Home > Cinema, Il punto e la virgola > È STATA LA MANO DI DIO di Paolo Sorrentino

È STATA LA MANO DI DIO di Paolo Sorrentino

dicembre 27, 2021

È STATA LA MANO DI DIO di Paolo Sorrentino

* * *

È stata la mano di Dio – o del perché Napul’è meglio ‘e Netflix

di Antonio Ciravolo

La premessa – che ricade con forza nella trattazione che segue – è che chi scrive ha visto questo film nella sala a venti posti del Modernissimo di Napoli, due giorni dopo la sua uscita su Netflix. La città qui è, forse per la prima volta nella cinematografia sorrentiniana, colonna unica della narrazione. C’è Napoli, ovunque e costantemente e questo, per la fascinazione che regala la città, è di certo un pregio inequivocabile. Su quanto molti hanno detto e scritto su questa “mano di Dio” qui non si indaga, meno che su un punto forse oltremodo abusato: la supposta intimità dell’opera. Se è vero che la tragedia familiare nota della famiglia Sorrentino sia stata negli anni circumnavigata con pelosa perizia, se è vero che la messa in opera filmica dei fatti era questione aleggiante e dibattuta, è allo stesso modo vero, ci si chiede, che un trauma possa concedere intimità allorché la sua trattazione avviene con così tanta dedizione al dettaglio e cronologica partizione? No, forse no. La questione qui è legata proprio alla relazione che intercorre tra trauma e sublimazione. Per dirla lacanianamente, la sublimazione artistica è elevare un oggetto alla dignità della Cosa, dove la Cosa freudiana è originaria e irrappresentabile, intima eppure sconosciuta, un buco sul bordo del quale il soggetto si struttura. La rappresentazione artistica della nostra natura non potrebbe, quindi, essere ridotta alla sua narrazione ma necessiterebbe di un tratto trasverso e irriducibile per cogliere l’essenzialità in après coup e tradire ciò che abbiamo detto per far trasparire quello che avremmo davvero voluto dire.
Sorrentino scrive, sa farlo, lo fa bene. E lo scrivere rivela dell’autore senza dire dell’autore perché chi legge – chi guarda – in un automatismo inconscio e sublime, prova a rintracciare lo scrittore tra i personaggi, le battute, le pause e le ossessioni. Così chi ha contezza della storia cinematografia di Sorrentino lo ha di certo ricercato – senza saperlo – nel Pisapia del primo Uomo in più, passando dal Titta De Girolamo in auto con dei sicari che canticchiano la Vanoni, fino all’Hitler di Paul Dano con in sottofondo Cealing Gazing del poetico Youth, passando tra usurai cowboy, democristiani pop, Servillo che imita Crozza che imita Berlusconi e rievocazioni dei The Cure in chiave Talking Heads. Non è stato sempre perfetto, il buon Paolo, ma è stato sempre Sorrentino. E di questo gliene siamo grati.

C’è stupore nel suo cinema, da sempre. Qui, al di là della gerontofila e aristocratica prima volta di Fabietto e di un San Gennaro in stile Karl Lagerfeld, lo stupore forse manca e viene sostituito da un atto consolatorio, nostro nei suoi confronti. Come a dire che ci dispiace che gli sia successo tutto questo, tutto questo che noi apprendiamo e che apprendiamo così, in questo modo. Potremmo anche ringraziarlo per aver fatto qualcosa, qualcosa del suo dolore. Come se avessimo capito da dove viene tutto e lui ce lo avesse spiegato a modo suo. Ma una spiegazione, per quanto ben fatta, rimane una spiegazione. E il didascalico finale con Napul’è di Daniele ne è cifra e conferma.
Nessun meglio o peggio, quindi, nessun merito o demerito, ma una sensazione che talvolta aleggia e altre serpeggia, che suggerisce più una sincerità che una intimità, che dice: è andata così. E forse lo dice troppo bene.

Rientro nell’appartamento, nella Napoli vecchia, nello stesso vicolo dove Gigino voleva vendere a rate la cassa da morto al Professor Bellavista, inondato dall’odore di ammorbidente che piove dalle lenzuola stese. Mi affaccio dalla piccola finestra, guardo la luna riflettersi sui tetti: il bagliore infilato indiscreto tra le luminarie di questo Natale. Metto su gli auricolari e una piccola poesia partenopea (L’ammore ‘ o vero di Gnut nella versione con Daniele Sepe). Accendo una sigaretta e penso a quello che ho visto, e anche a ciò che non sono riuscito a vedere. Penso al gesto artistico, comunque. Penso che l’arte forse dovrebbe essere una promessa mai mantenuta, che forse è lì che si annida il suo potere, e pure il suo fascino.
Per questo Napoli è arte, perché sembra che stia per dire tutto e invece poi non dice niente. Sembra che ti stia per rivelare il segreto dell’amore, e invece ti fa soltanto innamorare. Così ti lascia povero e sognatore.
L’arte dovrebbe essere come Napoli: un bellissimo preliminare, senza la sconvenienza del piacere.

* * *

* * *

* * *

© Letteratitudine – www.letteratitudine.it

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook TwitterInstagram

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: