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L’ULTIMO SOLDATO DI MUSSOLINI di Andrea Frediani (Newton Compton): incontro con l’autore

novembre 30, 2021

undefined“L’ultimo soldato di Mussolini” di Andrea Frediani (Newton Compton): incontro con l’autore e un brano estratto dal romanzo

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Andrea Frediani È nato a Roma nel 1963. Divulgatore storico tra i più noti d’Italia, ha collaborato con numerose riviste specializzate. Con la Newton Compton ha pubblicato diversi saggi e romanzi storici.

Il nuovo romanzo di Andrea Frediani, pubblicato come i precedenti da Newton Compton, si intitola: “L’ultimo soldato di Mussolini“.

Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…

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«Ci sono argomenti su cui uno storico che faccia il romanziere, prima o poi, finisce per incappare», ha detto Andrea Frediani a Letteratitudine. «Chi, come me, ha scritto in gran parte di Antichità e Medioevo, ma ha una formazione accademica che include la storia moderna e contemporanea, sente il richiamo di ambiti che suscitano tuttora ampi dibattiti e desidera dire la sua. L’ho fatto con l’Olocausto, scrivendo Il bibliotecario di Auschwitz, perché intendevo dare una ricostruzione che tenesse conto dello studio delle fonti e delle testimonianze, non dei pregiudizi ideologici che, oggi, hanno portato a negare perfino l’esistenza delle camere a gas.

Andrea Frediani (Foto di © Gigliola Chistè)

E non potevo non farlo con un altro argomento che tutt’oggi gli italiani non hanno ancora metabolizzato, come la guerra civile. Quella guerra tra partigiani da una parte, e fascisti e nazisti dall’altra, che ha reso gli ultimi venti mesi della Seconda guerra mondiale, almeno per la metà superiore della penisola, i più drammatici del XX secolo.
Devo ammettere che anche io ho affrontato l’argomento con notevole prevenzione. Volevo capire come fosse stato possibile che tanta gente avesse aderito a un regime che si era dimostrato non solo fallimentare, ma anche segnato dalla sudditanza al Terzo Reich. Volevo calarmi nella mente e nell’animo dei repubblichini, per capire cosa li animava, cosa aveva motivato la loro scelta apparentemente assurda. Per me, prima di approfondirne lo studio, parlare di guerra civile era perfino improprio: ero anzi convinto che si trattasse solo di una guerra di liberazione dei partigiani, col sostegno di parte della popolazione, contro un regime di occupazione sostenuto da collaborazionisti. D’altra parte, i fascisti si erano letteralmente dileguati, all’indomani della deposizione di Mussolini dal parte dello stesso Gran Consiglio fascista, ed erano tornati a fare capolino solo col sostegno dei tedeschi. Se guerra civile doveva essere, lo sarebbe stata subito dopo il 25 luglio 1943, quando il Duce era stato messo agli arresti. Ma non c’era stato che qualche episodico tafferuglio, allora.
Tuttavia – e questa è l’ennesima dimostrazione che le posizioni tranchant assunte dai leoni da tastiera su internet altro non sono che una manifestazione di ignoranza sull’argomento su cui dibattono – una volta calatomi nello studio di quei venti mesi, ho scoperto tante sfumature di grigio, tra il bianco e il nero. Intanto, come ha dimostrato Claudio Pavone, nella sua opera Una guerra civile, in quelle circostanze di guerre, in Italia, ve ne furono tre contemporaneamente: una guerra di liberazione, appunto, tra una parte degli italiani e i tedeschi, una guerra civile, tra partigiani e fascisti, e una guerra di classe, tra operai sfruttati dal regime di occupazione e padroni legati essenzialmente al profitto.
Quindi, nell’arco di pochi mesi sono entrato nell’ordine di idee che si possa parlare eccome, di guerra civile. Che poi tale guerra sia una responsabilità di Mussolini, che ha accettato di farsi collaborazionista pur di recuperare una parvenza di potere, spaccando gli italiani in due fazioni, o dei comunisti, come sostengono ancor oggi i fascisti “puri”, convinti che Stalin guidasse le azioni dei principali nuclei di partigiani per scatenare la rivoluzione rossa anche in Italia, per me non dovrebbe essere neppure un quesito da porsi.
L’approfondimento mi ha anche consentito di capire le ragioni di chi ha scelto la parte che la storia ha inequivocabilmente dimostrato come sbagliata. Intanto, va detto che ora noi abbiamo una prospettiva storica, mentre allora i nostri nonni e genitori ne erano privi: loro erano frastornati e confusi da ciò che accadde l’8 settembre, e proprio per questo motivo da quella data e da quegli eventi ho fatto partire la vicenda raccontata nel romanzo. Con le bombe degli angloamericani che gli cadevano sulla testa, col re, il primo ministro e i generali che se la sono data a gambe senza neppure provare a mettersi alla testa del proprio popolo né lasciare ordini chiari, con l’esercito italiano dissolto nell’arco di pochi giorni, e col terror panico – allora davvero presente – che in Italia scoppiasse la rivoluzione comunista, è in parte comprensibile che qualcuno abbia scelto di appoggiarsi a ciò che gli era familiare, ovvero al simulacro di un regime che aveva guidato ogni aspetto della sua vita per vent’anni. E forse si sarebbe alleato perfino col diavolo, pur di non obbedire a un sovrano che lo aveva abbandonato, o a degli alleati che magari gli avevano distrutto casa.
Il mio protagonista è lo specchio della confusione che regnava nell’animo di molti italiani all’epoca. L’ho voluto chiamare Ulisse non solo perché, come membro della Legione d’Assalto M Tagliamento, peregrina da un capo all’altro dell’Italia, da Roma al Bresciano, dal Veneto al Piemonte, ma perché prima di tutto compie un viaggio interiore, per trovare una strada da percorrere che reputi giusta.
Oggi abbiamo le idee più chiare su quale fosse la causa giusta e quella sbagliata, ma allora le cose erano molto più complicate. E lo erano innanzitutto perché i buoni non erano tutti dalla parte giusta e i cattivi da quella sbagliata; ancor oggi la memoria familiare spinge gli italiani a una visione parziale di quei venti mesi: chi ha avuto i nonni che hanno subito le ruberie e le violenze, perfino le esecuzioni sommarie, dei partigiani, avrà un pessimo giudizio del movimento di liberazione; e chi ha avuto la fortuna di avere a che fare con tedeschi ragionevoli penserà che tutto sommato quel regime di occupazione non fosse poi tanto male. Ma provate a chiedere a un familiare di una vittima delle Fosse Ardeatine, degli eccidi di Marzabotto, di Sant’Angelo di Stazzema e di centinaia di altri, e vi dirà che le motivazioni dei partigiani erano sacrosante. Ma non solo: provate a leggere le riflessioni dello stesso Mussolini, e scoprirete che il duce era il primo a riconoscere di non poter muovere un passo senza l’approvazione dei tedeschi.
Il mio protagonista – che si staglia nel romanzo in mezzo a uno stuolo di personaggi cui stavolta ho assegnato il ruolo di meri comprimari – è il veicolo che ho escogitato per viaggiare attraverso le motivazioni, gli istinti e le azioni di ambo le parti; l’ho posto al centro di eventi realmente accaduti, tutti attestati, perfino i più marginali, dalle testimonianze e dagli atti dei processi celebrati contro gli appartenenti alla Legione Tagliamento, che peraltro, pur condannati in qualche caso all’ergastolo, hanno fruito tutti dell’amnistia.
Per quanto sia ricco di personaggi e assai movimentato, L’ultimo soldato di Mussolini è il mio romanzo meno corale e più intimista. Avrei potuto legittimamente chiamarlo “Nella mente di un repubblichino dallo spirito critico”, se avessi voluto suicidarmi editorialmente…»

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Un brano estratto da: “L’ultimo soldato di Mussolini” di Andrea Frediani (Newton Compton)

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Napoli, 8 settembre 1943, ore 19:42

Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’in­tento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate angloamericane. La richiesta è stata accol­ta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo­americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra pro­venienza.

