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HO UCCISO di Emiliano Pianini (Newton Compton): esordi letterari

dicembre 13, 2021

undefined“Ho ucciso” di Emiliano Pianini (Newton Compton): incontro con l’autore e un brano estratto dal romanzo

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Emiliano Pianini  è nato a Carrara nel 1974 e da oltre sedici anni svolge la professione di avvocato. Ha una passione per la storia e per l’Inter. Quella per la scrittura risale al primo anno di scuola media, quando l’insegnante di italiano organizzò una piccola biblioteca: ognuno avrebbe dovuto portare un libro da scambiare con i compagni. L’incontro con La famosa invasione degli orsi in Sicilia, di Dino Buzzati, primo romanzo che gli capitò tra le mani, fu per lui decisivo.

Ho ucciso” è il romanzo d’esordio di Emiliano Pianini, incentrato su un brutale omicidio nella Carrara occupata dai nazisti.

Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…

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«La mia città, il posto nel quale ho ambientato il romanzo, per quanto facilmente riconoscibile, all’inizio è solo un contenitore, un paradigma delle passioni scatenate dalla guerra», ha detto Emiliano Pianini a Letteratitudine. «Carrara, con le montagne che la chiudono e il mare che la apre al mondo, ha sempre avuto un carattere del tutto particolare: credo sia l’unico luogo sulla terra in cui non esiste il monumento a un sovrano, ma ne è stato eretto uno al solo regicida che ha agito senza l’intenzione di prendere il posto della sua vittima.
Nello sviluppo della trama ho cercato di mettere queste peculiarità al servizio di ciò che più mi interessa: l’uomo.
La breve citazione di Camus che apre il libro racconta perfettamente le mie intenzioni: l’essere solo “una possibilità infinita” e, al contempo, i responsabili infiniti di quella possibilità ci rende ricchi e, come tali, molto esposti alla voracità dei cantastorie.
L’aspetto più interessante sta proprio lì, nel rapporto tra ciò che è fattibile (la possibilità) e ciò che viene fatto (la responsabilità).
La ricchezza, pur traducendosi in una gamma incalcolabile di combinazioni e di conseguenze, si riduce a un’unica pulsione primordiale: la violenza.
Per quante classificazioni se ne possano fare (diretta e indiretta, fisica o psicologica) la violenza ci appartiene. La guerra, che sia mondiale o di quartiere, è sempre con noi. Non esiste essere umano che non abbia dovuto lottare, anche solo interiormente, per ottenere qualcosa, persino da se stesso.
Nel cinema (un’altra delle mie grandi passioni) l’interiorità, la profondità, il senso di colpa – premesse e conseguenze della violenza – sono stati introdotti con l’avvento del sonoro, ma nelle pagine di un libro questo problema non si è mai posto: i testi, tutti i testi, hanno sempre contenuto l’intera, vivida rappresentazione degli istinti umani più irrefrenabili.
Ho girato attorno al tema della colpa (una sovrastruttura nata con l’evoluzione) per evidenziarne la causa scatenante, quella che i sociologi definiscono “tensione competitiva” (un sentimento innato).
Un pavido non è potenzialmente intrepido, un timido non sarà mai realmente disinibito, ma chiunque può essere molto, molto violento.
Questo è il vero filo conduttore del mio romanzo, e alcuni episodi storici – la costruzione della Linea Gotica, i ripetuti bombardamenti e la rivolta delle donne carraresi, o meglio, carrarine – mi hanno permesso di plasmare personaggi interiormente complessi.
Intendiamoci, si tratta pur sempre di un noir, con i suoi cliché vecchi come il mondo, in cui i destini di protagonisti e antagonisti sono indissolubilmente legati; ciò che ho fatto è stato costruire per poi assottigliare; creare l’eroe (o forse l’antieroe) per metterlo in discussione.
Ermanno Luci, il brigadiere dei Carabinieri incaricato delle indagini, e gli altri personaggi mettono alla prova soprattutto se stessi. Il luogo che per quasi tutto il libro non ho avuto bisogno di nominare è stato il teatro perfetto in cui rappresentare lo scontro, ideologico ma anche intimo, personale.
Solo alla fine ho sentito il bisogno di ridare alla mia città una connotazione geografica, facendola tornare a essere quell’insieme di strade, chiese e palazzi che amo».

