Home > Il punto e la virgola > HELGOLAND di Carlo Rovelli (Adelphi)

HELGOLAND di Carlo Rovelli (Adelphi)

novembre 23, 2021

“Helgoland” di Carlo Rovelli (Adelphi)

 * * *

di Antonio Ciravolo

Devo qualcosa di importante a Rovelli, ma, di certo non me ne vorrà, non ne parlerò qui, non adesso quantomeno. Parlo invece di questo Helgoland e di come Rovelli tracci una biografia. Non aspettatevi la biografia di un personaggio – sebbene troverete cenni continui alle vite di molti individui che per genialità, estro, inventiva, sagacia e poetica ossessione sarebbero celeberrimi protagonisti di innumerevoli testi. Qui Rovelli dettaglia la sua narrazione con la passione di chi sta portando alla memoria le vicissitudini romantiche dei suoi antenati, e così, con l’affetto che si dedicherebbe agli epici amori di un trisavolo, racconta la vita a cui non siamo abituati ad attribuire vitalità: la microesistenza quantistica di ciò in cui siamo immersi. Granuli, quanti, pacchetti, frammenti e, soprattutto, la banale eppure enorme fascinazione legata alla ricerca delle leggi che regolano il movimento di un elettrone. Esatto: un elettrone. Una singola particella che non si capisce se segua orbite, linee, se salti o capitomboli, riesce a tenere banco per un intero secolo intorno alla sua movenza perché – e qui sta la grandezza della missione di Rovelli – se ci lasciassimo spogliare dai gingilli con cui amiamo inutilmente imbellettarci, ci ridurremmo anche noi – auspicabilmente – a porci le domande intorno all’esistenza che, perlopiù immeritatamente, abbiamo la ventura di condurre.
Non c’è verità nell’altro ma c’è bisogno dell’altro affinché ci sia verità. Ho appuntato questa frase a margine di una delle oltre duecento pagine di Helgoland, e ci torno spesso per rilanciarne il senso aspettando che un senso altro ritorni sotto forma di rimaneggiamento relazionale di tutte le cose e, nel farlo, ricado sulla significazione analitica del soggetto e del suo supposto Io.
A dirla con Sartre e Lacan (Freud), infatti, l’esistenza non ha nulla a che vedere con l’Io, anzi questo rappresenta l’alienazione dall’esistenza: è maschera, è impostura, è “falsa rappresentazione della coscienza”. Quindi ciò che crediamo di essere è solo la rappresentazione farlocca di ciò che crediamo di essere. Non solo. Noi, tutti, parliamo degli altri per dire qualcosa di noi (chi fa esperienza analitica lo sa bene) e proprio su questa via è possibile seguire Rovelli nel fenomeno chiamato Entanglement che dice che le proprietà delle cose sono relative alle loro interazioni con le altre cose. Tutto qui. Solo che queste relazioni sono infinitamente piccole e noi siamo così dannatamente distratti da non volerne sapere nulla. Scrive Rovelli: “Alla nostra scala il mondo è come un oceano agitato dalle onde osservato dalla luna: una piatta superficie di una biglia immobile.”
Mi servo cinematograficamente di uno spoiler paradosso, di un finale senza il titolo, per ripuntare la questione. Un marito decide di punire l’assassino della moglie tenendolo per venticinque anni rinchiuso in una cella senza mai rivolgergli la parola. A chi scoprirà la segregazione l’assassino sussurrerà: “digli almeno di parlare con me”. Eccolo l’Altro di cui si necessita, di cui s’anela il fiato vivificante che può riammettere alla vita. E allora Non c’è vita nell’Altro ma c’è bisogno dell’Altro affinché ci sia vita?
Sì e di più. Al di là del tutto relazionale a cui fa riferimento Rovelli, e che in parte tratteggia citando Nāgārjuna, esiste quella “relazione” che ancora non c’è, di cui però tutte le altre “relazioni” sono figlie, quel punto posto ad una certa distanza da noi da sempre, quell’oggetto (“piccolo a” per Lacan) che ci struttura in relazione non alla sua presenza ma alla sua mancanza. Questo oggetto non esiste in virtù della sua percezione ma grazie al desiderio che anima la sua ricerca. Noi desideriamo, nonostante tutto e, grazie a questo desiderio, ci muoviamo (δύναμις) – come sembra suggerire in Helgoland la bocca dell’Elea di Platone – “Propongo questo come definizione dell’essere: che esso non sia se non azione”.

Il desiderio immobile non esiste.

* * *

La scheda del libro: “Helgoland” di Carlo Rovelli (Adelphi)

A Helgoland, spoglia isola nel Mare del Nord, luogo adatto alle idee estreme, nel giugno 1925 il ventitreenne Werner Heisenberg ha avviato quella che, secondo non pochi, è stata la più radicale rivoluzione scientifica di ogni tempo: la fisica quantistica. A distanza di quasi un secolo da quei giorni, la teoria dei quanti si è rivelata sempre più gremita di idee sconcertanti e inquietanti (fantasmatiche onde di probabilità, oggetti lontani che sembrano magicamente connessi fra loro, ecc.), ma al tempo stesso capace di innumerevoli conferme sperimentali, che hanno portato a ogni sorta di applicazioni tecnologiche. Si può dire che oggi la nostra comprensione del mondo si regga su tale teoria, tuttora profondamente misteriosa.
In questo libro non solo si ricostruisce, con formidabile limpidezza, l’avventurosa e controversa crescita della teoria dei quanti, rendendo evidenti, anche per chi la ignora, i suoi passaggi cruciali, ma la si inserisce in una nuova visione, dove a un mondo fatto di sostanze si sostituisce un mondo fatto di relazioni, che si rispondono fra loro in un inesauribile gioco di specchi. Visione che induce a esplorare, in una prospettiva stupefacente, questioni fondamentali ancora irrisolte, dalla costituzione della natura a quella di noi stessi, che della natura siamo parte.

* * *

© Letteratitudine – www.letteratitudine.it

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook TwitterInstagram

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: