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GIUSEPPE CATOZZELLA racconta ITALIANA (Mondadori)

novembre 26, 2021

Come nasce un romanzo? Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: GIUSEPPE CATOZZELLA racconta il suo romanzo “Italiana” (Mondadori)

Con “Italiana”, Giuseppe Catozzella ha vinto il Premio Manzoni 2021

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di Giuseppe Catozzella

Credo di aver cominciato a scrivere Italiana da bambino, quando d’agosto nella grande casa di pietra dei miei nonni, al Sud, alla controra mia nonna mi raccontava a voce bassa, per non svegliare gli altri che riposavano, le storie del paese, della sua infanzia e di un’ava che aveva combattuto nei boschi e sulle montagne quella che lei chiamava guerra civile italiana, per lasciare a noi oggi, diceva, un paese più giusto. Il nome brigantessa lo usava raramente, io gliene chiedevo conto perché ne ero molto colpito, e come fanno i bambini lo ripetevo per saggiarne la pericolosità. Era una parola pericolosa infatti, da non pronunciare fuori casa, da tenere per la storia privata della famiglia. Certo non capivo tutto quello che mia nonna mi raccontava, però capivo benissimo lo strano luccichio dei suoi occhi, che contenevano un misto di vergogna e orgoglio. Solo dopo, negli anni, ho scoperto che quella misteriosa ava la guerra civile doveva averla persa. Quei racconti, così intimi e così privati, incidevano nella mia pelle la vera storia della mia famiglia: era la storia di una sconfitta. Poi, ma ero molto più grande, già al primo anno di Filosofia, ho scoperto la seconda storia di sconfitta iscritta nella genealogia familiare, e questa volta dall’altro lato, quello paterno. Un prozio, Gaetano Ambrico, che io vedevo a casa di mia nonna, era stato l’onorevole Ambrico, tra i fondatori della Democrazia Cristiana, uomo che suscitava in me uno strano effetto perturbante per essersi strappato alle origini contadine e aver preso quattro lauree. Incarnando la sinistra del suo partito era stato uno dei propugnatori dell’Inchiesta sulla miseria del primo parlamento italiano del secondo Dopoguerra. Si trattava, per il nostro paese, di compiere la prima riforma agraria della sua storia, e l’onorevole Ambrico chiedeva che fosse realizzata tenendo conto anche delle istanze di chi la terra l’aveva sempre lavorata, come i membri della sua famiglia e come la quasi totalità delle persone che conosceva, e non soltanto di chi la possedeva. Presentò l’inchiesta al suo partito e al parlamento, e fu respinta da entrambi. Come conseguenza di quell’atto di insubordinazione, il segretario della DC, De Gasperi, ne storpiò pubblicamente il nome in “Lombrico” e lo estromesse dal partito.

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Non è possibile stabilire le ragioni che conducono alla scrittura di un romanzo, principalmente perché ragioni, di solito, non sono. Sono un campo indefinito di complessità emotive, civili, razionali, sentimentali, di visione del mondo e chissà quante altre cose, che possono sperare di trovare solo nella scrittura, appunto, la possibilità di un dispiegamento, come da un grosso ammasso intricato di filo tirando un capo possiamo sperare che si allunghi abbastanza da riceverne un pezzo buono per cucirci una toppa. In ogni caso credo che le due sconfitte di cui ho parlato c’entrino qualcosa con Italiana, entrino a far parte di quella inestricabile complessità. Poi c’è un’altra questione, questa volta più intima. Il fatto di essere, come decine di milioni di italiani, frutto dell’emigrazione dal paese povero al paese ricco all’interno dello stesso paese non soltanto mi ha reso consapevole fin da piccolo che i due paesi fossero talmente diversi da non avere quasi nulla in comune, ma ha scavato dentro di me la presenza di due anime tanto divergenti quanto vive. Una, quella del nord, mitteleuropea, puritana, votata al fare eccetera; l’altra, quella del sud, mediterranea, meridionale, cristiano-cattolica, votata alla dialettica e alla riflessione. Così da qualche parte, ho sempre creduto, doveva nascondersi l’origine della mia pluralità, che poi era la stessa del mio paese. E così ho speso anni a cercarla, provando a tirare il capo di quella matassa. Anni a studiare le storie del modo in cui l’Italia era stata cucita insieme. Questa indagine a un certo punto mi ha condotto alle carte dei processi a una donna: Maria Oliverio. Donna calabrese; più ancora che calabrese silana, donna boschiva e montana, donna selvaggia. L’unica donna ad aver guidato una banda di briganti nella storia d’Italia. Assassina, fuorilegge, giusta.

