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IN BALIA di Marianna Aprile (La nave di Teseo) – un estratto

novembre 29, 2021

“In balia” di Marianna Aprile (La nave di Teseo): pubblichiamo un brano estratto dal romanzo

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Virginia Rocchi è una giornalista freelance quarantenne, immersa in un precariato professionale e sentimentale, entrambi vissuti come sventure. Almeno finché una serie di fortuite circostanze non li svela per quel che sono: scelte inconsapevoli ma in tutto coincidenti con la vera natura di Virginia. Un po’ nomade e irrequieta, perennemente in cerca di segnali da interpretare per orientarsi meglio nel mondo. E sempre a inseguire storie delle vite degli altri che la distraggano dall’occuparsi della propria. Sarà proprio una di queste storie, ricostruita a partire da una spilla da balia avvolta in un cartiglio con l’enigmatica frase “La sua unica colpa è di aver amato un uomo”, che la condurrà in un nuovo capitolo della sua vita, interrogando lei (e la sua sgangherata famiglia di amici) su cosa e quanto si possa perdonare e a chi. Una spilla che riporta a galla una storia di guerra vecchia di oltre 70 anni, che però ha ancora molto da insegnare.

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La prime pagine di “In balia” di Marianna Aprile (La nave di Teseo)

1

I regali delle case

Aveva sempre portato la riga a destra, Virginia. Lì ha una vertigine che fa pazzi i capelli e una cicatrice lunga come una Big Bubble, ricordo di una caduta dalla bici da bambina con annesso vetro conficcato. Uno degli aneddoti che, da grande, avrebbe raccontato ogni volta – cioè quasi sempre – che voleva dare di sé l’immagine della ragazzina cresciuta come un maschiaccio, che si faceva male arrampicandosi sugli alberi e che mai aveva giocato con una bambola. Non di sua sponte, almeno.
Per Virginia, fare una scriminatura perfetta a destra era impossibile, eppure era sempre lì che aveva deciso di farla. Il risultato era una riga imperfetta ma tenace. Come in fondo si sarebbe descritta anche lei. Virginia tendeva a letture assolute di dettagli che per il resto del mondo erano insignificanti, con la convinzione forse un po’ folle e di certo opportunista che incidere su quelli le avrebbe permesso di cambiare, anzi piegare, anche tutto il resto. Una riga – benché storta – a destra, fatta quando tutto avrebbe portato a scegliere di farla a sinistra, la illudeva insomma di poter raddrizzare le cose, con un po’ di impegno, provandoci ogni giorno.
Tra le cose cui tendeva, c’era anche una certa attitudine a rendere più complicata la sua esistenza facendo cose che nessuno le chiedeva di fare e senza guadagnarci nulla. Quando aveva circa trent’anni, la sua analista le aveva detto che il suo problema principale (non l’unico, il principale, il problema-madre da cui tutti gli altri si diramano) era il sadismo contro se stessa.
“Capisci? Non sono masochista, che a esserlo sono bravi tutti, sono sadica contro me stessa. Un sistema un filo più raffinato per garantirsi sofferenze gratuite e on demand,” aveva raccontato ad Anna, la sua migliore amica, come lei atterrata a Milano da Roma, dopo quella seduta con l’analista che proprio lei le aveva imposto di iniziare a frequentare, nella speranza che la cavasse fuori da quella specie di pantano esistenziale in cui l’aveva vista scivolare giorno dopo giorno.
Ma prima che arrivasse quella dottoressa dai modi spicci con i suoi distinguo, che Virginia trovava persino gratificanti (del resto, era sadica contro se stessa), per lei e per chi con lei divideva vita e giornate tutto questo si chiamava solo Lodo Guidonia, dal nome della città, teatro non tanto della nascita del lodo medesimo quanto della sua epifania cosciente. Era stato a Guidonia che Virginia aveva capito di essere fatta così. Cioè male. Ma a fin di bene. Generalmente bene altrui.
Come avesse fatto Guidonia, anonima e un po’ tristanzuola periferia a est di Roma, a diventare il paradigma del suo lodo esistenziale (che poi è l’anagramma di dolo, quindi tutto torna) è presto detto: aveva fornito il pretesto.
Virginia aveva iniziato a lavorare a sedici anni. A diciassette, aveva approfittato di un affare e comprato una Fiat Uno bianca che sarebbe rimasta più o meno ferma a casa dei genitori fino ai diciotto e alla patente. Solo allora, quella libertà parcheggiata si era compiuta davvero. Da quel momento, per lei ogni scusa per uscire era buona: la voglia di crêpes alla Nutella alle dieci di sera, il giornale che aveva dimenticato di comprare, le bollette dei suoi da pagare alla posta. Una vita scandita da impegni sapientemente rateizzati con il solo scopo di salire in macchina e andare da qualche parte che non fosse l’università o la libreria in cui lavorava (ovviamente in nero). Attorno ai vent’anni, la sua amica del cuore Irene le aveva chiesto di farle compagnia ogni giorno in auto, nel tragitto Roma-Guidonia, che copriva per accompagnare il suo fidanzato, non automunito, che lì faceva il servizio civile. Irene non se la sentiva di andare da sola e a Virginia non pesavano quell’alzataccia, la coda ad andare, a tornare, la corsa per arrivare in tempo a lezione e poi al lavoro. Del rientro del principino, alla sera, si era fortunatamente incaricata un’altra task force di cui Virginia non avrebbe fatto parte.
Ovviamente aveva accettato di aiutare l’amica e le due erano andate avanti per un po’ così: Irene passava alle 7 a prenderla con il giovane da scarrozzare; insieme, lo accompagnavano; poi andavano all’università e, dopo pranzo, Irene la riportava a casa, dove Virginia prendeva la sua macchina per andare al lavoro.
Dopo un po’, senza che nessuno glielo avesse chiesto, Virginia aveva sentito se stessa pronunciare la seguente frase: “Ma che senso ha che ci si svegli in due a quell’ora per accompagnarlo? Lo porto io, abitiamo anche vicini…” E così si erano invertiti i ruoli, e quella che ogni mattina, alle 7, si presentava a casa altrui era diventata lei. Casa-Guidonia-Università-lavoro-casa era diventata la sua routine. Era andata avanti per qualche mese. Finché non aveva iniziato a sentirsi scema. Persino lei. Ci aveva messo un po’, ma era successo. E quando era accaduto, timidamente, aveva avuto l’ardire di suggerire al fidanzato di Irene che forse era arrivato il momento di considerare l’idea di patentarsi e automunirsi.
“Non ho i soldi per la scuola guida,” aveva obiettato lui, sottintendendo un Quindi ti tocca continuare con questo trantran.
“Alla crêperie cercano camerieri…” aveva provato a dirgli Virginia.
Ma lui, da sempre sostenitore della separazione delle carriere, era stato categorico: “O studio o lavoro, o una cosa o l’altra.” E infatti non aveva mai lavorato un giorno, a differenza di tutti gli altri del gruppo, Virginia inclusa. Che invece di indignarsi, però, aveva esclamato, con il tono dell’Eureka!: “Ma te li presto io!”
Così aveva fatto, continuando ad accompagnarlo ogni mattina alle 7, mentre lui prendeva lezioni di guida nel pomeriggio, pagandole con i soldi di lei. Anche se sarebbe più corretto dire “con i soldi suoi”, visto che non glieli avrebbe mai restituiti.
Da allora, tutte le volte che le era capitato di accorgersi – in genere troppo tardi – di essersi incasinata le giornate, quasi sempre rimettendoci dei soldi, per far cose che nessuno si aspettava facesse e che comunque non sarebbe stato suo compito fare, Virginia pensava alla strada per Guidonia. Al Lodo Guidonia.
Ci pensava anche al mattino quando, pettinandosi, smadonnava contro la sua riga a destra, imperfetta e non negoziabile, senza considerare neanche l’ipotesi di farla a sinistra.
E ci aveva pensato anche quel mattino svegliandosi a casa di Ilaria, sua cugina, la prima in famiglia a trasferirsi a Milano, che l’aveva ospitata in quella prima notte della sua nuova vita lontana da Roma. Con in testa la solita riga storta oltre a molto altro, Virginia l’aveva salutata di fretta ed era corsa a prendere possesso della sua nuova casa. La sua prima casa milanese. Non esattamente una casa, in verità. Più che altro un sottoscala riadattato, prima a un’idea creativa di abitabilità, quindi alle finanze scarne di Virginia. Era ammobiliato, appena liberato dal precedente inquilino, uomo e single. Nonostante questo, era piuttosto ben tenuto e pulito. Ma lei si era ugualmente imbarcata in una sessione speciale di pulizie radicali, prima di considerarlo pronto a ospitare le quattro cose che aveva traslocato da Roma e che doveva togliere il prima possibile dal garage di Ilaria.
