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VOCE FEMMINILE E POTERE DELLA SCRITTURA NELLA LETTERATURA MIGRANTE

gennaio 4, 2022

Voce femminile e potere della scrittura nella letteratura migrante

I casi di Nassera Chohra, Assia Djebar, Sumaya Abdel Qader, Shirin Fazel

 * * *

di Alaa Dabboussi

Da tanti anni, l’italiano non è più esclusivamente la lingua letteraria degli scrittori migranti ma spazia anche alla comunità femminile straniera, dopo i primi uomini vengono le donne immigrate a cimentarsi nella scrittura. L’attività letteraria femminile è un tratto peculiare della letteratura migrante in Italia, risaltando una massiccia presenza di scrittrici La banca dati Basili sugli scrittori migranti in lingua italiana elenca che ci sono 438 scrittori: 248 donne e 190 uomini di 92 nazionalità diverse. Da un’analisi statistica delle opere pubblicate, appare che le autrici migranti rappresentano circa il trenta per cento della produzione totale della letteratura della migrazione, una percentuale maggiore rispetto anche alla presenza femminile nella letteratura italiana contemporanea, che raggiunge solo il dieci per cento.
Anche Armando Gnisci confessa: “nonostante le difficoltà, le donne scrivono di più”.[1] L’alto numero di scrittrici è una delle importanti caratteristiche di questo ‘corpus’ letterario (letteratura migrante).
Tutti affrontano il tema dell’interculturalità, ma anche di un’identità radicata in più punti, dalle molteplici sfaccettature, spalmata nello spazio, su diversi continenti, ma ancorata all’Italia come luogo di partenza della scrittura, di dispiego della forza creativa e di adozione della lingua.
Essi affrontano spesso temi inediti per questo ramo della letteratura italiana, e fanno parte di un fermento che Armando Gnisci già anni fa ha definito “l’incipiente creolizzazione dell’Europa”.
In alcuni casi la produzione migrante femminile diverge da quella maschile, per le ideologie, per letematiche, evoluzione stilistica – narrativa e poetica – per varia creatività artistico-letteraria: le autrici allargano le proprie creazioni attraverso diversi generi e linguaggi letterari.
La voce femminile è considerata l’aspetto più importante e più maturo nella letteratura migrante. Le narratrici e le poetesse migranti sono accomunate, molto differenti in questo lato dagli autori migranti, dall’elevato livello d’istruzione: la maggior parte ha fatto e compiuto gli studi universitari nel paese nativo o in Italia, molte erano intellettuali prima del viaggio migratorio. È chiaro come in tal aspetto le autrici in generale possiedono una grande padronanza della lingua italiana e non incontrano difficoltà o problemi insormontabili. L’italiano viene appreso senza difficoltà – soprattutto per le autrici di prima generazione – o viene considerato una seconda lingua-madre – per le autrici post-coloniali o di seconda generazione.[2]
Le tematiche affrontate dalle scrittrici sono varie e altre innovative: i primi scritti sono di impianto autobiografico, mostrando il trauma dell’immigrazione, la fine di una vita e l’inizio di un’altra nuova realtà. Fra i primi famosi romanzi autobiografici femminili ricordiamo Volevo diventare bianca di Nassera Chohra con la cura della giornalista Alessandra Atti di Sarro.
La specificità di questo scritto è quella cifra di razzismo e segregazione che per Nassera Chohra è legata al colore della pelle (troppo chiaro e troppo scuro).
Invece i nuovi scritti femminili si allontanano dai temi classici, nostalgia, rimpianto del paese perduto; le nuove scrittrici esprimono la necessità di costruire una nuova realtà, l’abbandono del concetto “monocultura” e la nascita di una consapevolezza dell’essere donna, scrittrice e straniera in Italia, critica ironica della società italiana e qualche volta di quella d’origine.
In particolare, le donne migranti sono considerate le principali e maggiori artiste della letteratura migrante in lingua italiana perché “da una parte [sono le] custodi della tradizione e dall’altra parte protagoniste del cambiamento, agenti di trasformazione capaci di gettare ponti fra passato e presente”.[3] In tal senso, le scrittrici danno nuove visioni sul mondo, accumulando storie e temi diversi di valenza inestimabile come l’incontro di diverse persone, di diverse religioni, diversi status sociali e diverse culture e civiltà e così questa diversità crea il concetto di vivere in una società multietnica e multiculturale.
Le narratrici e le poetesse migranti sono eterogenee, non si può accomunarle né per lo stile, né per la provenienza, l’unico tratto in comune è di essere donne, impegnate nella scrittura, assumono l’immigrazione in Italia e scelgono tutte l’italiano come lingua letteraria.invece mai scomparsa del tutto). I danni causati dalla dominazione francese anche nel campo culturale sono stati così profondi e duraturi che un’intera generazione di scrittori e di poeti algerini si esprime ancora oggi nella lingua francese, ed a circa trent’anni dall’indipendenza la letteratura algerina di espressione francese continua a essere notevole, interessante ed originale.
Un esempio significativo di fughe, spesso indotte, rinunce, sogni e paure incontri tra culture, di riconciliazione tra mondi, è rappresentato dalla scrittrice algerina e francofona Assia Djebar.
La scrittrice, saggista, regista e sceneggiatrice, considerata uno dei più influenti scrittori nordafricani e la prima autrice del Magreb ad essere ammessa all’Académie Française (il 6 giugno 2005). È nota a livello mondiale. È stata più volte candidata anche al premio Nobel per la letteratura. Si chiama Fatma Zohra Imalayèn, è nata nel 1936 a Cherchel, una cittadina sulla costa algerina. Assia discende da una famiglia al crocevia di una molteplicità di culture, lingue e tradizioni. Il padre fa parte di quella cultura araba riformista e nazionalista che nella prima metà del Novecento ispira un ampio movimento. Maestro della scuola elementare coloniale, il padre ha portato per mano la figlia nel regno della lingua scritta, nell’universo letterario e filosofico dellalingua francese. La madre invece, discendente fiera di una famiglia ricca e berbera trasmetteva alla figlia il vasto e ricco patrimonio delle tradizioni. Le pagine di Assia Djebar sono percorse da molteplici metafore, che legano indissolubilmente la scrittura al movimento libero del corpo nello spazio. Spazio pubblico e atmosferico insieme. “Esce – diceva la madre della figlia – perché legge”, cosi l’autrice sintetizza la sua uscita dallo spazio concluso della casa e dei ruoli previsti per le donne e l’ingresso nel mondo della cultura.[4]