«Ma allora è vero… Quel proclama di Eisenhower non era una burla…», mormorò Ulisse Savino guardando incredulo i compa­gni della batteria Caracciolo della milmart, la Milizia marittima di artiglieria di stanza a Napoli, subito dopo l’annuncio via radio del maresciallo Badoglio.
Il reparto era in agitazione fin dall’annuncio per radio del ge­nerale statunitense, avvenuto un’ora prima, che un radiotelegra­fista si era precipitato a riferire ai camerati. All’inizio, ben pochi si erano mostrati disposti a credere alle sue parole, e perfino gli ufficiali erano convinti che avesse capito male. Ma ora, il proclama del presidente del Consiglio giungeva a dare conferma di quelle supposizioni, aggiungendo però altri elementi che contribuivano a rendere ancor più confusa la situazione.
«Non posso dire che non me lo aspettassi… Ora si tratta di ca­pire cosa vogliono che facciano i generali», commentò con Ulisse Alfio Radaelli, suo compagno di scuola e di musica. «Si parla di reagire ad attacchi di altra provenienza. Vuol dire che dobbiamo combattere subito i tedeschi, se reagiscono? Dobbiamo sparare su quelli a fianco dei quali combattevamo fino a un’ora fa? È così che funziona, il mondo?»
«Non posso dire che mi dispiacerebbe… I tedeschi non li ho mai sopportati», intervenne Ennio Pancaldi, l’altro componente del trio indissolubile che aveva attraversato unito tutte le fasi dell’esi­stenza dei singoli componenti.
«Be’, anche io, lo sai… Ma mi mette un po’ a disagio: come ri­servista, non ho mai ucciso nessuno, ma non credo che avrei avuto difficoltà a sparare contro chi mi è sempre stato indicato come ne­mico. Tuttavia, contro chi mi è stato sempre detto di assecondare, la faccenda cambia… È più probabile che esiti, se me lo trovo di fronte con un mitra puntato», obiettò Alfio.
«E allora creperesti subito, perché i tedeschi non sono per niente teneri, e inoltre obbediscono agli ordini senza pensare, come auto­mi», lo canzonò Ennio.
«Io invece non potrei mai sparargli. Mi sono fatto anche qualche amico tra loro, come sapete… Persone di grande cultura e amore per le arti e la letteratura…», considerò Ulisse.
«…ma non per gli esseri umani, se è vero quello che si dice a proposito di ciò che stanno facendo agli ebrei e ai bolscevichi…», obiettò Ennio.
Alfio annuì, aggiungendo: «Secondo me, sarebbero capaci di fare le stesse cose pure a noi, se non gli servissimo per conquistare il mondo».
«Be’, direi che adesso lo vedremo: sicuramente non lo prende­ranno bene, questo armistizio. Per loro è un tradimento. Speriamo che i nostri comandi sappiano cosa fare: qui c’è il rischio che oltre ai bombardamenti degli angloamericani, ci troviamo ad avere a che fare anche con la vendetta germanica», aggiunse Ennio.
Ulisse si guardò intorno: tra i loro camerati regnava altrettanta confusione. Erano membri della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, tutti convintamente fascisti, e avevano vissuto con fru­strazione la caduta del regime di un mese e mezzo prima. Ed era­no anche in gran parte riservisti e addetti ai servizi sedentari, non reduci dal fronte come altri reparti; e molti, come lui, attendevano con ansia l’occasione di dimostrare una buona volta il proprio va­lore, se non a favore del duce, almeno per la patria.
«Capitano! Ci sono ordini?», chiese qualcuno all’ufficiale in co­mando.
«Ho telegrafato al maggiore, ma neanche lui sa nulla…», rispose il graduato, allargando le braccia sconsolato. «Certo, qui siamo proprio esposti, se le truppe germaniche volessero attaccarci». Poi sparì di nuovo, nel tentativo di ricevere disposizioni via radio.
«Io ho famiglia ad Avellino… Se arrivano ordini di combattere i germanici e loro la prendessero in ostaggio? Credo che dovrei raggiungerla e proteggerla», disse un miliziano campano. La sua considerazione scatenò una ridda di supposizioni, che occuparono il tempo dei volontari per la successiva ora. Anche Ulisse non poté fare a meno di pensare ai suoi affetti; o almeno a quelli che avrebbe dovuto considerare tali. L’istinto lo spingeva verso Roma, l’onore a rimanere nel reparto.
