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LE SICILIANE di Gaetano Savatteri (Laterza) – recensione

dicembre 3, 2021

“le siciliane” di Gaetano Savatteri (Laterza)

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Femmine di ferro e di fuoco

di Tea Ranno

Delle siciliane ormai si parla, e non solo in accostamento a realtà malavitose che le hanno fatte eroine del bene o del male; ci sono scrittrici, imprenditrici, registe, attrici, mediche, poete, poliziotte, avvocate, scienziate e via discorrendo: belle figure di donna che attirano su di loro fari di benevolenza, ammirazione e rispetto (nel senso più puro del termine). Ma, basta voltarsi indietro, guardare a un passato non troppo remoto, ed ecco che la Sicilia femmina appare come una nera massa indistinta: scialli, manti, grembiuli, ignoranza, analfabetismo, sottomissione a un capofamiglia – capobranco – che esercita indiscussamente la sua potestà. È come se la figlia femmina principale di Sicilia – la Muntagna – avesse sfiatato sopra le sorelle tanta di quella cenere da renderle, appunto, invisibili.
Non è così, noi siciliane lo sappiamo, ci conosciamo, sappiamo che da sempre siamo femmine di ferro e di fuoco, alimentate dalla linfa magmatica di quella sorella madre che è appunto Etna, e se ci sono stati tempi in cui l’esercizio della libertà era ostacolato da lacci, pastoie e remore, non è stato così per tutte, anzi, la leggenda, l’aneddotica, ma anche la storia – cose giuste – brulicano di questa effervescenza femminina che lo stereotipo ha però incoperchiato: nero, quindi, cenere, vita accupata, vita sottomessa, vita non vita… Così è, se vi pare, e arrivederci e baci.
Quando ho cominciato a leggere le siciliane di Gaetano Savatteri ho avuto la sensazione che una forte tramontana soffiasse sopra la polvere e la disperdesse, eliminando l’indistinzione, l’omologazione, i luoghi comuni e l’approssimazione,  che rivelasse le siciliane per quello che sono state, per quello che sono. Il vento soffiava e comparivano i colori: il turchese, l’oro, lo smeraldino, il topazio, il blu oltremare e il rubino, il malva e il vermiglio, capelli rossi, capelli biondi, occhi di cielo e occhi di miele, bocche che non tacciono, mani che si sciolgono dai lacci, piedi che scalciano le pastoie, donne chiuse in corpi d’uomo che riescono a sposare donne di cui sono innamorate (così Pina che nel 1868 diventa Pino), donne che si mettono i pantaloni per farsi braccianti e inquisitori illuminati (quanti pochi?) che non le issano sulla catasta ardente, la bella che s’imbruttisce per esigenze di copione e al copione, però, soccombe, la sordomuta che sa leggere e scrivere e gestisce patrimoni (Marianna, chi non la ricorda?), Rosaria che intima ai mafiosi d’inginocchiarsi, Serafina dalla lingua precisa e tagliente nel pretendere Giustizia contro gli assassini del figlio, Franca che si ribella al matrimonio riparatore e avvia un processo di liberazione per tutte, Macalda, la prima campionessa di scacchi (era il 1300 circa), Alessandra amante di D’Annunzio, Elvira (la Signora delle storie, meglio intesa come zarina, perché sa comandare), e poi Giovanna, Eleonora, Clotilde, Goliarda, Marianna, Rita, Leoluchina, Francisca, e Laura e Giuliana… Nomi che sono corpi che animano lo spazio in cui operano, intelligenze capaci di far progredire la porzione di mondo a cui, per nascita o per scelta, appartengono.
Mi è piaciuto il modo in cui Gaetano Savatteri ha saputo raccontare le siciliane che compaiono nel suo libro (in realtà sono suggerimenti di esistenze che poi ciascuno, se e quando vorrà, potrà approfondire), il suo pudore espresso in queste poche righe: “(…) mi allarma dover parlare e scrivere delle vite degli altri. E temo che una frase, una parola o una metafora possano essere sbrigative e sbagliate quando cercano di contenere pezzi di vita che invece sono sempre più frastagliati, più ardui, più ambigui”. Perché le esistenze, continua, sono più vaste e modulate di quanto possa essere restituito dalla parola scritta.
Mi è piaciuta la sua ironia, i suoi incipit di capitolo che partono da lontano prima di planare sulla donna a cui – per qualche riga, per qualche pagina – si dedica.
Mi è piaciuta, soprattutto, la sua risposta alla mia domanda – abbiamo conversato insieme a Messina, su invito della magnifica Daniela Bonanzinga – su quanto residua in lui delle donne che ha raccontato: “Senza di loro sarei peggiore: sicuramente più povero d’animo, più triste”.

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La scheda del libro: “le siciliane” di Gaetano Savatteri (Laterza)

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