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LA BANDA BRANCATI di Vladimir Di Prima: incontro con l’autore

novembre 9, 2021

“La Banda Brancati” di Vladimir Di Prima (A & B Editrice): incontro con l’autore

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Vladimir Di Prima è nato a Catania nel 1977. Ha esordito con la silloge di poesie “La teoria della donna fumant”e (1999). Nel 2002 si classifica primo al concorso nazionale di poesia “Sandro Normanno”. Sempre nel 2002 esce il suo primo romanzo “Gli Ansiatici”. Frattanto coltiva la sua seconda passione, il cinema, e nel 2005 gira un cortometraggio che ha come protagonisti, fra gli altri, Lucio Dalla, Lando Buzzanca, e i poeti Mario Grasso e Giancarlo Majorino. Nel 2007 dà alle stampe il suo secondo romanzo “Facciamo silenzio”, che riporta in bandella una nota di Khaled Fouad Allam. Nel 2011 insieme a noti cantautori e interpreti italiani (Dalla, Venuti, Bersani) partecipa con la lettura di un poema sperimentale al Dalla&Friends. Nel 2014 pubblica il suo terzo romanzo “Le incompiute smorfie”. I suoi libri più recenti sono: una raccolta di aforismi e racconti, “Pensieri in faccia” (con una nota introduttiva a cura di Arnaldo Colasanti) e il romanzo “Avaria”. Regista indipendente con a seguito parecchi lavori premiati in ambito nazionale e internazionale.

Il nuovo romanzo di Vladimir Di Prima si intitola La Banda Brancati (A & B Editrice). Abbiamo chiesto all’autore di palarcene…

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«Lo ricordo come fosse ieri, eppure sono già passati diversi anni», ha detto Vladimir Di Prima a Letteratitudine: «in una Zafferana che malinconica si avviava alla fine dell’estate, io e il mio amico Renzo Paris passeggiavamo lungo la piazza del paese. I nostri argomenti preferiti producevano un palleggio alla brasiliana di donne e letteratura. E c’erano Moravia, Pasolini, Amelia Rosselli, ma anche le commesse di un negozio di Giarre e una meravigliosa farmacista in orbita di conquista e desiderio. A un certo punto il fantasma di Vitaliano Brancati si intromise con prepotenza fra le caviglie allenate al tocco tanto che Renzo mi lanciò una sfida (dirla affascinante non inquadrerebbe la misura della stessa): “Perché non scrivi qualcosa su di lui?”.
Già, ma cosa? Un saggio? No, un saggio non l’avrei mai scritto e Renzo pareva già saperlo; così, qualche mese dopo, quando si vide recapitare nella sua casa di San Lorenzo la prima stesura del romanzo mi scrisse entusiasta: “lo sapevo!”. Sapeva cosa? Che certamente avrei scritto un romanzo. E così, in definitiva, è stato. “La Banda Brancati”, titolo pensato e consigliato dallo stesso Paris, narra la vicenda di un inetto che ha la pretesa (del tutto ambiziosa) di raccontare gli ultimi anni di vita dello scrittore del Bell’Antonio; per farlo si avvale della preziosa collaborazione di un’anziana signora. La trama si potrebbe esaurire anche qui, sennonché a innesto continuo si alternano, quasi in un piano temporale parallelo, le vicende di Brancati con quelle del protagonista del romanzo.
Devo confessare che questi non sono stati affatto anni semplici; prima di venire alla luce, benché Paris (e non solo lui) fosse fermamente convinto di una pubblicazione presso qualche editore di fama, il romanzo ha incrociato l’ottusità rivolta al diniego di una parte dell’editoria italiana. Giudicare l’opera quale esposizione sequenziale delle frustrazioni del suo autore e nulla più azzera fino al ribaltamento la stima che si poteva nutrire nei confronti di certi editor quotati. E questo non perché si voglia trarre dal rifiuto le ragioni di una rivalsa, ma perché da questo tipo di lettura (forse superficiale? Probabilmente frettolosa o non commercialmente appetibile?) vengono frantumati con dispiacere quei capisaldi che, a partire da Italo Svevo, hanno segnato la storia della letteratura del Novecento. Non che io adesso voglia stabilire un piano di parità con quei giganti – me ne guarderei bene – ma a quanto pare “la banda Brancati” risulta piuttosto digeribile a chi, impegnato nella critica letteraria o nell’insegnamento ai massimi livelli, ha espresso pareri incoraggianti. Non a caso l’edizione da poco in commercio presenta un’appendice con gli interventi di Vanni Ronsisvalle, Emanuele Pettener e, appunto, Renzo Paris. Tre letture diverse, specie quella del primo, che alla fine degli anni sessanta, insieme a Moravia e Pasolini, diede vita al Premio dedicato allo scrittore nativo di Pachino.
Ci tengo inoltre a sottolineare che tutti gli aneddoti riguardanti la figura di Brancati e contenuti nel romanzo sono frutto di ricerche e testimonianze reali; quindi se da una parte l’autofiction produce un personaggio strampalato, amabile e detestabile allo stesso tempo, burlescamente ancorato all’onomastica dell’autore, dall’altra i fatti storici possono rappresentare una chicca per quegli appassionati che ricercano nei libri le tracce degli scrittori amati. Infine cosa aspettarsi o cosa aspettarmi da questo romanzo? Che qualcuno lo legga e ne faccia un gradevole momento di riflessione e, perché no, condivisione».