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(Giuseppe Catozzella a Montecitorio alla proclamazione del Premio Strega Giovani 2014 con la Presidente della Camera Laura Boldrini)

Entrando nei faldoni di quei processi ho scoperto una cosa che credevo impensabile: dentro le vicende umane, sentimentali e politiche della vita di quella donna si nascondevano le ragioni della faglia sulla quale ero cresciuto, la biografia del mio paese.
Dentro le vicende di questa donna garibaldina, e prima ancora pisacaniana, che aveva sognato (e combattuto per) un paese moderno, emancipato, libero (e quindi unito) e che poi, a seguito del tradimento (nascosto, espunto dai libri di scuola) delle promesse di emancipazione era entrata nei boschi e sulle montagne e aveva combattuto la guerra civile di cui mi parlava mia nonna contro il paese che aveva contribuito a unificare, si nascondeva la complessità della mia condizione di italiano bi-fronte. E di italiano tradito, come tutti (essere italiani chissà cosa significa, ma di certo vuol dire essere inscritti in quell’iniziale tradimento), nei sogni di giustizia, qualunque cosa anche questo significhi.
È in questa complessità tradita che si nasconde l’epica della nostra nazione, in questo tradimento continuamente rinnovato. Se è vero che a differenza di quasi tutti gli altri popoli non abbiamo il nostro mito fondativo, epico e violento, da rinverdire e sul quale basare la nostra appartenenza, è perché l’abbiamo cancellato a favore di un mito senza trauma. Ma non c’è fondazione senza trauma, né appartenenza senza omicidio rituale. Maria, che cambia nome in Ciccilla e che in Italiana racconta la sua storia con la sua stessa voce, infatti uccide, e come tutti lo fa per liberarsi.
Alla fine della scrittura di questo romanzo in cui ogni fatto è reale e che è il più frainteso dei miei romanzi (preso per neoborbonico dai realisti e per realista dai neoborbonici, quando invece forse è lì proprio per mostrare il loro errore), non mi sono liberato né ho tirato di molto il capo di quella matassa. Però mi sono sentito, incredibilmente, più italiano, di nuovo qualunque cosa questo significhi.

(Riproduzione riservata)

© Giuseppe Catozzella

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La scheda del libro: “Italiana” di Giuseppe Catozzella (Mondadori)

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Ciccilla passa la giovinezza nei boschi, apprende la grammatica della libertà, legge la natura, impara a conoscere la montagna, a distinguere il giusto dall’ingiusto, e non teme di battersi, sia quando sono in gioco i sentimenti, sia quando è in gioco l’orizzonte ben più ampio di una nuova umanità. Il volo del nibbio, la muta complicità di una lupa, la maestà ferita di un larice, tutto le insegna che si può ricominciare ogni volta daccapo, per conquistarsi un futuro come donna, come rivoluzionaria, come italiana di una nazione che ancora non esiste ma che forse sta nascendo con lei.
Giuseppe Catozzella ricostruisce le vicende di Maria Oliverio in un romanzo vivo, mescola documenti e leggenda, rovescia la sua immaginazione nella nostra, disegna dramma famigliare e dramma storico ed evoca l’epica grandezza di una guerra quasi ignorata, una guerra civile combattuta in un mulinare di passione, sangue e speranza, come nella tradizione dei poemi cavallereschi, del melodramma e del cinema americano.

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Giuseppe Catozzella (Milano, 1976) è autore di reportage e romanzi tradotti in tutto il mondo, tra cui Alveare (Rizzoli, 2011), Non dirmi che hai paura (Feltrinelli, 2014, vincitore del Premio Strega Giovani) e E tu splendi (Feltrinelli, 2018).

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