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MASTRO GEPPETTO di Fabio Stassi (Sellerio) – recensione

novembre 6, 2021

“Mastro Geppetto” di Fabio Stassi (Sellerio)

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Geppetto, un clown smarrito nel bosco della poesia

di Daniela Sessa

…no, quello che lo assaliva era un invernarsi improvviso di tutte le cose”. Evviva la poesia, anche quando si insinua dentro il racconto, quando conquista la scena sgomitando di ritmo, musicalità, clausole metriche mozzafiato e un vocabolario raro e ricercato, anzi prosciolto da una lingua annoiata. Evviva, la poesia, inarrivabile codice per tutte le creature sghembe della letteratura e della vita. Evviva la poesia quando ruba (lo fa di proposito?) una favola e la riscrive, mandando a gambe all’aria tutto il narrato. Tutto tranne la “notturnità”, come piacque a Giorgio Manganelli, lettore del Pinocchio di Collodi. Avviene tutto di notte, ma è una notte soprattutto della mente e della parola la favola collodiana rovesciata da Fabio Stassi nel suo “Mastro Geppetto”. C’è una luce grigia e umida che odora di muffa e resina e che illividisce le miserie di case ed esseri umani, buoni e cattivi, dentro le pagine del romanzo di Stassi. È la luce della paura, di un padre che teme di non ritrovare il figlio smarrito. È la luce della malinconia, per tutta la vita perduta da un uomo, orbo di donne e affetti, tanto da costruirsene uno di affetto. Un affetto di legno, “corteccia dura da catasta… buona neppure per il fuoco” cui dà intagli da burattino. Nasce Pinocchio e Stassi è attento a leggere nella favola echi biblici fino ad arrivare a una scombiccherata Pietà michelangiolesca in mezzo al bosco. Ma è ancora più attento a raccontare del mito cristiano, il personaggio più marginale, quel Giuseppe cui tocca portare la croce di una scelta non sua. Stassi sottrae uno alla Trinità e scrive l’epica del padre con la minuscola, del falegname Giuseppetto, Geppetto che se lo partorisce da solo il figlio, lo rincorre senza capire che è un sogno, un desiderio, un fantasma della mente, del cuore e della parola. La parola mai pronunciata da Pinocchio, ridotto nel racconto di Stassi a pretesto e ombra, e la parola prima scemata e poi muta di Geppetto, metafora commovente dell’impossibilità dello scampo.
Commovente è la nostra parola per raccontare il libro di Stassi: gli episodi che compongono i sei quadri del romanzo sono come l’accetta e il coltello di Geppetto ficcati nel cuore del lettore. Che non è il bambino cui insegnare a non dire le bugie sennò gli cresce il naso, ma è l’adulto che con il timore, a dire il vero un po’ beffardo, del naso lungo ha vissuto 110 anni insieme al burattino, al suo cappello di mollica e il vestitino di carta e l’abbeccedario, alle sue avventure con Mangiafuoco, con il Gatto e la Volpe, con i carabinieri, con Lucignolo trasformato in asino insieme a lui, e poi il Grillo Parlante, la Fatina coi capelli Turchini, il Tonno e la Balena. C’è pure l’inverno dell’Appennino. La poesia si insinua qui, nelle splendide descrizioni del paesaggio, nella cura della parola per chiamare i bricchi, le golene, i boschi che “terminano così come terminano le cose”, il cielo pieno di stelle. Chiamare le stazioni e le piazze. Chiamare il mare. E se dentro il bosco Geppetto, come il Silvestro vittoriniano, rientra dentro il grembo, laddove solo può sperare di trovare il figlio e ritrovarsi, il mare è solo un’epifania funebre. Pur meravigliato dalla vista del mare con “l’orizzonte piatto… così diverso da quello delle montagne a cui è abituato, si inarca leggermente in cima e le navi vi spariscono un po’ alla volta, come scivolassero dentro un pozzo”, Geppetto calpesta solo l’arenile, che è un cimitero di marionette, finché compare un pescatore verde e il cielo si gonfia di lampi e pioggia. Creature magiche seguono e inseguono Geppetto ma per ognuna c’è un simbolo, per ognuna c’è un dolore: la bellezza della farfalla blu che sfugge alla fame del falegname e del pesciolino rosso vomitato e il serpente riempito dalle formiche che se lo sono mangiate da dentro (la scena più suggestiva, da Medioevo nordico).
Ci sono tutti i personaggi di Collodi, ma sono diversi. Perché diverso è il protagonista. Così, Mangiafuoco è il burattinaio con “la barba più nera dell’ardesia” che brucia le marionette addentando un pezzo di montone sanguinolento; il gatto e la volpe sono un cieco e uno zoppo, il Grillo Parlante non è saggio ma piuttosto petulante, i carabinieri prendono sottobraccio Geppetto; la fatina non c’è ma c’è la bambina fantasma (e una donna con i tulipani e una elegantissima alla stazione) e manca pure il Tonno; c’è mastro Ciliegia ma si chiama Antonio e il naso rosso ce l’ha tutta la cricca malvagia dell’osteria che fa lo scherzo allo scemo del villaggio, a quel fool che è il Geppetto stassiano. Un’umanità scissa tra bene e male, mostri i compaesani di Geppetto (molto più feroci degli abitanti di Trezza davanti il cadavere di Bastianazzo) e generosi (quel tanto che basta) i circensi che assumono Geppetto e Romeo e lo aiutano a cercare il figlio.
Se questa è una favola rovesciata, il più bello dei rovesciamenti avviene su Lucignolo, diventato l’aggraziato Romeo, il ragazzo con la coda: il più struggente freak out di questo catalogo della diversità. Se questa è una favola rovesciata il più doloroso dei rovesciamenti è quello della Balena: il Pesce-Cane è un manicomio e quanta Alda Merini c’è nel manicomio di Stassi! Se questa è una favola rovesciata, il rovesciamento è fare di Geppetto Pinocchio. Sono queste le avventure di Geppetto, le avventure di un poverodiavolo come i tanti poveridiavoli che solo nell’arte possono trovare luogo. Nell’arte carnevale della parola, luogo delle ombre fatte sostanza. La sostanza di Geppetto è il clown. Nel circo, monumento dell’assurdo e mattatoio felliniano, Geppetto ritrova il senso della sua esistenza e del suo vagare. Le guance imbiancate di biacca, le sopracciglia segnate di nero, il naso e la bocca dipinti di rosso, Geppetto nemmeno così è un clown normale: il trucco cola giù, mettendo “in scena l’involontaria comicità di tutti i poveracci della terra”. Se questa è una favola, non può mancare il movimento circolare: Geppetto torna al suo paese insieme al circo come il più grande clown del mondo. Ma questo, avverte Stassi, non è un romanzo dell’Ottocento dove tutto si ricompone. Questa è una storia di oggi e tutto rimane incerto, aperto: il circo è quello di prima o dopo lo spettacolo, Geppetto non è l’acrobata sull’acqua e il libro di Stassi è una storia amara, incredibile e incredula.
Una storia personale, come le storie che si scrivono. Stassi, nella lettera alla fine del romanzo, confessa che il suo papà di Pinocchio è nato dopo aver visto Roberto Benigni nel film di Matteo Garrone. Gli crediamo, almeno qui la credulità non è sospesa. Però, qualcuno può obiettare. Pagina dopo pagina, quel vecchio “dall’aria selvatica” con una coperta bucata sulle spalle, assomiglia troppo a Geppetto di Comencini, a un Nino Manfredi che di fronte alla magia restava scettico ma se ne beava, come quando salì sul dorso del tonno e si salvò.