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Un brano estratto da “Ho ucciso” di Emiliano Pianini (Newton Compton)

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Primo giorno
11 maggio, 07:12

Ermanno si svegliò presto quel mattino. L’aria calda dei primi giorni di maggio, aiutata da un timido raggio di sole che si sforzava di entrare dalle persiane ancora chiuse, aveva già invaso la piccola camera.
La stanza era spartana, arredata con pochi mobili vecchi. Il centro era occupato da un letto a una sola piazza e da una sedia sfondata, con la giacca di una divisa appesa allo schienale. Di fianco alla porta d’ingresso campeggiava un armadio malconcio; un’anta rotta ciondolava come se fosse sul punto di staccarsi, mentre l’altra era chiusa con cura. All’interno, appesi, pochi abiti, due camicie bianche sdrucite, la fondina di un’arma da fuoco con dentro una Beretta calibro 9 e un cappello d’ordinanza vicino a un paio di pantaloni con le bande rosse.
Accanto al letto, un piccolo comodino sul quale una foto datata raffigurava due giovani sposi con un bambino paffuto, agghindato e pettinato con un buffo tirabaci, alla moda del tempo.
Lei sorrideva spensierata con in braccio suo figlio, mentre il marito appariva malinconico.
Ermanno, ancora disteso sul materasso, passò delicatamente il pollice sul vetro alla ricerca del contatto con il viso dei genitori.
Quel gesto così tenero gli procurò una fitta al costato. Sentì arrivare la tosse e si mise seduto per tentare di attutire il fastidio. Su una piccola cassettiera erano appoggiati uno specchio piuttosto rovinato, una bacinella di ceramica e una brocca sbeccata colma d’acqua.
Si alzò per aprire le finestre e lasciare finalmente che il calore addolcisse il suo corpo ancora indolenzito dal lungo e sofferto inverno.
Ermanno Luci aveva trentatré anni nella primavera del 1944; era nato in un piccolo borgo sull’Appennino che aveva lasciato appena era stato possibile e, dopo pochi mesi di addestra- mento a Como, aveva preso servizio in quella città così vicina al mondo e così lontana dai proclami del Ventennio. Era un carabiniere, lo era prima ancora di diventarlo.
Versò un po’ d’acqua nella bacinella e si bagnò con cura prima il viso, poi il collo e le spalle ancora appesantite dalla lunga serata passata di ronda.
“Nessun allarme, abitanti tranquilli, pochi crucchi… niente male”, pensò.
Spesso era stato costretto, di notte, all’improvviso, a saltare sulla camionetta per correre a valle. Benché gran parte della popolazione fosse sfollata nel centro storico, qualcuno era rimasto giù, tra il porto e la stazione, nella zona più vulnerabile.
Da carabiniere semplice era stato trasferito lì nell’inverno del 1938. Con l’inizio del conflitto molti dei suoi colleghi erano morti e lui, per carenza di organico, o forse per i meriti guadagnati sul campo, era diventato brigadiere.
Al principio non era stato facile. Appena arrivato aveva dovuto fare i conti con la diffidenza della gente del posto. Non c’era nulla da fare: monarchici, rigore e divise non erano ben visti da quelle parti. I più avevano mantenuto il carattere delle antiche popolazioni della zona che avevano preferito la deportazione di massa alla sottomissione all’Impero Romano. Repubblica era la parola che molti pronunciavano davanti a un bicchiere di vino nelle osterie; autodeterminazione e anarchia erano il sogno di altri.
Certo, col tempo, alcuni non si erano lasciati sfuggire l’occasione e avevano aderito al partito fascista. Come in altre parti d’Italia la divisa nera dei Mai Morti aveva attirato la voglia di rivalsa di parecchi giovani, ma la stragrande maggioranza della gente aveva subito, non sempre in silenzio.
Gli squadristi del Duce sistemavano i conti in sospeso; le torture, non solo corporali, erano all’ordine del giorno. Parecchie persone, dichiaratamente contro il regime, erano dovute scappare e adesso, probabilmente, si erano unite alle formazioni partigiane nascoste sui monti sopra la città. Le cascate di marmo bianco, da sempre principale risorsa del posto, ora proteggevano la lotta armata all’esercito tedesco.