L’esplorazione della propria appartenenza identitaria, del rapporto con l’alterità e del senso di smarrimento, ma anche di arricchimento, che ne deriva, assume, per molte scrittrici, cosi come per la loro controparte maschile, anche una dimensione più propriamente linguistica. Sconfinare in un altro spazio linguistico, esprimendosi in una lingua diversa da quella materna, comporta, per chi scrive, il problema di confrontarsi, da una parte, con lo spazio letterario della propria terra d’origine, che più delle volte sente a sé estranee queste produzioni e dall’altra, con la marginalità cui si è relegati nell’ambito della letteratura d’adozione. Esprimersi in una lingua “matrigna” è, tuttavia, una tradizione ormai consolidata per molte scrittrici di lingua araba, prima fra tutte la prolifica scrittrice Assia Djebar e continua a essere accompagnata da un vivace dibattito volto a ricostruire l’appartenenza plurima e la natura ibrida di questa produzione letteraria.[5]
La vita e anche la ricca produzione della scrittrice sono inseparabili dalla storia coloniale o postcoloniale dell’Algeria. Infatti, Assia Djebar vive in maniera conflittuale, la presenza dello straniero colonizzatore nella sua terra soffrendo sia come donna sia come intellettuale per lapolitica coloniale, che ha lasciato un difficile retaggio: un Magreb linguisticamente e culturalmente dicotomico. Dunque, in questo caso, la lingua francese diventa un ponte tra le due culture, tra il mondo arabo musulmano e quello occidentale, due mondi in apparenza cosi differenti che Assia Djebar fa convivere nelle sue opere grazie alla sua identità molteplice.
Lei ha scelto il francese per emancipare il genere femminile dal millenario silenzio imposto, restituendo dalle donne svelate una voce per dire e una lingua per scrivere. E soprattutto la pluralità per la scrittrice è garanzia di libertà. Poi, Assia che si definisce donna nomade, vive in parte in Algeria, in parte in Francia. Lei ha sentito l’esigenza, anche dal suo esilio, di dare la parola a tutte quelle donne meno fortunate, donne di ieri e di oggi, donne condannate al silenzio e donne in lotta.
Secondo l’accademico e biografo italiano Daniele Comberiati nel suo libro intitolato Scrivere nella lingua dell’altro, la letteratura degli immigrati in Italia (1989-2007), Assia Djebar ha cercato di dare voce alle esigenze spesso represse delle donne del suo paese. In modo particolare nel suo libro Queste voci che mi assediano (Djebar. A, Ces voix qui m’assiègent, Paris, Albin Michel, 1999, trad. it. Queste voci che mi assediano, scrivere nella lingua dell’altro, Milano, Il Saggiatore, 2004), ha rimesso in ordine i suoi interventi in materia. Secondo l’autrice, la cultura patriarcale dell’Islam e il successivo orientalismo occidentale avevano reso senza voce le donne arabe, schiacciate da regole interne che impedivano loro di esprimersi e da una visione dall’esterno che le banalizzava considerandole oggetto erotico/esotico.
In tale situazione scrivere in un’altra lingua, diventava per le donne l’inizio di un processo di ripresa, di liberazione da un silenzio pieno di contraddizioni. In questo volume la scrittrice algerina mostra dunque ai suoi lettori un percorso che, attraverso l’uso della lingua, si fa percorso di vita e di esperienze umane oltre che culturali. Per lei il francese sta indubbiamente diventando una casa d’accoglienza, forse anche luogo di permanenza, dove ogni giorno si percepisce quanto effimera sia quell’occupazione. Poi lei scrive: “infine ho compiuto il gesto augurale di varcare io stessa la soglia, in piena libertà, e non più succube di una situazione di colonizzazione”.
La scrittrice sceglie un linguaggio ibrido che mescola il francese, l’arabo e vari dialetti magrebini per dare più verità e consistenza alle sue storie, utilizzando la voce delle donne come strumento di resistenza.
Le loro parole, i loro racconti, tramandati tra madre e figlia, le aiutano a non arrendersi, a non perdere la speranza di emancipazione, a essere finalmente in grado di acquisire i loro diritti. Lei scrive:
“Si tratta per noi di verificare, in ogni paese o in ogni cultura che rifiorisce all’aria aperta, dopo un periodo di grandi violenze e micidiali tempeste, si tratta di sperimentare il passaggio da una lingua all’altra”.
Un grande esempio di questa tecnica si trova nel romanzo Le donne di Algeri nei loro appartamenti, del 1988. In questa raccolta di storie la Djebar riprende i dialoghi delle donne nelle loro case, allo hammam, al mercato, Attraverso questi luoghi delinea un ritratto più grande e profondo della loro vita, della condizione sociale in cui vivono. Gioca fra presente e passato e riprende la tradizione di sharazade, di Le mille e una notte. Queste narrazioni, queste voci raccolte nel tempo si articolano originariamente in quello che la Djebar chiama il triangolo linguistico esistente “nell’aurora dell’Africa settentrionale” che definisce l’identità magrebina e che risulta composta dal “millenario libico-berbero”, “la lingua della roccia e dello zoccolo”; dal greco prima e dall’arabo poi, le lingue del “fuori prestigioso”; infine dal latino, “lingua del potere”; lingua degli oratori e degli eletti dal popolo, delle arringhe, ma anche lingua scritta di legulei, scribi e notai”.
Allora, lei utilizza il francese per portare alla luce l’identità perduta della donna algerina. Il francese le permette di vedere se stessa con gli occhi dell’altro e di iscrivere sul modello formale del colonizzatore uno proprio che possa rivelare la propria soggettività. Quindi, utilizzando il francese, la Djebar trasforma la lingua dell’altro nella propria, per denunciare il colonizzatore, in questo modo rompe quel legame dell’associazione diretta tra la conquista francese dell’Algeria e la lingua francese. Un’altra ragione alla base dell’uso della lingua francese consiste nel desiderio di protesta contro la situazione delle donne algerine private dell’educazione scolastica durante gli anni della colonizzazione. In quel momento, l’unica forma di espressione della propria identità consisteva nella forma orale basata sulle storie dei villaggi; scrivere in francese per Djebar significa dare alla donna algerina una voce letteraria di cui era stata privata. Il suo bisogno di scrivere in libertà è stato determinante per la decisione di trasferirsi negli ultimi anni in America, esattamente a New York, dove ha proseguito la sua carriera universitaria: ironia della sorte proprio pochi giorni prima degli attentati dell’11 settembre 2001, come spiega la stessa Djebar: “la mattina ero lì, a dieci minuti a piedi dalle Torri Gemelle, chiusa nel mio appartamento, senza televisione (…) La mia prima impressione è stata che il dramma che avevo conosciuto in Algeria negli anni della violenza integralista fosse sotto i miei occhi in una versione più spettacolare”. [6]
Una vita molto impegnata che ha procurato alla scrittrice tantissimi riconoscimenti in tutto il mondo. Lei diceva:

“Sono una donna d’oggi e una scrittrice del sud del Mediterraneo. Più che di luogo in cui vivere, preferisco parlare di spazio, perduto e da trovare per la donna. Con questi termini vorrei rappresentare la massima concretezza possibile della libertà della donna, libertà nella quotidianità: dove muoversi, spostarsi, frequentare la scuola, passeggiare col marito e con i figli. Però lo spazio pubblico è soprattutto affrontare lo sguardo, essere vista apparire. Il ‘proibito’ sul corpo della donna sta proprio in questo, e tale problema è cresciuto, è diventato un’ossessione”.

L’esperienza migratoria si configura in generale come il trasferimento da uno spazio conosciuto e densamente connotato verso un luogo sconosciuto e privo di riferimenti. Partire è in primo luogo perdere lo spazio domestico, allontanarsi spazialmente, spaesarsi.
È impensabile che i caratteri della società di approdo, la presenza di altri gruppi di immigrati, gli spazi di inserimento disponibili, non abbiano un effetto decisivo sul tipo di risposta e di strategia di adattamento dei gruppi indirizzandone le scelte e le opzioni culturali collettive ed individuali.

“L’intreccio tra la migrazione in Italia e la pratica della scrittura letteraria in lingua italiana accomuna le donne le cui storie, raccolte in lunghe interviste biografiche, sono presentate e analizzate in questo volume. La migrazione può configurarsi come esperienza di sradicamento e di solitudine, anche in ragione delle forme di esclusione attive nella società d’approdo. Ma la pratica della scrittura, nella nuova lingua, può essere strumento attraverso il quale costruire nuove appartenenze e sentire di poter avere, ancora, ‘un posto nel mondo’, come afferma una delle donne intervistate. Le biografie raccolte mettono in crisi l’immaginario egemonico sulle ‘donne migranti’, popolato da stereotipi in cui si intersecano assunti razzisti, sessisti ed eurocentrici. L’esperienza della scrittura in migrazione viene interpretata e discussa come una pratica di soggettivazione, una pratica cioè attraverso la quale le donne migranti cessano di essere soggetti narrati e si rendono soggetti narranti, potendo così contribuire a rinominare e ri-significare i processi di costruzione e reificazione dell’alterità”.[7]

Lo sradicamento, la conoscenza di altre culture, il contatto con la diversità e l’apertura mentale che se ne ricava sono tutti elementi fortemente legati e presenti in maniera profonda nei testi di questi scrittori, allo stesso modo in cui l’idea che la partenza è la chiave per l’emancipazione economica della persona e la formazione di una propria autonomia. Più volte nel corso dell’indagine è venuta fuori una concezione della migrazione al di là di un miglioramento economico della propria condizione, obiettivo naturale prioritario, costituiva occasione di crescita intellettuale di conoscenza, un percorso di maturazione artistica della persona.
Un’altra scrittrice di rilievo è Sumaya Abdel Qader.
La sua biografia è diversa da tutte le altre perché si tratta di una scrittrice nata in Italia (precisamente a Perugia nel 1978) da genitori stranieri, dunque una cosiddetta “immigrata di seconda generazione”. Il padre, Mohammed Abdel Qader, è arrivato in Italia dalla Cisgiordania nel 1972, cinque anni dopo l’inizio dell’occupazione israeliana.
A Perugia si è laureata in Medicina, e oltre che come medico è conosciuta oggi nella stessa città come Imam Sumaya; ha vissuto a Perugia fino all’età di vent’anni, quando si è spostata a Milano per studiare biologia. Dopo la prima laurea ne ha conseguita un’altra in Mediazione linguistica e culturale, e una terza in Sociologia all’Università Milano-Bicocca. Sposata con un Siriano, madre di tre figli, è tra i fondatori dei Giovani Musulmani Italiani, associazione di cui ha ricoperto la carica di Segretario Generale e Vice Presidente; dirige inoltre il progetto Aisha del CAIM (Coordinamento delle Associazioni Islamiche di Milano Monza e Brianza) contro la violenza e la discriminazione sulle donne e gestisce un blog personale. Dopo avere lavorato come insegnante e ricercatrice è stata recentemente eletta consigliere comunale per il Partito Democratico, sempre a Milano (elezioni amministrative del 2016), ed è Vice Presidente della Commissione Cultura Moda e Design, e Vice Presidente della Commissione Partecipazione – Iniziativa Popolare – Open Data. È stata ospite della giornalista Lilli Gruber nella trasmissione Otto e Mezzo, su La7, ed è tra i principali referenti politici per la costruzione della moschea di Milano.[8]
Il suo primo e finora unico romanzo, uscito nel 2008 per Sonzogno, è Porto il velo, adoro i Queen – Nuove Italiane crescono, storia in gran parte autobiografica di una giovane donna, libro in cui l’autrice utilizza come voce narrante e protagonista una sua alter ego, alle prese con le difficoltà tipiche degli immigrati di seconda generazione, Sulinda. L’alter ego di Abdel Qader ha trent’anni (anche l’età corrisponde a quella dell’autrice al momento della pubblicazione); è nata a Perugia; è sposata e ha due figlie; vive a Milano, dove studia lingue con la speranza di diventare interprete. È italiana al pari di tutte le sue coetanee e compagne di corso, ma dato che da Musulmana osservante ha scelto di portare sempre il velo, tutti tendono a considerarla una straniera. Come in molti romanzi degli immigrati di seconda generazione, l’identità della protagonista oscilla tra la cultura del paese di nascita e quella di origine della sua famiglia. Sulinda non crede però che la cultura italiana e quella arabo-musulmana siano in contrasto, e se non fosse per i suoi conoscenti che la considerano straniera (gli italiani) o al contrario troppo occidentale (gli arabi), vivrebbe serenamente la propria condizione di Musulmana italiana.[9]
Come si poteva intuire già dal titolo, il sentimento religioso e il modo in cui la fede può essere vissuta in Italia costituiscono il fulcro tematico dell’opera. Nell’analizzare Porto il velo, adoro i Queen, terremo conto anche del fatto che esso rappresenta un punto di vista sensibilmente diverso, almeno in partenza, da quello degli altri autori: Abdel Qader è l’unica donna tra gli scrittori selezionati, e l’unica a non aver mai vissuto lontano dall’Italia.
Abdel Qader, nel suo Porto il velo, adoro i Queen – Nuove Italiane crescono46 utilizza come voce narrante e protagonista una sua alter ego, alle prese con le difficoltà tipiche degli immigrati di seconda generazione.
Il romanzo di Abdel Qader ci dà l’occasione di avere il punto di vista di un personaggio femminile espresso direttamente da un’autrice donna, anziché da uno scrittore uomo. Già nella prima pagina, la protagonista Sulinda (voce narrante e alter ego dell’autrice) entra nel merito di uno dei temi più tipici dei cosiddetti “immigrati di seconda generazione”: non essere considerati italiani dagli italiani, e contemporaneamente essere considerati troppo occidentali dai parenti o dai conoscenti rimasti nel Paese di origine (in questo caso la Giordania). In pratica, delle due identità culturali non ne viene riconosciuta neanche una.
Trattandosi in questo caso di un personaggio nato in una famiglia araba, di fede musulmana (sunnita, è specificato nella riproduzione di una scheda anagrafica all’inizio del romanzo. È la prima volta che questo accade nei testi analizzati), a pesare in un senso o nell’altro nella percezione dell’identità di Sulinda è soprattutto la religione, e le regole che ne derivano. Il velo, al solito, spinge alcuni italiani a non considerarla una connazionale, e una compagna di classe le dice esplicitamente: «non potrai mai essere una di noi perché credi in altre cose» mentre a far dare il giudizio opposto a uno zio («stai diventando come loro», sottinteso “occidentali”) è presumibilmente il vestiario e l’atteggiamento disinvolto di Sulinda.
Con le regole della propria religione, la ragazza dice fin da subito di non avere nessun problema. Quello che non le va bene sono alcune tradizioni e imposizioni: quando torna in Giordania deve nascondere lo smalto, e inorridisce all’idea che ci siano ragazze obbligate dalla famiglia a sposarsi («La nostra religione non costringe! Non può!»). Ancora una volta quindi, un autore arabo della letteratura italiana sceglie di mettere in primo piano il rapporto tra Islam e ruolo della donna, e di impostare la trama sul contrasto fra questo e la percezione distorta che molti Italiani hanno dei Musulmani.
Sulinda ha scelto senza nessuna imposizione di portare il velo e di seguire le altre regole religiose, ma anche di mantenere una propria indipendenza di pensiero: il personaggio è quello della “Musulmana emancipata, come Karima in La sposa ripudiata e come Safia in Divorzio all’islamica a Viale Marconi. Ancora una volta, siamo portati a simpatizzare con la protagonista attraverso una serie di dialoghi scontrosi tra lei e vari Italiani ignoranti/razzisti, o tra lei e vari Arabi invadenti o bigotti: in Porto il velo, adoro i Queen, la trama consiste in gran parte in una successione di queste scene. Il fatto che siano slegate tra loro a livello narrativo, e a volte presentate in forma di elenco («A passeggio1», «A passeggio 2»), rende più chiaro il fatto che l’intenzione dell’autrice sia appunto quella di creare un’affinità di pensiero con il lettore, di portarlo dalla parte della protagonista facendo capire le sue ragioni, in contrapposizione agli antagonisti. L’intento generale sembra “didattico”: insegnare al lettore qualcosa sull’Islam e sull’esistenza di italiani musulmani, o se è un lettore musulmano suggerirgli con quali argomenti controbattere ad alcune critiche.[10]
Le situazioni di questo tipo sono molte: una signora al mare che dà per scontato che Sulinda non sia italiana e che sia stato il marito a obbligarla ad andare in spiaggia con il burkini nero; un’altra sull’autobus che scambia con propositi da terroristi kamikaze il “siam pronti alla morte!” dell’inno italiano cantato dai figli di Sulinda; una madre egiziana che rimprovera la protagonista perché non parla ai figli in arabo («è obbligatorio parlare arabo, perché è la lingua del Corano»); una ragazza in palestra che va a domandare perché Sulinda e le sue amiche musulmane non si spoglino davanti alle altre; la parrucchiera che pensando di non essere sentita si domanda «ma che è venuta a fare?» ; la direttrice di una scuola privata cattolica che inventa pretesti per non ammettere le figlie di Sulinda, e altre ancora.
Alla questione del velo, che comunque compare praticamente in tutti i capitoli, è dedicato un capitolo a parte, To veil or not to veil, dal cui titolo si capisce anche il tono ironico. All’interno, le ragazze e donne velate sono definite “veline”, con un riferimento scherzoso e paradossale alle soubrette della TV italiana (spesso molto svestite). Sul piano dei contenuti, gli argomenti usati sono gli stessi che abbiamo già visto: la decisione se portarlo o meno dovrebbe spettare alla diretta interessata, senza intromissioni esterne in un senso (la legge francese, che lo ha vietato in alcuni luoghi pubblici) o nell’altro (alcuni uomini arabi che obbligano le mogli).
Anche quando la trama si allontana dalla sequenza di scene in cui sono messe a confronto l’opinione di Sulinda con quella di altri personaggi, il tema della religione rimane costantemente al centro dell’attenzione: di un viaggio negli Stati Uniti, la protagonista ci racconta quasi esclusivamente l’incontro con una hostess velata, la presenza di una moschea dentro la GeorgeTown University, la bellezza della moschea di Dearborn («sciita, di fianco a due chiese»), l’emancipazione delle associazioni di musulmani che lottano per i propri diritti, la presenza di studentesse con il velo. Tale viaggio è presentato in contrapposizione con un altro, fatto da Sulinda anni prima insieme alla famiglia, in Arabia Saudita: qui è costretta a indossare la abaya e la niqab nere, e per aver lasciato il viso scoperto al mercato viene presa istantaneamente a frustate sulle gambe da un «guardiano della morale religiosa». Le usanze dei sauditi sono percepite e descritte dall’alter ego dell’autrice come degli eccessi, dovuti non alla religione ma all’interpretazione maschile che ne è stata data: «portami le prove scritte nel Corano o nella Sunna che devo vestirmi di nero e coprire il viso e io lo farò subito»; la stessa posizione espressa dalla Safia di Lakhous.
Più che un romanzo, in molte parti Porto il velo, adoro i Queen sembra trasformarsi in un vero e proprio trattato sull’Islam (anche se di tono leggero, a volte ironico), come nel capitolo Ramadan rock–Ramadan lento, che prende in prestito una distinzione resa famosa da Celentano; epiù ancora in Desperate Housewives, che usa il titolo di un famoso telefilm per parlare della condizione delle donne e in particolare delle mogli musulmane, o in Tra stereotipi e pregiudizi. Le vicende raccontate sono aneddoti visibilmente slegati tra loro, che servono a illustrare un’idea o l’altra (sempre in merito alla religione, alle tradizioni che ad essa si legano, o al modo in cui sono percepite dagli Italiani), in modo più evidente di come avveniva in alcuni brani dove Safia si addentrava in questioni di teologia.
Un aneddoto che coglie molto bene lo spirito della protagonista e del libro riguarda una scena al bar:

Ero seduta con delle amiche, una velina come me e altre due non velate (per chiarire il quadretto), sorseggiando un fresco tè al limone in una calda estate milanese. Be’ a un certo punto saltò fuori un uomo sulla quarantina dalla lunga tunica bianca da magrebino. L’uomo puntò il lungo dito indice sulla mia amica velata. Tutto agitato, farfugliando in arabo classico, ci chiese: «Siete Musulmane?» Ognuna rispose per sé.
«Come?! Bevete birra e sedete al tavolo in un bar sorridendo con il velo in testa, senza rispettare le regole di Allah? […]Dov’è la parola di Dio? Dov’è l’insegnamento del Profeta?» E bla bla bla.
Non ci vidi più. Smisi di ascoltarlo e partii al contrattacco: «Scusa, fratello, ma perché dici questo?» «Portate il velo, bevete la birra e…»
E un bel niente. «Questa non è birra, è tè. Sì, ce l’hanno servito in un bicchiere da birra, ma sicuramente l’avranno lavato».
«Sarà, però sedete in un bar». «Be’, anche tu stai nello stesso bar». «Sì, ma io sono un uomo». «Ah, già, giusto! Tu puoi».
«E poi loro non portano il velo, e lei lo porta ma indossa i jeans!»[11]

Come si vede, Sulinda cerca di far valere l’ironia e la ragione contro quelle che ritiene critiche ingiuste, che per lei non hanno niente a che vedere con l’essere una buona Musulmana. Rispetto agli altri personaggi femminili incontrati nei romanzi precedenti, è quella più incline a non sottomettersi alle regole che non approva, e sembra anche trovare un certo gusto nel rispondere a tono, sia agli italiani quando si dimostrano ignoranti o razzisti che ai Musulmani quando la riprendono per comportamenti considerati peccaminosi.
Un concetto che però non piace a Sulinda, e verosimilmente ad Abdel Qader, è quello di “Islam moderato”: «Ancora non ho capito cosa sia. È moderato chi prega moderatamente, che so, magari tre volte al giorno invece di cinque? O digiuna moderatamente, invece che dall’alba al tramonto solo per mezza giornata? Oppure chi in macchina, invece di ascoltare il Corano a palla, ogni tanto mette su un CD dei Pink Floyd?». Questa posizione avrebbe forse meritato di essere maggiormente approfondita, ma Abdel Qader chiude il discorso passando a un altro aneddoto[12].
Le motivazioni in tal modo possono essere numerose e svariate.
Da un paio di anni, studiosi e critici come Franca Sinopoli e Armando Gnisci spiegano che la considerevole produzione femminile è, infatti, un frutto della fase “carsica” ovvero di quella fase irregolare e parzialmente sommersa della letteratura migrante.[13]
In questa fase i libri godono di una distribuzione molto limitata o comunque riservata a una piccola parte di interessati. Le grandi case editrici non pubblicano più romanzi e racconti di immigrati e così le loro opere vengono sostenute da varie associazioni e riviste, facilitando il processo dell’editing e agevolando le dinamiche editoriali.
C’è anche un’altra motivazione di tipo psicologico; la maggioranza delle autrici proviene da paesi di una grande cultura e forte tradizione patriarcale, paesi come l’Algeria, l’Iraq, l’Egitto. L’esperienza migratoria per molte scrittrici ha costituito un doppio trauma: da un lato, hanno abbandonato il proprio paese d’origine; dall’altro lato, sono costrette ad un coinvolgimento e cambiamento dello stile di vita, sono costrette a diventare soggetti attivi nella nuova società, portatrici di una nuova presa di coscienza per costruire una nuova identità più forte e complessa.
In particolare, per quanto riguarda le scrittrici provenienti dai paesi arabi e da una cultura patriarcale islamica come Nassera Chohra e Salwa Salem, diventa necessario riprendere alcune considerazioni della scrittrice algerina Assia Djebar che, nell’arco della sua attività, ha cercato di evidenziare le esigenze troppo represse e occulte delle donne arabe musulmane in generale e quelle algerine in particolare.
Per la scrittrice, più precisamente nel suo libro Ces voix qui m’assiègent – tradotto in italiano Queste voci che m’assediano. Scrivere nella lingua dell’altro – la cultura patriarcale arabo-islamica ha reso le donne arabe “senza voce”. Però scrivere in un’“altra” lingua significa per queste donne l’inizio di una presa di coscienza, un processo di liberazione da un silenzio pieno di contraddizioni.
La scrittura in un’altra lingua diventa “espressione spontanea della propria esperienza personale, la pagina bianca, il luogo in cui riversare in piena libertà le emozioni e i sentimenti più intimi, al fine di affermare la propria individualità, minacciata dall’oblio cui era socialmente destinata”.[14]
Assia Djebar chiarisce che la scrittura per le donne è una sorta di libertà per esprimere i propri pensieri, sentimenti e idee segrete, essere una scrittrice significa esprimere tutto quello che c’è in fondo del cuore, esprimere dolore. La scrittrice aggiunge anche un’altra riflessione: nella parola francese écrivaine – cioè scrittrice – ci sono due elementi, il primo écrit da ‘crit’ cioè gridi e il secondo vaine cioè vanità o piuttosto leggerezza e ostentazione; quindi si ascolta écrivaine e la parola suona “ écri-vai-ai-ne! Quasi un SOS”.[15] Le donne arabe musulmane hanno deciso di scrivere nella lingua dell’altro per esprimere liberamente le loro emozioni perché non possono scrivere nella loro lingua madre, tanto più che la tradizione e la religione impediscono in un modo o in un altro di emancipare i loro pensieri spesso non ortodossi rispetto alla tradizione arabo-islamica.
L’ultima motivazione, che giustifica meglio la maggior presenza femminile, è l’elevata conoscenza e l’ottima padronanza dell’italiano, soprattutto per le scrittrici di seconda generazione o delle ex-colonie perché hanno studiato l’italiano fin da piccole e hanno frequentato le università italiane.
Prendere la penna e scrivere in italiano, da parte di una figura migrante sia femminile o maschile, è un grande segno della piena coscienza di essere vivi in una società multietnica nella quale si dovrebbe costruire una “nuova” mentalità, una “nuova” identità meticcia, plurima, ibrida e multiculturale.
Difficile parlare di letteratura degli emigrati: quasi tutti i lavori presi in considerazione sono opere prime e certo pochi di questi autori produrranno una seconda opera. Molti di questi lavori hanno riscosso un discreto successo editoriale, molti sono rimasti ai margini del mercato librario, altri sono ancora in attesa di un editore. Da un punto di vista letterario per lo più si tratta di lavori modesti e generalmente ripetitivi. Siamo ben lontani dall’analoga produzione inglese, alimentata prevalentemente da scrittori indiani e pachistani, o dall’analoga scrittura francese, che vanta autori come Ben Jalloun e Boudjedra. Rimane il fatto che si tratta di una scrittura nuova, di un’esperienza nuova.
