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IN PRINCIPIO FU IL MALE di Davide Gatto (Manni): incontro con l’autore

dicembre 20, 2021

“In principio fu il male” di Davide Gatto (Manni): incontro con l’autore e un brano estratto dal romanzo

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Davide Gatto è nato nel 1961 a Milano. Vive in Puglia, a Francavilla Fontana, dove insegna Lettere in un liceo. Ha partecipato alla redazione della Enciclopedia della filosofia e delle scienze umane Compact De Agostini scrivendo le voci relative agli autori della letteratura cristiana antica, greca e latina. Collabora con “Nazione Indiana”, “minima&moralia” e altre riviste on line.

Manni ha appena pubblicato il nuovo romanzo di Davide Gatto. Si intitola: In principio fu il male. Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…

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«Questo libro è in fondo figlio di un sogno di molti anni fa che, stranamente, ha continuato a brillare di nitidezza anche dopo il risveglio», ha detto Davide Gatto a Letteratitudine, «costringendomi di fatto ad annotarlo e a raccogliere la sfida del suo enigma: in uno scenario paurosamente bianco di neve senza fine, in soccorso di noialtri bravi ragazzi apparivano, come sgangherati angeli del Bene, i giovinastri del nostro quartiere che più avevamo temuto.
Attraverso la filigrana del sogno, e delle molte letture e approfondimenti che esso negli anni ha stimolato, ho potuto osservare quanto la nostra civiltà e la nostra stessa vitalità siano debitrici verso i trasgressori dell’ordine: rovesciando provocatoriamente l’incipit giovanneo, dunque, in principio fu – ed è – il male, non il Verbo.
Il libro fonde pertanto narrazione e un’indagine sul male che, condotta sulla mia memoria degli anni Settanta, adotta però il punto di vista critico e sofferente di una donna ormai cinquantenne, Lorena, ripetutamente tradita e ora anche abbandonata dal marito. Se infatti nessun essere umano è immune dalla fascinazione del male, la donna ama maggiormente esserne testimone e divulgatrice piuttosto che praticarlo o reagirvi direttamente, mantenendo così quella distanza che sola consente di pensarlo a fondo.
Non volevo però un romanzo psicologico, né a tesi, estranei l’uno e l’altro alla caotica vivacità del mondo esterno, e così ho come immerso i capitoli di soliloquio riflessivo – di Lorena, ma anche del dottor Giavazzi, il medico-filosofo – dentro un flusso, pur scandito, di capitoli più schiettamente narrativi che offrissero il materiale vivo della riflessione.
Questi sembrano poi a tutti gli effetti dei racconti autonomi, non fosse per i personaggi che ricorrono dall’uno all’altro e per lo scenario che essi condividono, quello appunto del Quartiere – con la maiuscola, emblematicamente –, tra nebbia, molta marginalità e chiacchiericcio morboso su preti pedofili, bambine stuprate e uccise, drogati e spacciatori, finanche su operai fiancheggiatori delle BR all’interno delle Acciaierie Falck.
Il libro nasce inoltre fin dalla prima intenzione anche come proposta concreta di superamento dell’impasse di stile e di forma che a mio giudizio affligge la narrativa contemporanea, anacronisticamente centrata ancora sul narratore in prima persona e sulla paternità indiscutibile delle battute dialogiche dirette.
La sconfinata melassa comunicativa in cui il potenziamento e la diffusione dei dispositivi tecnologici ci ha sprofondato ha infatti interrotto il collegamento tra l’Io che parla e il discorso che questi proferisce, mettendo in circolo parole, frasi, opinioni, persino saperi che non si sa più esattamente a quale autore ricondurre.
Nei capitoli narrativi ho quindi deciso di adottare per questi tempi nostri di discorsi senza padrone un narratore “neutro” che dietro lo schermo del “si dice” o “si diceva” restituisse intatto il turbinio delle versioni, delle varianti e delle interpretazioni diffuse, integrando nel flusso narrativo anche le poche residue battute dirette.
Ho lavorato molto, in definitiva, sulla significatività delle forme, che credo costituiscano il cuore della letteratura come arte».

