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COEUR SCORBATT di Luigi Balocchi (poesie)

novembre 10, 2021

“Coeur scorbatt. Cuore Corvo. Poesie lombarde de Bià” di Luigi Balocchi (Punto a Capo Editrice)

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Fango, per accumulo di rabbia e scannafossi

La poesia ostile di Coeur scorbatt, l’ultima opera poetica di Luigi “Luis” Balocchi.

di Furio Detti

E iniziamo dalla fine!
Sotto le stelle di Villon, Céline, Esenin e altri. Senza pretese ma anche con una allegra guascona spavalderia.
Perché spavaldi, anche questo, sono i recenti versi di Luigi “Luis” Balocchi, pubblicati da Punto a Capo Editrice e usciti in questo mese di novembre, col titolo “Coeur scorbatt”, Cuore Corvo, in italiano corrente. Sottotitolo: “Poesie lombarde de Bià”.

Una raccolta in dialetto con testo in nota come i primi componimenti pasoliniani usciti da Casarsa. C’è di più in questa similitudine che il semplice confronto sinottico, vedrete. C’è un poeta che sceglie di parlare con le parole della sua gente e della sua tradizione, della Madér, la Lomellina e il suo dialetto lombardo. Non a caso il volume inizia dalla sezione “Madér” (o Madre, Matrice, la prima sezione di questo volumetto, che è anche il nome di un vino rosso, e significa in dialetto la parte della vite, le ramaglie giovani e flessibili, da cui spunteranno i grappoli)…
Però noi avevamo detto di iniziare dalla fine…
Ossia da La vos, penultimo componimento della raccolta, che è una delle poesie più riuscite perché secondo noi ha il taglio giusto, lungo, più descrittivo e articolato, quasi una prosa poetica che ha modo di estendere come meritano le armonie campestri dell’estro di Balocchi. Balocchi secondo noi dovrebbe dedicarsi al componimento medio-lungo, chissà che non ci dia retta. Perché è qui che si apprezza veramente la forza della sua metaforica ispirazione, il ritmo nativo e naturale della sua poesia, frutto di un monologo aspro e costante, nutrito di nebbia, nuvole, vino, passi strascinati, parole dette quasi brontolando, come un sugo in pentolone, o il crepitio di un fuoco di contrabbandieri nel bosco. Un fuoco che è assediato dall’umidità della terra fluviale e bassa di cui Balocchi è cantore e dal fiato delle bestie e della fermentazione delle paludi. In questo componimento, non sia semplice aneddoto notarlo, si trova l’unica concessione alla contemporaneità l’unico elemento che un altro poeta lombardo inserirebbe a pieno titolo nel suo “Realismo terminale”:

“che troeuvi on nòm
fund al vial scala destra là fognaa
tra ‘na crus duu piantin
de plastica cinesa
ma no cramentu!”

[che trovo un nome / in fondo al viale scala destra là infilato / una croce due piantine di plastica cinese / ma no, dannazione!]

l’unica pianta di plastica cinese che segna la presenza dell’attuale. E urta il nostro. Lo intristisce.