Ma gli ordini per il reparto non arrivavano. E l’agitazione dei mi­liziani cresceva di ora in ora. Sempre più prendevano forma due partiti: quelli che si dichiaravano disposti a obbedire agli ordini e cambiare obiettivo, e quelli che pensavano che l’onore imponesse di mantenersi al fianco dei camerati tedeschi. E la divisione si era pro­dotta anche in seno al trio di amici e musicisti; Ulisse era sconcertato dalla facilità con cui i suoi due compagni si mostravano disposti a cambiare fronte.
Qualcuno dichiarò ingenuamente che avrebbe atteso gli ordini del partito, ma qualcun altro gli fece notare che il partito si era sciolto, anzi liquefatto, all’indomani del 25 luglio, immediatamen­te dopo la destituzione di Mussolini. E quasi nessun fascista aveva reagito, allora. Adesso loro erano a tutti gli effetti membri delle forze armate, non milizia di regime.
Col trascorrere del tempo, si fecero più frequenti le urla di giubilo della gente al di fuori del muro di recinzione della caserma della batteria costiera. Tutti gridavano e facevano festa, nella convinzione che la guerra fosse finita. Ulisse avrebbe voluto essere altrettanto ottimista, ma aveva l’impressione che un nemico da combattere ci sarebbe stato comunque: l’armistizio con gli angloamericani signifi­cava, semplicemente, che l’Italia passava dall’altra parte del fronte.
Si era fatta notte, ormai, e da tempo il capitano non si faceva  vedere. Ulisse esortò i suoi due amici a cercarlo e, insieme, i tre andarono nel caseggiato delle telecomunicazioni. «Hai visto il ca­pitano?», chiesero al radiotelegrafista. Lo trovarono intento a rac­cattare la sua roba e a metterla nello zaino d’ordinanza.
L’uomo li guardò meravigliato. «Non è venuto a dirvi le novità?»
«Quali novità?».
Il camerata esitò, poi disse: «I generali dell’esercito. Non si tro­vano. Non hanno fatto sapere nulla; forse sono addirittura già scappati. Il capitano ha detto che i nostri nuovi alleati sono molto più lontani delle truppe germaniche, così se n’è andato, suggeren­domi di fare altrettanto. Credevo lo avesse detto anche a voi…».
«Andato? E dove?», dissero all’unisono i tre amici.
«Non lo so. A casa sua, suppongo. È di Taranto, beato lui: sarà presto al sicuro, se ci arriva. Io devo arrivare a Treviso, figuratevi», replicò l’uomo.
I miliziani si guardarono sgomenti. Uscirono dal caseggiato qua­si barcollando, come se qualcuno li avesse trattati a suon di pu­gni. Ulisse vide altri con lo zaino in spalla. Alcuni si disputavano i mezzi di locomozione a disposizione del reparto, dalle camionette alle biciclette. Notò scene assai poco edificanti per chi aveva fatto dell’onore la propria ragione di vita.
«Ecco quello che succede ai fascisti senza la guida del Duce…», commentò amaramente.
«Ecco cosa succede all’esercito senza la guida dei suoi generali», gli fece eco Alfio.
«Ecco cosa succede all’Italia senza la guida di un governo», chiosò Ennio.
«Il reparto si sta sfaldando. Non ci resta che tornare a Roma anche noi prima che finisca in mano tedesca», concluse Alfio. «E magari, visto che a Roma ci sono il re e Badoglio, lo stato maggiore dell’esercito e tutti i pezzi grossi, e reparti della Divisione Sassari, dell’Ariete, dei Granatieri di Sardegna, della Piave e il corpo moto­rizzato di Carboni, in tutto almeno sessantamila uomini, i tedeschi non oseranno attaccare e se ne andranno prima di essere chiusi in una morsa dagli angloamericani, e saremo al sicuro».
«Io spero che finisca in mano tedesca!», protestò Ulisse. «E che il re e Badoglio siano portati al cospetto di Hitler a render conto del loro tradimento. Volete davvero combattere per quelli che ci stanno bombardando? Avete scordato quante vittime ha fatto a luglio la distruzione di San Lorenzo? Civili, non soldati! Donne, vecchi e bambini!».
«Continueranno a bombardarci, se non ci schieriamo con loro, è evidente. Ma da parte mia, tendo a temere di più lo spirito di vendetta dei germanici, che degli angloamericani», dichiarò En­nio. «Andiamo a prendere il primo treno disponibile, prima che sia troppo tardi».
«Solo che quello dei tedeschi sarebbe giustificato», obiettò Ulis­se. Ma quando i due amici andarono a fare lo zaino, non gli restò che imitarli.