Nel pieno di quelle pulizie, l’angolo più in alto dell’armadio a muro sotto il soppalco le aveva regalato il brivido della sorpresa. A guardarlo nella penombra dell’armadio, sembrava un bigliettino accartocciato, scivolato fuori da chissà quale tasca. Virginia indossava guanti di lattice che le garantivano quella presa di possesso progressiva e protetta che le pulizie dei nuovi nidi richiede, non aveva quindi esitato ad allungarsi in punta di piedi sulla scala e, con il braccio più teso che poteva, ad afferrarlo. Accorgendosi che non era accartocciato ma ripiegato su qualcosa. Lo aveva tastato con i polpastrelli senza intuire cosa ci fosse dentro, quindi lo aveva aperto ed era anche rimasta un po’ delusa nel trovarci una spilla da balia di metallo. Una banalissima spilla da balia di metallo, in tutto simile a quelle che legano i cartellini con il prezzo agli abiti, nei negozi. Forse appena più grande. Eppure diversa. Poi l’occhio era finito sull’interno di quel pezzetto di carta. Una grafia sottile e antica, elegante ma figlia di una mano che avrebbe detto non più salda, ci aveva scritto sopra: La sua unica colpa è aver amato un uomo.
“E mica solo la sua,” le era sfuggito a mezza bocca e alzando un sopracciglio. Aveva poi sorriso a se stessa e alle coincidenze che da sempre non poteva fare a meno di notare. Se Virginia era lì, ora, con guanti di lattice a ravanare tra i cartigli altrui, in quell’equilibrio precario che non dipendeva solo dallo stare in punta di piedi su una scala, era solo perché aveva amato un uomo. Quello giusto per lei e sbagliato per la sua vita, pensava. Anche se anni dopo si sarebbe detta convinta dell’esatto contrario. Lui, l’uomo per cui aveva lasciato tutto quello che chiamava casa per ritrovarsi a doversi convincere di poter dare lo stesso nome a un sottoscala milanese, era stato di certo quello sbagliato per lei ma giusto, perfetto, disegnato per la vita che aveva sempre voluto ma tenacemente ignorato di desiderare.
La sua unica colpa è aver amato un uomo,” aveva ripetuto scendendo dalla scala e rimettendo i piedi in ogni senso di nuovo per terra. Aveva appoggiato sul tavolino accanto al divano cartiglio e spilla, e aveva continuato a pulire con quella frase che le rimbalzava in testa tra ricordi, rimpianti, liti vere del passato e liti future per ora solo immaginate. Quella frase era l’alibi perfetto, ormai inutilizzabile per gli errori già fatti, ma bello e pronto per i prossimi, che tanto non avrebbero tardato ad arrivare. Aveva continuato a lungo a pensare al biglietto e solo dopo ore aveva iniziato a chiedersi perché avvolgesse quella spilla. Che tra i due ci fosse un nesso le era parso fuori di ogni dubbio. Si era quindi riproposta di provare a cercarlo, ma a suo tempo. Ora aveva troppo da pulire, spacchettare, sistemare. E soprattutto, benché fossero solo le 9 del mattino, aveva già l’account di posta pieno di mail dei caporedattori dei giornali con cui collaborava.
(…)

(Riproduzione riservata)

© La nave di Teseo)

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Marianna Aprile studia da antropologa (a La Sapienza) ma inizia presto a fare la giornalista. Dopo una lunga gavetta durante la quale ha scritto – quasi – ovunque, è approdata in Rcs e lavora a “Oggi” dal 2010. Ha firmato importanti esclusive ed è caposervizio nell’ufficio centrale. Ogni tanto, mette un piede in tv. Lo ha fatto da autrice e co-conduttrice del talk politico di Rai3 Millennium (2014), e lo fa da ospite in molte trasmissioni tra cui Otto e mezzo, In Onda, DiMartedì. Nel 2019 ha pubblicato Il grande inganno, sul rapporto tra donne e politica italiana. Conduce ogni giorno con Luca Bottura Forrest, su Radio1.

 

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