Nel ’44, con l’inizio della bella stagione, gli attacchi si erano fatti sempre più frequenti. Dai primi d’aprile erano stati uccisi sette soldati tedeschi e la rappresaglia era stata durissima: tre italiani ammazzati per ogni uomo della Wehrmacht morto. E così, ventuno persone avevano perso la vita, fucilate in strada senza alcuna colpa.
Ermanno indossò la divisa, sistemò il cappello, agganciò la fondina sul fianco sinistro e uscì di fretta per raggiungere la vicina caserma.
Fuori l’aria era meno soffocante e l’atmosfera sembrava migliore del solito. Uscendo dal portone incontrò due anziani che stavano parlottando a denti stretti.
«Buongiorno brigadiere!», fece uno toccandosi la tesa del cappello con la mano destra. L’altro che, preso dalla conversazione, non aveva notato l’arrivo del carabiniere, si affrettò a salutare con un impercettibile movimento del capo.
«Buongiorno a loro, signori. Che si racconta nelle cantine del vecchio Baluardo?».
I due uomini rimasero di sasso per un attimo; poi, il più lesto si affrettò a rispondere.
«Le cantine del Baluardo? Ma, brigadiere, sono anni che non vado da quelle parti. Voi sapete bene che per arrivarci si deve andare in salita e le mie povere gambe… E poi, quali cantine? Non devo certo essere io a ricordarvi che ormai nessuno vende più vino!».
Ermanno accennò un sorriso e con passo svelto si avviò al lavoro. Sentiva i loro occhi sulla schiena, sapeva che fino alla svolta della strada non lo avrebbero perso di vista. Il Baluardo era il luogo in cui spesso, di notte, si riunivano i nemici dell’esercito occupante: come l’anziano aveva prontamente ricordato, era la parte più alta del centro storico e l’unico modo per raggiungere i numerosissimi seminterrati era inerpicarsi per i vicoli stretti. Da lì spesso partivano le informazioni che le donne, con la scusa di andare a trovare qualche parente nelle piccole frazioni montane, portavano ai partigiani.
Il comando dei carabinieri si trovava in pieno centro. L’edificio, che senza dubbio aveva visto tempi migliori, affacciava su una piazza a pianta rettangolare contornata a sud da un antico castello ormai inglobato in un palazzo dell’Ottocento e a nord da una costruzione a ferro di cavallo che era stata sede di una scuola. L’enorme spazio era raggiungibile da alcune scalinate che congiungevano i differenti livelli della città. Subito sotto, una piccola via ricca di palazzi del secolo precedente, in totale stato d’abbandono, era chiusa, verso la montagna, da una chiesa, mentre dalla parte opposta si apriva sul retro del castello e su un gruppo di case. Tutto tra quelle strade ricordava la fatica con la quale la terra era stata strappata alle pendici delle Apuane.
Arrivato sul portone della caserma, Ermanno fu salutato dal giovane piantone che scattò sull’attenti con l’aria stanca di chi ha trascorso la notte in piedi in una stretta garitta.
Il suo viso lentigginoso sembrava essersi dilatato. «Comodo, comodo Mandelli. Stanotte tutto tranquillo?» «Tutto tranquillo brigadiere, ma stamani…».
Il giovane trascinava le parole e appariva più insicuro del solito.
«Ma stamani?», lo incalzò lui lottando con il senso di compassione per lo sfinimento dell’altro.
«Be’, brigadiere, stamani mi è sembrato che il maresciallo Ferraris fosse preoccupato, era molto distante. È rientrato in caserma dieci minuti fa e, quando l’ho salutato, non ha neppure alzato lo sguardo».
«Ora vado a vedere che succede. Nel frattempo, chiama Bragadin e digli di darti il cambio… sei esausto!».
«Subito brigadiere, comandi brigadiere!».
Luca Mandelli aveva appena vent’anni; era stato assegnato a quella caserma da poco più di due mesi ed evidentemente non era ancora pronto per la situazione.
