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LA PROMESSA di Damon Galgut (Edizioni E/O) – un estratto

novembre 15, 2021

“La promessa” di Damon Galgut (Edizioni E/O – traduzione di Tiziana Lo Porto), vincitore del Booker Prize 2021.

Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un brano estratto dal romanzo

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La promessa è un dramma epico che si dispiega al ritmo dell’incessante marcia della storia nazionale, che i lettori di Galgut ameranno di certo e che ne incanterà di nuovi.

Una saga familiare moderna che poteva arrivare solo dal Sudafrica, scritta in splendida prosa dall’autore due volte finalista al Booker Prize, Damon Galgut. Perseguitati da una promessa non mantenuta, dopo la morte della madre i membri della famiglia Swart si perdono di vista. Alla deriva, le vite dei tre figli della donna procedono separatamente lungo le acque inesplorate del Sudafrica: Anton, il ragazzo d’oro amareggiato dal potenziale inespresso che è la sua vita; Astrid, il cui potere sta nella bellezza; e la più giovane, Amor, la cui vita è plasmata da un nebuloso senso di colpa. Ritrovandosi per quattro funerali nel corso di tre decenni, la famiglia in declino rispecchia l’atmosfera del paese: un’atmosfera di risentimento, rinnovamento e infine di speranza.

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Le prime pagine di “La promessa” di Damon Galgut (Edizioni E/O – traduzione di Tiziana Lo Porto)