Perché il mondo di Balocchi è arcaico e ostinato. Resiste come le vecchie abitudini nate un po’ storte, ma dure, per ostinazione e caparbietà. Ci sono le streghe e i mitico calderone dei defunti che rigenera i caduti, c’è l’amore fatto in rifugi zeppi di cartoni con l’erotismo di due-tre componimenti (Laver  e L’amour den ‘al carton, La pesta lombarda) forse un po’ riascoltati, ma schietti nella loro urgenza; c’è la strada dei vicoli in una splendida accoppiata di versi – “…in berta tri ghej, / al vent che in del striccioeu anmu na voeur ben”: […qualche soldo in tasca, / il vento che nel vicolo ancora ci ama] – ci stanno la vita e il dolore, le persone delle cascine e dei borghi, la gente delle osterie quasi scomparse. Alcuna ancora resiste al niente delle periferie infraurbane. Forse è proprio questa presenza simbolica di un mondo ormai ammazzato dalla modernità che ci tenta nei versi di Balocchi, ma senza piangine nostalgiche proprie di troppa poesia minore e minuscola fatta di “paese mio” e “giochi di ragazzi” o “case vecchie che un tempo…”. In Balocchi non esiste quella fastidiosa, irritante patina di quadretto edificante e gioventù rimpianta che infesta troppa cattiva poesia anche dialettale. No. In Balocchi si sente tutta la corsa della carne e del sangue che ancora ringhiano alla sera. Forse qualche immagine un po’ comune, ma poche per fortuna. Ciò che non solo salva dal mediocre ma rende qualitativa la poesia di Coeur scorbatt è il sentimento dell’estraneità, la scomoda coscienza di aver dentro qualcosa da cui non puoi liberarti, neanche nella consolazione della nostalgia. Il vero che rende la poesia di Balocchi antimoderna eppure concreta, e quindi al di fuori del ricordismo patetico, è proprio questa irritante consapevolezza di appartenere alla terra per la terra. Essere uno dei morituri in dialogo coi morti e coi sopravvissuti testimone della scomparsa della Bassa lombarda e pavese. Essere presente, certo ferito, certo contorto, certo scomodo, ma vivo nonostante il degrado della contemporaneità.

Ecco che Balocchi sceglie il dialetto non solo come fece Pasolini per un ritorno elevato ma anche consolatorio nel furlàn (gli esegeti e i critici sono ormai concordi nel dire che il friulano della poesia Casarsese è operazione certo onesta, sincera, intima e insieme filologica, antropologica e politica) ma anche perché Balocchi non vuole parlare italiano. Vuole opporsi e usare programmaticamente il dialetto come arma di resistenza alla globalizzazione e alla distruzione delle culture locali. Lo scrive nero su bianco all’inizio dell’opera. Balocchi non torna a casa per comprendersi, Balocchi sa che la sua casa è essere ora nel tempo quale irriducibile alla modernità. E bisogna credergli. Anche quando e se non si sia d’accordo. Il “fiurin” di Balocchi e il “frutin” pasoliniano sono entrambi due nobili richiami lessicali e due immagini molto concrete; ma a differenza di Pasolini, Balocchi forse non ha quella crasi identitaria di cui il grande poeta soffriva, la lacerante contraddizione tra l’identità paterna e la continuità affettiva col mondo della madre. Balocchi è un grumo di intenzione poetica diretto altrove. In Balocchi la madre, se c’è, è anche strega e indifferente forza naturale, capace di “picchiare le bambole che ballano”. In Balocchi ci sono più Esenin e Mandel’stam che Pasolini. Il calderone di Balocchi bubbola, si agita, ribolle, brucia: è tutta la resistenza del mondo arcaico che non si rassegna a perdere, anche se e quando ha già perso. Fuochi ne arrossano il ventre metallico e ferrato.

Ecco che ci sentiamo di consigliare al lettore Coeur Scorbatt, perchè è un salutare antidoto, alla facile piacioneria del culturale/tradizionale contro il moderno/popculturale. Ripetiamo, non stiamo parlando di Pasolini, se mai forse di un deteriore pasolinismo. Balocchi è ostile. I suoi versi sono ostili, ma a ragion veduta. Non c’è composizione, solo una costante affermazione della propria solitudine. La poesia Legion straniera è tutta lì a raccontarcelo:

“vun per un a spughi i òss di gent ch’hin mè,
matt voo in gir cont un lumin piccaa sul ‘l coo,
‘me quell che gh’han, là, quej ch’hin mòrt.”

[uno ad uno sputo le ossa delle mie genti, / matto vado in giro con un lumino ficcato sulla testa,/ come quello che hanno, là, i morti.]

Pascoli, dunque? Non è un pascoliano dialogo, è un litigio. Pure è recepita appieno la lezione pascoliana della continuità del presente con il trascorso. Questo percorso lo si legge nel coerente accumularsi, secondo noi in meglio, dei componimenti nel volume, dagli iniziali di Madér, dedicati alla mitologia locale di fossi e storie (da Al fòss e i su stòri  a Al caldar, attraverso la poesia eponima  Coeur scorbatt  e On sass, bella, cruda, semplice) ai componimenti successvi delle sezioni Terr e I fantasma. La fase iniziale, Madér, soffre, a parte i componimenti qui citati e pur sempre a nostro giudizio, di troppa rapidità. Si tratta di molte immagini, che ruotano intorno a temi ben definiti (l’arcaico, il ricordo, il sangue, la nascita) ma che necessitano di uscire almeno per poco dalla claustrofobia del personale. Infatti lo sguardo di Balocchi per fortuna in Terr (Terra) si allarga a altri personaggi, compaesani, passanti, figli e vicini. La vicinanza non a caso è il leitmotiv introduttivo, aperto dalla citazione di apertura, la traduzione in lombardo di una saga islandese, la Saga di Njal, la cui frase chiave è: “Stà chì con mi”. Quindi l’orizzonte si allarga ma sempre con attenzione al vicino che è espressione del sentire dominante nella poetica di Coeur scorbatt.

Qui i componimenti migliori ci son parsi La fossa de Bià, specie con la potente quasi -entrata:

in quell puss che ciami coeur e l’è fidigh,
sangh, disgrazi, ris e rògn;…

[in quel pozzo che chiamo cuore ed è fegato, sangue,/ disgrazie, riso e tribolazioni];

passando per Terra biutta  che pare uscita da un distico giullaresco del Trecento; e per la succesiva Fiurin, con l’immagine del bambino nascosto in un gotto di vino e il Ticino in Giù Tesinn  che non può non tornare a ricordarci anche Ungaretti e (sempre) il Tiliment di Pasolini;  ancora per non esser prolisso La mòrt del praa e I niul e la teppa, con il richiamo finale non a caso a Pavese e Esenin in Contom su na storia.

Fino alla parte finale, I fantasma. Sezione secondo noi migliore proprio perché accumula e rende più distesa e articolata la narrazione poetica di Balocchi, eccetto due o tre poesie meno riuscite delle altre e forse meno felici delle centrali di Terr. Si proceede per accumulo come nel fango del fiume, come neve sotto neve. Segnaliamo ‘Me l’è andaj, La Ballada del Gigino Matt, Brighella e Bertold – al mé fioeu  e pure Al specc del Luisòn, qui Balocchi lascia entrare in scena altri personaggi ben concreti, altro che “fantasmi”, anche quando descrive la morte di un giovane barbone di Abbiategrasso (Per on fioeu mòrt a la stasiòn de Biegrass).

Il Balocchi migliore del Cuore corvo è lì che cammina fra le croci come Villon fra gli appesi: di sospeso e pesante, ondeggiante nel vento che infredda (ottimo tempismo presentare il volume in novembre) si sente tutto, ma tutto quanto.

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Luis BALOCCHI
Coeur scorbatt
Punto a Capo Edizioni
pagg. 76
ISBN 978 88 6679 323 6

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Luis BALOCCHI, cultore della sua “lingua” lombarda, traduce saghe islandesi e la Bibbia in dialetto pavese. Per Meridiano Zero pubblica *Il diavolo custode* (2007), per Mursia *Un cattivo maestro* (2010) e altre opere. Redattore della rivista letteraria indipendente *Niederngasse*. Nel 2017 con Punto a Capo edizioni pubblica la raccolta poetica *Atti di devozione* e il romanzo *Exit in fiamme* con Emersioni (2019, Castelvecchi). Sue poesie sono pubblicate sulle riviste letterarie “Atelier”, “Versante Ripido” e “Nazione Indiana”.

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