“E quando mai si è pronti per un momento del genere?”, rifletté Ermanno salendo la grande scala che l’avrebbe con- dotto al cospetto del suo superiore.
Quando sentì bussare alla porta il maresciallo Ferraris stava fumando nervosamente una sigaretta seduto alla scrivania.
«Avanti!».
Ermanno entrò e salutò portandosi di scatto il palmo della mano destra alla fronte.
«Buongiorno brigadiere, venite, accomodatevi. Ci sono importanti novità. Ho appena ricevuto notizia dal comando tedesco che stanotte c’è stato un omicidio a Villa Bigotti. Il conte e sua moglie sono stati ritrovati massacrati nella loro camera da letto. Purtroppo, pare che i nostri amici con la divisa grigia si siano messi in mente che si tratti di un’azione dei partigiani ma, a ogni buon conto, vogliono che anche una nostra pattuglia si rechi sul posto».
«Ma se si tratta di un’azione…».
«Non mi interrompete, per favore! Prendete un uomo e presentatevi immediatamente a Villa Bigotti, il capitano Korpling vi aspetta sul posto».
Il brigadiere scattò nuovamente sull’attenti e fece per allontanarsi, ma il superiore richiamò la sua attenzione.
«Ah brigadiere, state in campana, i crucchi sono al completo, c’è anche un ufficiale delle SS!».
Mandelli aveva ragione, il maresciallo sembrava distante. Ermanno non poté fare a meno di pensare a suo padre, costretto a combattere nella Grande Guerra. Il suo vecchio aveva portato a casa la pelle, ma l’uomo riapparso sulla porta era profondamente diverso da quello partito quasi due anni prima. Molti in paese non avevano fatto ritorno: il campo santo era colmo di lapidi con foto di ragazzi in divisa e spesso lui, da bambino, si era fermato a lungo davanti a quei volti.
Nell’autunno del 1918 la guerra era finita, l’Italia aveva vinto, così dicevano i giornali.
Giuseppe Luci aveva lottato, aveva respinto il nemico assieme alle facce del cimitero, ma aveva perso la sua battaglia: gli orrori del conflitto avevano preso possesso della sua mente, lascandolo in uno stato di malinconica apatia, simile a quella appena manifestata dal maresciallo.
Ermanno, senza riuscire a nascondere il disappunto, uscì velocemente e chiamò a gran voce l’appuntato che schizzò fuori da una delle stanze lungo il corridoio.
«Comandi brigadiere!».
«Paladini, vai a prendere la camionetta, scendiamo a valle!». Luci lesse nei profondi occhi marroni del sottoposto la voglia di domandare cosa fosse successo, ma non poté non apprezzare il fatto che l’altro, appena ricevuto l’ordine, si fosse avviato verso la rimessa della caserma.
“Sarà una lunga giornata… l’ennesima!”, pensò prima di trovarsi nuovamente in strada.

(Riproduzione riservata)

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La scheda del libro: “Ho ucciso” di Emiliano Pianini (Newton Compton)

Ho ucciso - Emiliano Pianini - copertinaCarrara, maggio 1944. La città è sotto il controllo delle truppe tedesche, in grande agitazione per l’imminente avanzata degli Alleati. Una notte, i conti Bigotti, molto vicini al regime fascista, vengono trucidati nella loro villa. Sul muro della stanza da letto delle vittime è stata scritta col sangue una frase di stampo anarchico e i nazisti pensano subito a un’azione partigiana. Viene quindi lanciato un crudele ultimatum: o l’assassino verrà trovato entro due giorni, o a farne le spese saranno i civili. Il maresciallo dei carabinieri, Attilio Ferraris, affida le indagini al brigadiere Ermanno Luci. Il caso, già di per sé insidioso, è complicato ulteriormente dalla pressione tedesca. Ben presto, Luci e Ferraris si rendono conto di essere l’ultimo baluardo che si frappone tra i già provati cittadini di Carrara e la furia degli occupanti. Il tempo a disposizione per risolvere il caso prima della rappresaglia è davvero agli sgoccioli: i due carabinieri dovranno prendere delle decisioni drastiche, per poter salvare degli innocenti.

 

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