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IL DOLORE È UNA COSA CON LE PIUME di Max Porter (Guanda)

dicembre 9, 2021

“Il dolore è una cosa con le piume” di Max Porter (Guanda)

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di Antonio Ciravolo

Bisogna andare indietro di qualche anno, perché delle volte serve, e risalire a un libretto che sembra strappato via dal torace di un uomo innamorato che canta sotto la pioggia. Questo libretto è Il dolore è una cosa con le piume, di Max Porter.
Un corvo nero, gigante, plana a consolazione, consolidazione, sugello di una perdita. Un uomo che studia Ted Hughes, due figli, una donna che se n’è andata. La morte come spazio interposto tra piume in volo, nere, di un corvo che gracchia e dice che è vero, quella donna non c’è più, quella mamma non tornerà, e che lui invece è arrivato e sta lì, fino a quando ce ne sarà bisogno. La disperazione poetica, mai stucchevole, nessun piagnisteo per questa opera epidermica e piumata, che si attacca al lutto che ancora abbiamo da provare. Si legge di chi non c’è, l’evocazione amorevole a ogni singulto della donna mancante che si è portata via il sostegno dell’esistenza – il formulario della felicità – tanto che “La casa diventa un’enciclopedia fisica di non più lei”. Si assiste alla adesione libidica verso il perduto e anche se “gli uomini non abbandonano volentieri una posizione libidica” arriva un pennuto nero che strazia lo strazio e dice che fin quando non si torna a volare si può pure rimanere lì, a rivoltarsi tra i rifiuti, fintanto che è dagli scarti che ci si comincia a riciclare.
Qui il dolore è fluido, non ha padrone, passa tra un foglio e un altro, tra un figlio e un altro, senza che si riesca a capire chi sia chi. Perché non importa. Il dolore è fluido e non a caso c’è il dramma riflesso dello Hughes poeta, delle sue donne morte: le sue poetesse. Il corvo è come lo si aspetta. Dalla dura sincerità, dalla beccata astuta, un po’ ghigno e un po’ anima.
Una patina a stelle e piume che ferisce con docilità e si para immobile a dire pena: la parola ‘pena’.
“Piangere di fronte a te è la cosa peggiore che potrei fare” (cantava la Rizzo di Grease) e c’è questa dignità muta e immutabile in questa famiglia trittico fatta di lui padre e di loro figli senza di lei. Fatta di uno sgabello senza un piede, che tiene, nonostante tutto, a tre.
Ho avuto la fortuna di leggere questo testo in un solo giorno, sull’Etna innevata, a milleottocento metri, per un mestiere solitario, sei giorni dopo il primo lockdown. Ricordo la passeggiata con il sole che calava. Nelle orecchie, ironicamente, l’inno dei Waterboys (that was the river, this is the sea) e tutto era bianco di neve e tutto crepitava di neve. Poi volò un corvo e si appollaiò su uno steccato. Gracchiò dopo qualche secondo. Alla fine sparì. Il dolore arriva nero, sul bianco, scrive, dice. Parola su parola, lettera dopo lettera. Scrive, perché qualcuno, qualcosa, ha prima scritto. Si colmano le pause, risuona l’eco della memoria nelle mancanze, voragini, spazi tra le cose dette. Siamo scritti dal dolore per dire dell’amore.
Pain was the river, love is the sea

“Il dolore è una cosa con le piume”
Max Porter
Guanda, 2016

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La scheda del libro: “Il dolore è una cosa con le piume” di Max Porter (Guanda)

Il dolore è una cosa con le piume - Max Porter - copertinaUna sofferenza indicibile che travolge e stordisce. Un uomo, studioso di Ted Hughes, è rimasto solo con i due figli, nella loro casa di Londra, dopo la morte della moglie. I tre devono fare i conti con un tempo che si è fermato, con un dolore ingombrante come una presenza. Fino alla visita inaspettata di uno strano personaggio che ha le piume e l’aspetto di un corvo. Un corvo dotato di un feroce senso dell’umorismo, un po’ babysitter, un po’ terapeuta, ma soprattutto amico. Un corvo che potrebbe aiutarli a venire a patti con la sofferenza e a dare un senso a un evento terribile. Sogno o realtà? Quello che è certo è che i ricordi feriscono, ma a poco a poco leniscono anche. E giorno dopo giorno il tempo ricomincia a scorrere.

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