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Un brano estratto da “In principio fu il male” di Davide Gatto (Manni) – (pp. 243-246)

Due

L’apprendista pasticciere che si sognava ammiraglio

Era stato in una tiepida notte di ottobre, si diceva, mentre la pioggia cadeva fitta e continua e sull’asfalto di strade e marciapiedi brillavano incerte le chiazze giallastre dei lampioni, Max pare se ne stesse senza sonno sul balcone di casa a sbuffare il fumo dell’ennesima sigaretta in faccia all’acqua che rigava lo sfondo nero quando davanti ai suoi occhi si era parato uno spettacolo che gli aveva sconvolto letteralmente l’esistenza, tutto quello che sarebbe venuto dopo nulla più avrebbe avuto a che fare con quello che era stato prima, si dice impropriamente che nascere è uno shock, tanti sono gli eventi, tanti i battesimi di fuoco, vivere è subire lo shock della nascita un numero infinito di volte.
Naturalmente in un Quartiere in cui le voci si incontravano si scontravano e si attraversavano come banchi di nebbia in fuga non mancava chi faceva notare che c’era un antefatto, che lo spettacolo che aveva paralizzato il buon Max dietro l’alta siepe di lauro che trincerava il suo balcone non era affatto inaspettato, ciò che era sfilato davanti ai suoi occhi come la brutta scena di un incubo era anzi la materializzazione di un timore che già da qualche tempo gli si era disciolto nel sangue come un veleno, e capitava allora di ascoltare qua e là per le strade e per i cortili sonnacchiosi del Quartiere la ricostruzione dell’intera catena degli eventi, avvincente come la pellicola di un maestro del brivido o come un film d’avventura, c’era da non credere che persino Max faccia di luna, tondo e bonario come richiedeva la sua professione di apprendista-pasticciere, aveva potuto diventare un eroe perseguitato degno di competere con Steve McQuinn e con Paul Newman, probabilmente tra gli avventori spenti della Cantina di Gennaro e tra le grigie massaie del mercato molti avranno pensato con l’occhio finalmente vivo che anche a loro dunque poteva toccare da un momento all’altro di intraprendere un corpo a corpo con il male, ma domani, meglio domani la settimana prossima o il prossimo mese, intanto potevano godersi le sciagure e le tribolazioni di quel povero disgraziato di Max.
Antefatto o non antefatto ad ogni modo la storia di Max cominciava sempre da quella notte di pioggia diritta e di luci mezzo affogate nel nero delle pozzanghere, sbaglia chi pensa che sia una questione di tecnica narrativa, da sempre si racconta per rompere la monotonia dell’esistenza, un fattaccio manda in frantumi l’ordine di cristallo di una comunità, un predatore solitario riga di sangue la gialla distesa del deserto, non si può non partire da quel sangue e dalla palma rigogliosa che vi svetta sopra, tutta la striscia dell’oasi che rompe il deserto è figlia del sangue versato e di quella prima palma, difficile dire a questo punto se siano gli antefatti a determinare il fatto o se sia piuttosto il fatto a dare forma retrospettiva agli antefatti, se abbia ragione lo storico o quel romanziere nato che è l’uomo, comunque sia l’inquadratura iniziale del film di Max, un film rigorosamente in bianco e nero, ritraeva la sua sagoma scura dietro il recinto di frasche del balconcino al terzo piano, e sbuffi di fumo denso soffiato verso l’alto, e poi, con un rapido cambio di prospettiva, la strada sotto e il marciapiedi più lontano tremolanti di luce e di pioggia, e un uomo, un uomo solo con un largo ombrello nero che camminava lentamente, chissà cosa stava per accadere a quell’uomo, chissà.