Altrove, scrivere in una data lingua, scrivere in inglese o in francese, non è significato condividere immediatamente una cultura: la lingua può mediare per quanto possibile, ma non ha mai garantito né il riconoscimento, né la comprensione culturale. Si può condividere la stessa lingua a partire da valori, sentimenti, modi di concepire e di stare al mondo, completamente diversi. L’inglese e il francese possono anche essere lingua madre senza che i valori di cui quella lingua porta inevitabilmente le impronte coincidano necessariamente con la propria cultura-madre. Per la prima volta tutto ciò capita in Italia; per la prima volta scrivere in italiano non sottende identità culturali, la scrittura non è garanzia di comprensione, è mediazione; per la prima volta la scrittura italiana si trova coinvolta in un processo di mediazione che non ha nulla di scontato. Il risultato non è una scrittura veicolo di idee, una scrittura-strumento, anonima almeno nelle sue forme più elementari, ma, al contrario, è una scrittura che nasconde diversità, tesa, ambigua.
Nel panorama letterario italiano l’immigrato-che-scrive è figura nuova e “imprevista”. Dietro una lingua apparentemente comune si nasconde un autore con esperienze radicalmente diverse dalle nostre e, nella maggior parte dei casi la lingua non nasconde questa diversità di esperienze, non le vuole o non le riesce a nascondere, come capita quando una buona traduzione è anche interpretazione e adattamento culturale. In alcuni casi i testi degli immigrati sono stati scritti direttamente in italiano, in altri casi sono il risultato di una risistemazione o di una collaborazione con italiani, in altri casi ancora si è lasciata appositamente trapelare la forma di una lingua appresa, sovrapposta, incrociata. Si tratta dunque di una scrittura firmata, pesantemente condizionata dalla storia del suo autore, luogo di contrasti più che di spiegazioni. In nessun caso si racconta una storia, una storia come tante; in tutti i casi si racconta quella storia, la storia personale di quell’autore, una sorta di rappresentazione della propria dislocazione, di quella singolare perdita di rapporto fra luoghi dell’identità e spazi vita (cfr. Bitti in questo volume).
La scelta di proporsi come autore, pur in diversi modi e con diverse scritture, rappresenta l’occasione di fornire un’immagine nuova e inaspettata dell’immigrato che vive in Italia. È opportuno soffermarsi sulla retorica della scrittura, rapportandola alla vicenda dell’autore. Chi scrive sta costruendo per sé l’immagine dell’autore, sta attribuendosi, e si vede attribuito, uno status sociale privilegiato e rappresentativo di una realtà altrimenti silenziosa. Scrivere significa in primo luogo sottolineare quanto la vicenda di emigrazione sia stata non solo disperazione, ma anche esperienza costruttiva, arricchimento, esperienza che ha permesso, appunto, di arrivare a raccontare la propria vita. Chi scrive è in qualche modo arrivato a destinazione, ha la possibilità di fermarsi a pensare, a riflettere. Il racconto della propria vita è punto d’arrivo e punto di partenza al tempo stesso, rapporto “ritrovato” con sé e con gli altri, capacità personale, individuale, di volgere al positivo un’esperienza percepita e vissuta nella maggior parte dei casi come negativa.
Chi scrive è titolare del proprio racconto, può scegliere l’immagine di sé da costruire per il pubblico italiano. In qualche modo non è più straniero, ma non si è neanche integrato: sente di avere trovato una terza via, la possibilità di manovrare di nuovo con la propria immagine, la possibilità di aprire un dialogo fra diversi. La rappresentatività di questi testi rispetto alla realtà più generale dell’emigrazione, dev’essere intesa, allora, come mediata da questa azione della scrittura, da un fatto che non può che essere percepito, ed effettivamente è percepito, come fatto individuale, come un’auto-affermazione, al limite dell’individualismo. Ciò sembra vero anche da un punto di vista sociologico più generale: chi scrive si propone come rappresentante della propria comunità, ma capita anche spesso che lo scrivere, il diventare scrittori, susciti invidie e malevolenze, sia sentito come un voler prendere le distanze dalla comunità.
In effetti, il versante non-comunitario di questa scrittura risulta evidente da molti segnali: nei testi tutti i passaggi della vita sono descritti in termini individuali, la decisione di partire, la capacità di cavarsela praticamente, la capacità di vivere una duplicità culturale non come rigido conflitto, ma come arricchimento personale, la possibile riconciliazione con il passato culturale, la decisione di scrivere un libro. Lo scrittore parla di sé, della propria esperienza, del nuovo patto che questa scrittura gli permette di stabilire con l’ambiente; sono storie personali che, nell’atto stesso della scrittura, perdono i legami con la realtà sociologica più immediata.
Il racconto fa anche compagnia, è un momento di comunicazione con se stessi, un modo per ricordare. Emigrare significa in primo luogo perdere i luoghi della propria infanzia, i luoghi della sicurezza, significa rischiare ad ogni passo di perdersi, di non sapere riallacciare i fili della propria esperienza. La scrittura diventa una sorta di diario di bordo, di libro mastro della propria esperienza. E non può che essere un’esperienza personale.
Raccontare la propria esperienza vuol dire far conoscere agli italiani una realtà rimossa o semplicemente ignorata, ma è anche un modo per comunicare con i connazionali che hanno appena iniziato la loro vita in Italia e hanno bisogno di conoscere il suo territorio al di là delle immagini edulcorate che arrivavano in Senegal o in Marocco. Si scrive anche per chi non è in grado di farlo, per chi è assorbito dalla quotidianità e non ha ancora la possibilità di fermarsi a pensare a quello che sta vivendo. In questo senso la scrittura è uno strumento “politico”, di auto-affermazione e di informazione.
Il senso di appartenenza a un gruppo o a una nazione si può riscoprire anche attraverso il racconto, il ricordo, nella stessa scelta stilistica, una scelta che tiene presenti i modelli occidentali, gli scrittori italiani ed europei, ma che porta spesso dentro di sé il retaggio della cultura di appartenenza. Shirin Fazel paragona la sua scrittura, basata sui ricordi, alle storie narrate dai cantastorie africani e recupera nel testo la dimensione dell’oralità, lavorando stilisticamente quasi ai confini con la poesia, intendendo il racconto, come trasmissione di un sapere ormai perduto, ma non dimenticato. L’impianto narrativo, apertamente didascalico, si appropria di una mescolanza vissuta anche in Somalia, fra la cultura somala e quella italiana.
È desiderio di raccontare di sé, di parlare dei parenti lontani o del proprio lavoro o, più semplicemente, di dare sfogo alle proprie angosce. Shirin Fazel ha deciso di scrivere Lontano da Mogadiscio dopo aver visto in televisione la situazione drammatica della Somalia: il racconto è stato una sorta di terapia contro il dolore, definizione di uno spazio somalo della propria infanzia malgrado il disastro. Da qui l’elaborazione di una scrittura diaristica in cui episodi del passato si alternano alla vita presente.
“Più cose nuove vengo a conoscere e più mi rendo conto che porto dentro di me un prezioso patrimonio culturale. Un pezzo di storia del mio Paese che non si ripeterà più e che io, come i vecchi cantastorie africani, non mi stancherò mai di raccontare”.
In questa prospettiva, la scrittura, al pari di altre espressioni artistiche, rappresenta la possibilità di dare un senso sociale alla propria esperienza, la possibilità di uscire dal proprio isolamento, di mandare un messaggio agli altri immigrati.