(Riproduzione riservata)

© Newton Compton

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La scheda del libro: “L’ultimo soldato di Mussolini” di Andrea Frediani (Newton Compton)

undefinedAll’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943, la vita di Ulisse Savino, un reduce della milizia fascista, è distrutta.

Respinto dalla compagna, ignorato dalla stessa figlia, disorientato dalla caduta di Mussolini e del fascismo e pieno di vergogna per il tradimento italiano nei confronti della Germania nazista, non vede vie d’uscita. Ma la creazione della Repubblica di Salò fa rinascere in lui nuove speranze. Unitosi con ritrovato entusiasmo alle file della Legione d’assalto Tagliamento, non vede l’ora di poter affiancare i nazisti nella lotta contro gli Alleati. La realtà che lo attende però è ben diversa e lo porterà a scontrarsi con i partigiani e la popolazione che li sostiene, e a confrontarsi con rastrellamenti, fucilazioni, violenze e soprusi di ogni sorta. Col progredire di questa guerra fratricida, le sue convinzioni cominciano a vacillare; gli eventi di cui è testimone lo spingono a cercare uno scampolo di umanità in un immaginario rapporto con la figlia, e I suoi occhi prendono a guardare in modo diverso coloro che si battono per liberare l’Italia dal giogo del nazifascismo.

Un autore da oltre 1 milione di copie
Uno straordinario romanzo sul periodo più buio della nostra storia

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Andrea Frediani È nato a Roma nel 1963. Divulgatore storico tra i più noti d’Italia, ha collaborato con numerose riviste specializzate. Con la Newton Compton ha pubblicato diversi saggi e romanzi storici, tra i quali: Jerusalem; Un eroe per l’impero romano; la trilogia Dictator (L’ombra di Cesare, Il nemico di Cesare e Il trionfo di Cesare, quest’ultimo vincitore del Premio Selezione Bancarella 2011); Marathon; La dinastia; 300 guerrieri; 300. Nascita di un impero; I 300 di Roma; Missione impossibile; L’enigma del gesuita. Ha firmato le serie Gli invincibili e Roma Caput Mundi; i thriller storici Il custode dei 99 manoscritti e La spia dei Borgia; Lo chiamavano Gladiatore, con Massimo Lugli; Il cospiratore; La guerra infinita; Il bibliotecario di Auschwitz; I tre cavalieri di Roma e Attacco all’impero, primi volumi della Invasion Saga, I Lupi di Roma e L’ultimo soldato di Mussolini. Le sue opere sono state tradotte in sette lingue. Il suo sito è www.andreafrediani.it

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