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Un estratto da “La Banda Brancati” di Vladimir Di Prima (A & B Editrice)

La banda Brancati - Vladimir Di Prima - copertina

 

Prima di incontrare la signora Cesti, il che di per sé fu un fatto straordinario nonché il principale di questa storia, fui sconvolto da una serie di imprevedibili disturbi ai quali la medicina ufficiale e neppure una folta banda di stregoni seppero trovare rimedio. La cosa, come è facile immaginare, mise in dubbio ogni mia elementare certezza, e benché non l’abbia ancora nominata, vi assicuro che arrivai davvero vicino a varcare la soglia di quella che comunemente, e con parecchia approssimazione, chiamano pazzia.
Volendo fare un rapido riassunto dei fatti, tutto ebbe inizio durante una partita di calcetto. La sera, fra le migliori di fine estate, si presentava con cielo stellato e temperatura fresca. Sul manto di gioco, un sintetico con diverse irregolarità del fondo, c’erano due palloni nuovi. Pare che il gestore del campo li avesse messi a disposizione del gruppo per arruffianarsi un geometra invischiato in torbidi affari di politica. Una lisciata che ripeteva ogni volta con personaggi diversi e che gli aveva procurato impensabili vantaggi, non ultimo il condono di una parte abusiva della struttura.
Il tempo di un brevissimo riscaldamento e iniziammo a giocare. Da subito le squadre parvero nettamente sbilanciate e l’inerzia della gara prese di fatto una piega irreversibile. Dopo l’ennesima azione che vide a segno gli avversari, al proscenio di un’umiliazione epocale, il geometra di cui accennavo in precedenza mi si rivolse contro.
«Ma che minchia stai facendo? Vuoi correre?! Sei fermo come un palo! Per colpa tua abbiamo già preso cinque gol.»
Lo guardai mortificato allargando le braccia. So che se gli avessi confessato la verità non mi avrebbe creduto, e la verità era che in quel momento io avevo dimenticato come si correva. Vedevo gli altri muoversi in totale scioltezza e benché sapevo che avrei potuto farlo anch’io perché sempre l’avevo fatto, non mi riusciva il movimento corretto. Passavo da una camminata accelerata a un saltello goffo, niente insomma che potesse propriamente definirsi corsa. E più mi sforzavo di ricordare, di associare, persino di imitare, più diventavo ridicolo. Era come se fra le intenzioni del cervello e il corpo fosse improvvisamente crollato un ponte.
La cosa naturalmente non si fermò lì. Qualche giorno dopo, mentre ero a tavola in uno stato di misurata tranquillità, stetti per soffocare con un boccone di pane.
«Cristo di Dio, e mangia più lentamente! Il cibo va masticato!» sentii rimproverarmi da mio padre.
Quell’ordine perentorio mi fece nuovamente cadere in confusione. Se la masticazione presuppone il coinvolgimento di quattro muscoli differenti e quei muscoli io li avevo tutti al loro posto, cioè toccandomi la faccia stavano lì, educati dalla nascita, perché rimanevo a contemplare quello che i denti di una forchetta avevano appena infilzato? Non si può certo dire che mi dispiacesse il sapore di un pomodoro, anzi ne andavo ghiotto. Il problema è che in quel momento non sapevo proprio cosa farmene di un pomodoro. Vedevo mia madre disegnare meccanicamente una parabola che aveva il punto d’origine nel piatto e l’apice nella sua bocca. A guardarlo nella mia rassegnazione era un movimento affascinante, forse il più bello che le avessi mai visto fare. Provai allora a imitarne le mosse senza destare troppi sospetti, ma meglio non mi venne che battere i denti.
«Hai freddo? Ti senti male?» disse ancora mio padre preoccupato per quell’insolito atteggiamento.
Niente di tutto ciò, niente panico: avevo solo dimenticato come si masticava.

(Riproduzione riservata)

© (A & B Editrice)

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La scheda del libro: “La Banda Brancati” di Vladimir Di Prima (A & B Editrice)

A sessant’anni dalla morte di Vitaliano Brancati, in un piccolo paesino alle pendici dell’Etna qualcuno pare essere ancora interessato alle sue vicende. Il protagonista di questa storia, un quarantenne che vive alla maniera di uno dei personaggi dello scrittore, rivela a un amico la volontà di lavorare a un romanzo che abbia come fulcro gli ultimi anni di vita dell’autore de Il Bell’Antonio. La confessione, origliata casualmente da un’ambigua signora, diviene motivo di conoscenza e scambio fra i due. Pare infatti che la misteriosa forestiera sia in possesso di aneddoti inediti circa la complessa figura dello scrittore. Dopo qualche iniziale ritrosia, il ragazzo, in cambio delle informazioni, accetta di fare da accompagnatore alla donna in quei posti che furono tanto cari alla madre di lei. Nell’innesto di indimenticabili gite lungo i fianchi del vulcano viene così ripercorso un pezzo di storia della letteratura italiana, con quelli che ne furono i maggiori esponenti: da Brancati, appunto, a Ercole Patti, da Moravia a Cardarelli, da Flaiano a Sciascia. Il tutto sostenuto da preziosissimi episodi (reali e frutto di una ricerca ventennale) che mettono in luce diversi aspetti, ora sconosciuti, ora insoliti, dello scrittore. Un crescendo di tensione fino al sorprendente finale.

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