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La scheda del libro: “Mastro Geppetto” di Fabio Stassi (Sellerio)

Un padre alla ricerca del figlio. Un falegname e il suo burattino. Un piccolo gioiello di creatività e ispirazione letteraria.

Se le avventure di Geppetto, il creatore di Pinocchio, fossero del tutto diverse da come le conosciamo? Se accanto alle peripezie del burattino che si è fatto bambino vi fossero anche quelle di un padre che tanto ha voluto un figliolo da costruirselo con le proprie mani?
Fabio Stassi ha scritto una storia nuova a partire da una storia classica, quella di uno dei più grandi romanzi della letteratura italiana. Nelle sue pagine l’anziano falegname diviene un uomo febbrile animato dal desiderio della paternità, vittima di uno scherzo crudele dei suoi concittadini. Le gesta del burattino, buffe, drammatiche, violente, si mischiano alle sue avventure, a loro volta sorprendenti e a tratti sconcertanti. L’uomo Geppetto sembra uscire dalla fiaba per grandi e piccini di Collodi e spostarsi su un palcoscenico contemporaneo dove la povertà, la malattia, il bisogno di amore, la crudeltà e il riscatto sono al centro della scena, motore concreto dell’azione. Così Geppetto diventa il ritratto di un uomo introverso e temerario, candido e visionario, che si accinge ad affrontare il mondo e a scoprirlo di nuovo, inseguendo il sogno di una creatura che sia carne della sua carne, in cui riversare le emozioni e l’affetto che porta dentro. Ma quel mondo lo disprezza e lo deride, rivelando tutta la sua ferocia in una condanna impietosa della solitudine e della diversità.
In Mastro Geppetto Stassi si abbandona con evidente piacere a uno dei suoi grandi talenti, quello di plasmare la materia reale e immaginaria delle storie e dei personaggi per trarne un racconto che affonda le radici nel desiderio e nella fantasia, producendo la metamorfosi che trasforma la finzione dell’arte letteraria nella verità più luminosa e commovente, più dolorosa e umana.

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Fabio Stassi (Roma, 1962) ha pubblicato con Sellerio: L’ultimo ballo di Charlot, tradotto in diciannove lingue (2012, Premio Selezione Campiello 2013, Premio Sciascia Racalmare, Premio Caffè Corretto Città di Cave, Premio Alassio Centolibri), Come un respiro interrotto (2014), un contributo nell’antologia Articolo 1. Racconti sul lavoro (2009), Fumisteria (2015, già Premio Vittorini per il miglior esordio), La lettrice scomparsa (2016, Premio Scerbanenco), Angelica e le comete (2017), Ogni coincidenza ha un’anima (2018), Uccido chi voglio (2020) e Mastro Geppetto (2021). Ha inoltre curato l’edizione italiana di Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno (2013, 2016) e di Crescere con i libri. Rimedi letterari per mantenere i bambini sani, saggi e felici (2017).

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