“Salwa si raccontava per costruire un’immagine definita e intera di se stessa. Di fronte alla morte che l’aspettava e di cui era cosciente voleva dare alla sua esistenza una compiutezza e un’integrità che, più della vita, è propria dei romanzi che tanto aveva amato (…). Raccontare, pensare al libro è stato il luogo in cui realizzarsi come donna, come individuo autonomo, come persona presente nella realtà (…). Il libro aveva per lei un significato di sfida e di intenso legame col mondo” .[16]

Cosi Laura Maritano, curatrice del volume, interpreta il desiderio di Salwa Salem di raccontare la propria esistenza: per le donne del suo Paese, per quelle di tutto il mondo, per fare conoscere la propria storia culturale, la storia dei Palestinesi esuli nelle varie parti del mondo. Niente si dà per scontato, quando si parla di una scrittura intrisa di sofferenza; è un momento di confronto con se stessi, una valvola di sfogo personale. Il testo diventa allora una collezione di ricordi, o il risultato di un’autoanalisi da offrire agli altri: scrivere vuol dire anche mettersi in gioco.

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Alaa Dabboussi, nato in Tunisia, dottore in lingua, letteratura e civiltà italiana. Ha seguito un corso magistrale e ha ottenuto il master nel 2015 presso la Facolta’ delle lettere e delle umanistiche de La Manouba. Presso lo stesso Ateneo ha discusso nel 2021 la sua Tesi di dottorato “Espressioni della letteratura magrebina di lingua italiana tra integrazione e identità”. Insegna lingua italiana presso licei tunisini. Si occupa essenzialmente di letteratura di frontiera magrebina.

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Riferimenti bibliografici :

 

Gnisci Armando,Creolizzare l’Europa.Letteratura e migrazione, Roma, Meltemi, 2003 .

Gnisci Armando, Conquistati e turisti, migranti e ospiti, donne e uomini di mondo, in Creoli meticci migranti e ribelli, Roma, Melteni, 1998 .

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Gnisci Armando,Nuovo planetario italiano, geografia e antologia della migrazione in Italia e in Europa, Troina, Città aperta edizioni, 2006 .

  1. Comberiati, “La letteratura postcoloniale italiana. Definizione, problemi, mappatura” in Aa. Vv., Certi confini, Letteratura italiana della migrazione, a cura di I. Quaquarelli, Milano, Morellini, 2010.

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Djebar, A., “Le donne islamiche e il potere pubblico”, in Incontri, cinema, scienza, cultura e fede per costruire il futuro, a cura di Maria De Falco Marotta, Ed. Paoline 2007.p96.

  1. T ELLINI , Storia del romanzo italiano, Milano, Mondadori, 2017 .

Somaya ABDEL QADER, Porto il velo, adoro i Queen–Nuove italiane crescono,Venezia, Sonzogno, 2008.

Assia Djebar, Queste voci che m’assediano. Scrivere nella lingua dell’altro, Milano, Il Saggiatore, 2004.

Maria Pomponio, “Assia Djebar la voce delle donne del mondo islamico”, in Minerva , n 338-febbraio 2015 .

Daniele Comberiati, Scrivere nella lingua dell’altro, la letteratura degli immigrati in Italia (1989-2007) Bruxelles, Peter Lang, 2010 .

Marchand, J.J., La letteratura dell’emigrazione. Gli scrittori di lingua italiana nel mondo, Torino, Fondazione Giovanni Agnelli, 1991 .

Ellero Paola “Letteratura migrante in Italia”, in Lingua nostra e oltre, Torino, Anno 3, Numero 3, 2010 .

Salem Salwa, Con il vento nei capelli, Giunti 2009.

 

[1]Gnisci Armando, Conquistati e turisti, migranti e ospiti, donne e uomini di mondo, in Creoli meticci migranti e ribelli, Roma, Melteni, 1998 p82.

[2]D. Comberiati, “La letteratura postcoloniale italiana. Definizione, problemi, mappatura” in Aa. Vv., Certi confini, Letteratura italiana della migrazione, a cura di I. Quaquarelli, Milano, Morellini, pp. 12-30.

[3]Miriam Traversi, Mirca Ognissanti (a cura di), cit, p. 152.

[4]Maria Nadotti, “La scrittura di Assia Djebar tra volo ed esplosione” in Doppiozerowww.doppiozero.com, pubblicato 26 marzo 2015 p85.

[5]Djabar .A, Queste voci che mi assediano, Milano, il Saggiatore , 2004 p 61.

[6]Djebar, A., “Le donne islamiche e il potere pubblico”, in Incontri, cinema, scienza, cultura e fede per costruire il futuro, a cura di Maria De Falco Marotta, Ed. Paoline 2007.p96.

[7]G. T ELLINI , Storia del romanzo italiano, Milano, Mondadori, 2017 p80.

[8]Somaya ABDEL QADER, Porto il velo, adoro i Queen–Nuove italiane crescono,Venezia, Sonzogno, 2008, p. 13.

[9]Somaya ABDEL QADER, Porto il velo, adoro i Queen–Nuove italiane crescono,Venezia, Sonzogno, 2008,p19

[10]Somaya ABDEL QADER, Porto il velo, adoro i Queen–Nuove italiane crescono,Venezia, Sonzogno, 2008, p. 54.

[11]Somaya ABDEL QADER, Porto il velo, adoro i Queen–Nuove Italiane crescono, Venezia, Sonzogno, 2008, cit., p55 .

[12]Somaya ABDEL QADER, Porto il velo, adoro i Queen–Nuove Italiane crescono, Venezia, Sonzogno, 2008 p. 60.

[13]Armando Gnisci, La letteratura italiana della migrazione, cit, p. 78.; Franca Sinopoli “Il ritorno di Amanda Olinda Azzura e le altre”, in: Cristina De Caldas Brito, Amanda Olinda Azzura e le altre, s.l., Oèdipus, 2004, p. 118.

[14]Miriam Traversi, Mirca Ognissanti (a cura di), cit, p. 151.

[15]Assia Djebar, Queste voci che m’assediano. Scrivere nella lingua dell’altro, Milano, Il Saggiatore, 2004, p. 59.

[16] Salem Salwa, Con il vento nei capelli, Giunti 2009.

 

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