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I SEI FINALISTI DEL PREMIO WONDY 2022: Carmen Barbieri, Valentina D’Urbano, Simona Lo Iacono, Francesca Mannocchi, Paolo Milone, Giampiero Rigosi

gennaio 14, 2022

PREMIO WONDY PER LA LETTERATURA RESILIENTE: ANNUNCIATI I SEI FINALISTI DELLA V EDIZIONE E LA NUOVA GIURIA TECNICA

Le opere in finale: “Cercando il mio nome” di Carmen Barbieri, “Tre gocce d’acqua” di Valentina D’Urbano, “La tigre di Noto” di Simona Lo Iacono, “Bianco è il colore del danno” di Francesca Mannocchi, “L’arte di legare le persone” di Paolo Milone, “Ciao vita” di Giampiero Rigosi

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Milano, 14 gennaio 2022 – È stata selezionata oggi la sestina finalista della quinta edizione del Premio Wondy per la letteratura resiliente, progetto nato nel 2018 in memoria della giornalista e scrittrice Francesca Del Rosso (1974-2016), conosciuta con il soprannome Wondy e autrice del volume Wondy – ovvero come si diventa supereroi per guarire dal cancro (Rizzoli, 2014) nel quale ha raccontato con ironia e coraggio come ha affrontato la malattia.

Il Comitato Promotore, coadiuvato da un gruppo di lettori dell’associazione “Wondy Sono Io” insieme ai coordinatori, ha identificato le sei opere finaliste che saranno successivamente sottoposte al giudizio di due giurie, una tecnica e una popolare: si tratta di Cercando il mio nome di Carmen Barbieri (Feltrinelli), Tre gocce d’acqua di Valentina D’Urbano (Mondadori), La tigre di Noto di Simona Lo Iacono (Neri Pozza), Bianco è il colore del danno di Francesca Mannocchi (Einaudi Stile Libero), L’arte di legare le persone di Paolo Milone (Einaudi), Ciao vita di Giampiero Rigosi (La Nave di Teseo).

In linea con lo spirito che anima questo Premio, i sei autori sono stati scelti dal Comitato per l’apporto personale e innovativo nella narrazione del concetto di resilienza, raccontato nelle sue varie sfumature e come chiave interpretativa positiva degli accadimenti della vita, personale e collettiva.

Raccontare la resilienza è una sfida per chi si esprime attraverso la scrittura ed è ancora più difficile farlo nel quadro degli eventi globali che hanno caratterizzato gli ultimi due anni. E’ proprio in momenti come questo però, che il lavoro di sensibilizzazione che portiamo avanti attraverso il Premio e le attività dell’associazione “Wondy sono io” diventa più importante. Siamo entusiasti di aver ricevuto così tante proposte valide, testimonianze diverse della possibilità di far fronte in modo positivo agli ostacoli della vita e di trasformare le difficoltà in opportunità” – ha commentato Alessandro Milan, Presidente dell’Associazione “Wondy sono io”.

Annunciata oggi anche la nuova giuria tecnica, designata annualmente tra una rosa di giornalisti, accademici, scrittori e personalità del mondo della cultura e della comunicazione. Anche per questa edizione a presiederla è Umberto Ambrosoli, avvocato e saggista, ed è composta da: Viola Ardone, scrittrice e insegnante, vincitrice della IV edizione del Premio Wondy; Silvia Avallone, scrittrice; Silvia Ballestra, scrittrice; Jonathan Bazzi, scrittore; Luca Dini, direttore del settimanale F; Chiara Fenoglio, critico letterario e docente presso Università Torino; Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, giornalista e scrittore, docente presso Sapienza Università di Roma; Emanuele Nenna, amministratore delegato e co-fondatore dell’agenzia “Dentsu”; Gianni Turchetta, docente presso Università Statale di Milano.

Al vincitore decretato dalla giuria tecnica andrà un premio di 5000 euro e una tela dell’artista Luca Tridente, le cui opere donate nelle scorse edizioni sono state inserite nel Catalogo dell’arte moderna (Editoriale Giorgio Mondadori), considerato un punto di riferimento per l’arte moderna e contemporanea.

Accanto al volume premiato dalla Giuria tecnica, è prevista anche l’assegnazione di un premio di 2000 euro al vincitore designato da una Giuria popolare, che potrà esprimere la propria preferenza votando sulle pagine social del Premio (Facebook, Instagram e Twitter) fino alle ore 23.59 del giorno 1 maggio 2022 (www.facebook.com/wondysonoio).

