipul che è stato grande successo portato a spalla dagli “psicoterapeuti” Byrne negli Usa e Castellitto da noi, nel format rinominato In treatment – decide di assecondare le sue doti e, per fortuna, lo fa davvero. Non traccia ma scende, a fondo, a picco, affonda e ci porta con lui, con loro, con questa coppia (una lama anche Oscar Isaac), Mira e Jonathan, che si amano, hanno una figlia, una casa, un matrimonio, un pugno di traumi – uno più trauma di tutti – che accendono una miccia sfavillante che mentre brilla minaccia e cammina e sembra tracciare i loro profili, ne dettaglia le sagome e chiede “siete ancora vivi? siete già morti?” o meglio “siete già vivi? siete ancora morti?”. Lasch ne La cultura del narcisismo già quarant’anni fa profetizzava “il lento dissolversi per qualsiasi vero interesse per la posterità” e qui la mancanza di questo interesse c’è e ha un nome. La figlia Ava è il vuoto evocato. Questa coppia si sgretola e la posterità, il futuro, la generazione dopo, ne accusa il colpo forse e soprattutto per un rimaneggiamento della cura materna che decide per prima – e forse unica – di scrollarsi di dosso il proprio statuto primordiale e rivendicare per sé il pezzo di mondo che da qualche parte e da parte di qualcuno le era stato sottratto.
Il trauma magno di questa coppia porta quindi proprio il senso del futuro mancato, che è mancato secondo una significazione tripla: che non c’è/di cui si ha nostalgia/che non è stato centrato. Nelle Scene si assiste a una rivivificazione del lutto – al netto della dissolta (?) melanconia – e un sentimento dal lato femminile (che non necessariamente è della donna) che sbatacchia sulle finestre come un pennuto cieco che non si accorge di quanto quelle finestre siano aperte e di quanto l’angoscia di morte sia solo dei vivi.
La libertà – cercata, inseguita, ambita e sognata – che quando si veste di Reale – e non di realtà direbbe Lacan – invade la cute e sprigiona la malignità della concretezza. C’è il profilo ossessivo perfettamente evocato dalle mani di Jonathan che ordinano il bagaglio della moglie poco prima che lei vada via e c’è il colore meravigliosamente isterico che dal divano dell’incipit al talamo del finale rende merito all’eclissi interpretativa della Chastain che sembra sussurrarci: “Vedete, la crisi è solo un tranello. Questa è metamorfosi, è disvelamento: non darmi ciò che desidero, dammi ciò che non hai”. Che opera questa coppia, che sembra venire al mondo come Zeusi – che dipinse dei grappoli d’uva così perfetti da far provare agli uccelli ad appollaiarcisi su – e muore Parrasio – che invece dipinse un velo perfetto, tanto che Zeusi provò a scostarlo con la mano prima di comprendere che l’opera fosse proprio il velo. In fondo ameremo sempre più le illusioni che le perfezioni.

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