Pare che l’ammiraglio Max quella sera avesse rinunciato a bazzicare come al solito i giardinetti degli spacciatori e gli angoli bui del Quartiere, sotto al portico della Cantina invano la Lilli scrutava dentro il nero brillante di pioggia alla ricerca della caratteristica blusa blu da marinaio chiusa da una doppia fila di bottoni dorati che aveva meritato ad un modesto pasticciere nientemeno che il titolo di ammiraglio, Dove cazzo si è ficcato Max?, vuoi vedere che proprio stasera non viene?, e camminava nervosamente quel fiorellino e ficcava gli occhi nella pioggia già prossima alla paranoia, ma Max per l’appunto quella sera non aveva alcuna intenzione di calarsi nell’inferno, si accontentava di guardarlo spaurito dall’alto e asserragliato dietro le foglie larghe e dure del lauro, con arduo sforzo di immaginazione e di immedesimazione si raccontava che dietro di lui la stanza quasi galleggiava placida nella luce tenue della TV e che l’asfalto nero d’acqua poteva sembrare a Max l’ammiraglio un fiume pieno di gorghi, di notte, e quell’uomo, quella figurina scura si diceva sembrasse dall’alto fatta della stessa sostanza di quel catrame liquido, presto si sarebbe disciolta nella corrente senza lasciare traccia quella specie di increspatura se il rombo di un motore – ancora una volta il rombo di un motore, si annotava – e una brusca inchiodata non avessero all’improvviso e in modo del tutto inaspettato provveduto a ritagliare da quel nulla le quinte di un dramma.
L’auto era sbucata silenziosa dalla curva in fondo e aveva percorso il primo tratto lenta e con i fari annacquati, poi però si era impennata tutto d’un tratto con un rumore spaventoso e ondeggiando e sobbalzando per il peso era andata a sbarrare la strada dell’uomo con l’ombrello proprio sul marciapiedi, dalla prua sporgente del suo balcone Max aveva visto con il cuore in gola le portiere spalancarsi e quattro uomini corpulenti scendere, solo uno però si era avvicinato ingobbito come una jena prima dell’attacco a quel poveraccio, si diceva che Max si era sentito come risucchiato dalla tragedia che si stava svolgendo davanti ai suoi occhi, È un destino, avrebbe potuto commentare, È un destino, se non sono io a cercare l’inferno, è l’inferno a cercare me, e si teneva con tutte le forze alla ringhiera di metallo del balcone con il viso affondato nella siepe, intanto là sotto la jena aveva preso l’omino scuro per il bavero, l’ombrello era caduto, gli aveva soffiato a due dita dalla faccia parole vischiose, suoni strascicati e gutturali, e poi a quanto pare Max aveva visto il braccio a uncino dell’aggressore stringere con più forza il colletto della vittima e l’altro braccio guizzare più e più volte sul suo fianco, aveva capito il nostro cameriere dalla doppia vita di aver assistito a un omicidio quando la jena aveva ripulito il coltello sulla giubba dell’aggredito, la lama e l’asfalto scintillavano di mille riflessi mentre quel poveraccio già a terra sussultava e stirava a scatti le gambe.

(Riproduzione riservata)

© Manni

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La scheda del libro: “In principio fu il male” di Davide Gatto (Manni)

In principio fu il male - Davide Gatto - copertinaUn rione popolare milanese, tra tardi anni Settanta e primi anni Duemila, è teatro di vicende di ordinario degrado e cupi riflessi della Storia, dal terrorismo rosso all’esecuzione dei coniugi Ceausescu il giorno di Natale del 1989.
Nella coscienza lacerata di Lorena, una donna di mezza età tradita e abbandonata, la voce indistinta del quartiere risuona a rievocare episodi piccoli e grandi, che la sua mente eccitata trasforma nel materiale vivo di una riflessione sull’importanza cruciale del Male.
E se la presa di coscienza di Lorena ha il timbro ultimativo e straziante dell’autoanalisi, filtrata anche attraverso i racconti sul marito sciupafemmine, sulla bambina disadattata amata come una figlia e sulla fine ingloriosa dell’amico-gemello, sarà invece lo strambo medico-filosofo Giavazzi a dare lucidamente corpo a un’idea rovesciata della vita: senza il Male neppure il Bene potrebbe esistere.

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