Nelle precedenti edizioni, il premio della giuria tecnica è andato a Alessandra Sarchi per La notte ha la mia voce (Einaudi), a Rosella Postorino per Le assaggiatrici (Feltrinelli), a Andrea Pomella per L’uomo che trema (Einaudi) e nel 2021 a Viola Ardone per “Il treno dei bambini” (Einaudi). Quello della giuria popolare invece a Barbara Garlaschelli per Non volevo morire vergine (Piemme), Ritanna Armeni per Una donna può tutto (Ponte alle Grazie), Leo Ortolani per Cinzia (Bao Publishing) e Anna Giurickovic Dato con “Il grande me” (Fazi editore).

La premiazione ufficiale si terrà presso il Teatro Manzoni di Milano, il prossimo 2 maggio 2022 nel corso di una serata organizzata dall’associazione “Wondy Sono Io”, creata insieme a un gruppo di amici da Alessandro Milan, con l’obiettivo di proseguire la grande eredità umana e intellettuale lasciata dalla moglie Francesca, grande appassionata di libri, che con la sua storia ha saputo insegnare a donne e uomini come nella vita le difficoltà di varia natura possano – e debbano – essere affrontate, possibilmente con il sorriso.

Tutte le informazioni sul sito www.wondysonoio.org

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Schede delle sei opere in finale:

 

Cercando il mio nome di Carmen Barbieri (Feltrinelli)

Anna e suo padre sono «due pupi mossi dalla stessa coppia di aste di metallo», i fili che li legano sembrano destinati a non spezzarsi mai, il loro legame inviolabile. Ma non può essere così, non è mai così, e a diciannove anni, dopo una malattia che brucia il tempo, Anna perde il padre per un melanoma. Il rispecchiamento in lui è così forte, la sua figura così sensibile e piena di cura, così materna, che Anna perdendo suo padre perde se stessa. L’attraversamento del lutto diventa perciò, necessariamente, ricerca di sé, della propria femminilità, e finisce per passare attraverso una scarnificazione del corpo, il suo oltraggio. Trasferitasi da Napoli a Roma, Anna si ritrova a doversi mantenere da sola, così si indirizza a un prete grazie al quale la sua coinquilina ha trovato lavoro come ragazza delle pulizie. Il prete però la vede bella e le propone un lavoro meglio pagato, in un night club. Anna è turbata, pensa di rifiutare ma poi accetta, e c’è repulsione e attrazione nel suo sì. Mescolato al racconto delle notti in cui si trasforma in Bube, riemerge il passato e soprattutto il padre, la malattia che scompiglia tutto, la possibilità di esistere nonostante la morte.

 

Tre gocce d’acqua di Valentina D’Urbano (Mondadori)

Celeste e Nadir non sono fratelli, non sono nemmeno parenti, non hanno una goccia di sangue in comune, eppure sono i due punti estremi di un’equazione che li lega indissolubilmente. A tenerli uniti è Pietro, fratello dell’una da parte di padre e dell’altro da parte di madre. Celeste a otto anni scopre di avere una rara malattia genetica che rende le sue ossa fragili come vetro. Ma a sconvolgere la sua infanzia sta per arrivare una seconda calamità: l’incontro con Nadir, il fratello di suo fratello, che finora per lei è stato solo un nome, uno sconosciuto. Tra i due bambini si scatena una gelosia feroce, una gara selvaggia per conquistare l’amore del fratello, che preso com’è dai suoi studi e dalla politica riserva loro un affetto distratto. Celeste capisce subito che Nadir è una minaccia, ma non può immaginare che quell’ostilità, crescendo, si trasformerà in una strana forma di attrazione e dipendenza reciproca. E quando Pietro, il loro primo amore, l’asse attorno a cui le loro vite continuano a ruotare, parte per uno dei suoi viaggi in Siria e scompare, la precaria architettura del loro rapporto rischia di crollare una volta per tutte.