Nell’attimo in cui la scatola di metallo pronuncia il suo nome, Amor capisce che è successo. È stata tutto il giorno tesa e con il mal di testa, quasi avesse avuto una premonizione in un sogno ma senza riuscire a ricordare di che si trattasse. Un segno o un’immagine, appena sotto la superficie. Disordini giù in basso. Fuoco sottoterra.
Ma quando le parole le vengono dette ad alta voce, lei non ci crede. Chiude gli occhi e scuote la testa. No, no. Quello che le ha appena detto sua zia non può essere vero. Non è morto nessuno. È solo una parola. Guarda la parola, lì sulla scrivania come un insetto capovolto, senza alcuna spiegazione.
Questo succede nell’ufficio della signorina Starkey, dove la voce diffusa dall’altoparlante Tannoy le ha detto di andare. Era da così tanto che Amor aspettava questo momento, l’ha immaginato così tante volte che sembrava fosse già accaduto. Ma adesso che il momento è arrivato davvero, lo sente lontano e onirico. Non è successo, non nella realtà. E soprattutto non a Ma, che sarà sempre, sempre viva.
Mi dispiace, ripete la signorina Starkey, coprendo i grandi denti dietro labbra sottili e serrate. Alcune delle altre ragazze dicono che la signorina Starkey è lesbica, ma è difficile immaginarla fare qualcosa di sexy con chiunque. O forse lo ha fatto una volta e da allora ne è rimasta per sempre disgustata. È un dolore che dobbiamo sopportare tutti, aggiunge con voce seria, mentre tannie Marina trema e si asciuga gli occhi con un fazzoletto di carta, nonostante abbia sempre guardato Ma con disprezzo e non le importi affatto che sia morta, anche se non lo è.
Sua zia scende con lei di sotto e aspetta fuori mentre Amor deve tornare al pensionato per fare la valigia. Negli ultimi sette mesi ha vissuto qui, aspettando che accadesse quello che non è successo, e ogni istante di quel tempo ha odiato queste stanze lunghe e fredde con i loro pavimenti di linoleum, ma ora che deve farlo, non vuole andare via. L’unica cosa che vuole fare è sdraiarsi sul letto, addormentarsi e non svegliarsi mai. Come Ma? No, non come Ma, perché Ma non dorme.
Lentamente, mette i vestiti nella valigia e poi la porta giù davanti all’edificio principale della scuola, dove sua zia è in piedi che guarda dentro il laghetto dei pesci. È un pesce bello grosso, dice indicando in profondità, lo avevi mai visto un pesce rosso così grande? E Amor dice che no, non lo aveva mai visto, anche se non riesce a vedere quale pesce sta indicando sua zia e comunque niente di tutto questo è reale.
Quando sale nella Cressida, neanche questo è reale, e mentre fluttuano lungo il viale tortuoso della scuola, la vista dal finestrino è un sogno. Le jacarande sono tutte in fiore e i boccioli viola acceso sono appariscenti e strani. La sua stessa voce risuona come un’eco, come se a parlare fosse qualcun altro, quando arrivano al cancello principale e svoltano a destra invece che a sinistra, e sente se stessa domandare dov’è che stanno andando.
A casa mia, dice la zia. A prendere lo zio Ockie. Ieri notte sono dovuta venire via di corsa quando, be’, quando è successo.
(Non è successo.)
Tannie Marina guarda di traverso con i suoi occhietti cerchiati di mascara, ma ancora nessuna reazione da parte della ragazzina. La delusione della donna più anziana è quasi palpabile, come una scoreggia fatta di nascosto. Avrebbe potuto mandare Lexington a prendere Amor a scuola, ma invece è venuta di persona, perché le piace rendersi utile nei momenti di crisi, lo sanno tutti. Dietro la sua faccia tonda con il trucco da maschera kabuki, ha fame di tragedie e pettegolezzi e melodrammi da quattro soldi. Gli spargimenti di sangue e i tradimenti in TV sono una cosa, ma qui la vita reale ha offerto un’opportunità concreta ed eccitante. La terribile notizia, data in pubblico, davanti alla preside! Ma sua nipote, quell’inutile grumo grassoccio, quasi non ha proferito parola. Sul serio, c’è qualcosa che non va in questa ragazzina, Marina lo ha già notato altre volte. Lei dà la colpa al fulmine. Accidenti, che peccato, dopo che l’ha colpita non è più stata la stessa.
Prendi un biscotto, le dice la zia irritata. Sono sul sedile posteriore.
Ma Amor non vuole un biscotto. Non ha fame. Tannie Marina prepara sempre dolci e cerca di propinarli alla gente. Sua sorella Astrid dice che lo fa per non essere grassa soltanto lei, ed è vero che la zia ha pubblicato due libri di cucina di prelibatezze per l’ora del tè, apprezzati da una particolare categoria di anziane donne bianche, che ultimamente vedi in quantità.
Bene, riflette tannie Marina, quantomeno è una ragazzina con cui è facile parlare. Non interrompe né discute e sembra che presti attenzione, che è quello che serve. In macchina non ci si mette tanto dalla scuola a dove abitano i Laubscher a Menlo Park, ma oggi il tempo sembra dilatato e tannie Marina non fa che parlare in un afrikaans sentimentale, la voce bassa e confidenziale, piena di vezzeggiativi, anche se non lo fa a fin di bene. È il solito argomento, parla di come Ma ha tradito l’intera famiglia cambiando religione. Mi correggo, tornando alla sua vecchia religione. Tornando a essere ebrea! Negli ultimi sei mesi, da quando Ma si è ammalata, la zia è stata abbastanza esplicita sull’argomento, ma che può farci Amor? È solo una ragazzina, non ha potere, e comunque cosa c’è di sbagliato nel tornare alla tua religione se è quello che vuoi?
Cerca di non ascoltare, concentrandosi su qualcos’altro. Quando guida, sua zia indossa dei piccoli guanti da golf bianchi, imitando chissà chi, o forse è solo perché ha paura dei germi, e Amor si fissa sulle forme pallide delle sue mani che si muovono sul volante. Se riesce a rimanere concentrata sulle mani, sulla loro forma, su quelle dita corte e tozze, non dovrà ascoltare ciò che dice la bocca sopra le mani, e così non sarà vero. L’unica cosa vera sono le mani, e io che guardo le mani.
…La verità è che tua madre ha rinunciato alla chiesa riformata olandese ed è tornata a quella roba ebrea solo per fare dispetto al mio fratellino… È per questo che non verrà seppellita alla fattoria, accanto a suo marito, è questa la vera ragione… C’è un modo giusto e un modo sbagliato di fare le cose e mi dispiace dire che tua madre ha scelto quello sbagliato… Be’, comunque, tannie Marina sospira mentre arrivano a casa, speriamo solo che Dio la perdoni e che adesso sia in pace.
Parcheggiano nel vialetto sotto il tendalino, con le sue belle strisce verdi, viola e arancioni. Più in là, un diorama del Sudafrica bianco, la villetta di periferia fatta di mattoni a vista rossastri e con il tetto di lamiera, circondata da un fossato con un giardino scolorito. Una torretta con lo scivolo dall’aria solitaria su un grande prato marrone. Una vasca di cemento per gli uccelli, una casetta per bambini e un’altalena fatta con mezzo pneumatico di un camion. Dove forse sei cresciuta anche tu. Dove tutto è cominciato.
Amor segue la zia, con i piedi non proprio per terra, qualche centimetro più su, un piccolo spazio vertiginoso tra lei e le cose, mentre si dirige verso la porta della cucina. Dentro, oom. Ockie si sta preparando un brandy e Coca, il secondo della mattina. È andato di recente in pensione, ha lavorato per il governo come progettista per gli Affari Idrici, e le sue giornate sono apatiche. Quando viene beccato dalla moglie salta sull’attenti sentendosi in colpa, mentre si succhia i baffi macchiati di nicotina. Ha avuto ore per vestirsi come si deve, ma indossa ancora i pantaloni della tuta, una maglietta da golf e le infradito. Un uomo massiccio dai capelli radi tenuti fermi con la brillantina a coprirgli la pelata. Dà ad Amor un abbraccio appiccicaticcio, molto imbarazzante per entrambi.
Mi dispiace per tua madre, dice.
Ah, va bene, dice Amor, e si mette subito a piangere. La gente sarà dispiaciuta per lei tutto il giorno perché sua madre è diventata quella parola? Si sente brutta quando piange, come un pomodoro spaccato, e pensa che deve scappare, lontano da questa stanzetta orribile con il pavimento di parquet e un barboncino maltese che abbaia e gli occhi di sua zia e suo zio conficcati dentro di lei come chiodi.

(Riproduzione riservata)

© Edizioni E/O

 

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Damon Galgut, nato a Pretoria nel 1963, è tra gli scrittori di maggior successo della generazione letteraria sudafricana post-apartheid. Il romanzo del 2003, Il buon dottore (Guanda)ha vinto il Commonwealth Writers Prize (per l’Africa) ed è stato selezionato per il Booker Prize. Anche In una stanza sconosciuta (E/O, 2011) è stato selezionato per il Booker Prize. Nel 2013, Galgut è stato inserito nell’American Academy of Arts and Letters e nel 2014 ha pubblicato Estate artica (E/O). Vive a Città del Capo, in Sudafrica.

 

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