 

La tigre di Noto di Simona Lo Iacono (Neri Pozza)

Anna Maria Ciccone, una donna e una scienziata che visse in un’epoca che le fu ostile, un tempo di ostinati pregiudizi e barbarie totalitarie. Nata a Noto nel 1891, partì dalla sua Sicilia e arrivò a Pisa poco prima che scoppiasse la Grande Guerra per studiare fisica: unica donna del suo corso. Insegnò alla Normale e seguì per un’intera vita le traiettorie e le intermittenze della luce, perché la spettrometria era l’oggetto dei suoi studi. Studi che ebbero una vasta risonanza persino nel campo della nascente meccanica quantistica molecolare. Oggi diremmo che si impose in un mondo maschile. Ed è certamente vero. Oggi parleremmo della sua passione, della sua forza e del suo coraggio nel riuscire a salvare, nel 1944, i testi ebraici della biblioteca dell’università di Pisa dai nazisti che volevano requisirli e poi distruggerli. La sua figura non è riconducibile, tuttavia, soltanto alle sue pionieristiche ricerche o alle sue impavide azioni. Con uno sguardo che attraversa il suo tempo, Simona Lo Iacono ritrae la vita di una donna capace di affermare in ogni ambito dell’esistenza la forza della sua fragilità.

 

Bianco è il colore del danno di Francesca Mannocchi (Einaudi Stile Libero)

Quattro anni fa Francesca Mannocchi scopre di avere una patologia cronica per la quale non esiste cura. È una giornalista che lavora anche in zone di guerra, viaggia in luoghi dove morte e sofferenza sono all’ordine del giorno, ma questa nuova, personale convivenza con l’imponderabile cambia il suo modo di essere madre, figlia, compagna, cittadina. La spinge a indagare sé stessa e gli altri, a scavare nelle pieghe delle relazioni piú intime, dei non detti piú dolorosi, e a confrontarsi con un corpo diventato d’un tratto nemico. La spinge a domandarsi come crescere suo figlio correndo il rischio di diventare disabile all’improvviso e non potersi quindi occupare di lui come prima. Essere malata l’ha costretta a conoscere il Paese attraverso le maglie della sanità pubblica, e ad abitare una vergogna privata e collettiva che solo attraverso l’onestà senza sconti della letteratura lei ha trovato il coraggio di raccontare.

 

L’arte di legare le persone di Paolo Milone (Einaudi)

Quante volte parliamo dei medici come di eroi, martiri, vittime… In verità, fuor di retorica, uomini e donne esposti al male. Appassionati e fragili, fallibili, mortali. Paolo Milone ha lavorato per quarant’anni in Psichiatria d’urgenza, e ci racconta esattamente questo. Ci catapulta dentro il Reparto 77, dove il mistero della malattia mentale convive con la quotidianità umanissima di chi, a fine turno, deve togliersi il camice e ricordarsi di comprare il latte. Mette in scena il corpo a corpo della Psichiatria d’urgenza, affrontando i nodi piú difficili senza mai perdere il dubbio e la meraviglia. Cosí ci ritroviamo a seguirlo tra i corridoi dell’ospedale, studiando le urla e i silenzi, e poi dentro le case, dentro le vite degli altri, nell’avventura dei Tso tra i vicoli di Genova. Non c’è nulla di teorico o di astratto, in queste pagine. C’è la vita del reparto, la sete di umanità, l’intimità di afferrarsi e di sfuggirsi, la furia dei malati, la furia dei colleghi, il peso delle chiavi nella tasca, la morte sempre in agguato, gli amori inconfessabili, i carrugi del centro storico e i segreti bellissimi del mare.

 

Ciao vita di Giampiero Rigosi (La Nave di Teseo)

Sergio è un regista affermato, vive a Roma in una casa accogliente, con una compagna elegante e sicura di sé. Ma una sera riceve una telefonata in cui lo informano che Vitaliano, un vecchio amico che non vede da tantissimo tempo, sta attraversando la fase terminale di una rara malattia degenerativa. La notizia lo mette di fronte a un patto che si scambiarono quando erano due adolescenti inquieti e ribelli. Sergio e Vitaliano si sono conosciuti sui banchi delle scuole medie, nella Bologna degli anni Settanta, e per un decennio sono stati inseparabili. La loro è stata un’amicizia profonda, cementata dalle passioni comuni per la letteratura, la musica e il cinema. A riavvicinarli dopo più di trent’anni è proprio la malattia di Vitaliano. La difficile decisione davanti a cui Sergio si trova – e che in diversi momenti cerca di eludere – si rivela anche un’occasione per rimettere in discussione la sua esistenza, il senso del suo lavoro e le relazioni professionali e affettive.

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