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BRUNELLA SCHISA racconta ANATOMIA DI UN MOSTRO (HarperCollins Italia)

gennaio 24, 2022

Anatomia di un mostroCome nasce un romanzo? Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: BRUNELLA SCHISA racconta il suo romanzo “Anatomia di un mostro” (HarperCollins Italia)

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di Brunella Schisa

Ho scritto diversi romanzi storici con protagoniste femminili: dallo scandalo del Collier di Maria Antonietta, alla pittrice impressionista Berthe Morisot, all’assassinio della Contessa Lara, primo caso di femminicidio mediatico alla fine dell’800. Mi è sempre piaciuto studiare la storia, entrare nelle vite degli altri, in epoche lontane. Dopo l’ultima fatica con La Nemica, il romanzo sulla Rivoluzione francese, ho sentito che dovevo cambiare genere per evitare che mi si attaccasse addosso l’etichetta di scrittrice di romanzi storici. Avevo bisogno di una nuova esperienza, di esplorare altri terreni, e magari fare anche meno fatica nella ricerca. Mi sono detta: una storia con un plot e personaggi inventati sarà molto più semplice. Mi sbagliavo. La verità è che non si può mai improvvisare. Ogni genere ha le sue regole e ogni romanzo una legge imprescindibile: essere credibile. Convincere il lettore. E poi, a dirla tutta, i personaggi del mio romanzo non sono del tutto inventati. Mi sono liberamente ispirata a persone e a esperienza reali. Come diceva Giuseppe Berto: “Uno scrittore è sempre un po’ autobiografico”.

Per scrivere, devo partire da un’idea. Ad Anatomia di un mostro pensavo da diversi anni, da quando, come accennavo, per motivi personali e professionali che non mi sento di rivelare, sono entrata in contatto con il Male.
La parola mostro è spesso abusata e certamente anche da me nella mia testa. Forse per questo non ho mai osato utilizzarla prima di scrivere il romanzo.
La domanda che per anni mi girava nella testa è: chi è un mostro? Chi si macchia di atti criminali e delitti efferati senza provare empatia per la vittima, senza la capacità di distinguere il bene dal male? O chi pur non lordandosi le mani di sangue, compie una sistematica demolizione psicologica di un altro individuo? Chi approfitta del proprio potere per schiacciare l’altro, per annichilirlo? C’è differenza? Il male ha confini diversi?
Per trovare una risposta ho scritto il romanzo.

Difficile non fare spolier quando si parla di un noir. Ma ci provo.
La mattina del 9 dicembre 2018, in una villetta monofamiliare che affaccia sul lago di Varese viene trovato il corpo di Riccardo dell’Orso, un ex dirigente d’azienda in pensione, vedovo e con un figlio. È stato ucciso secondo un macabro rituale. L’assassino, evidentemente un professionista, non ha fatto errori e non ha lasciato tracce biologiche. È entrato senza forzare porta d’ingresso e finestre. Evidentemente la vittima gli ha aperto personalmente. I due si conoscevano? Dell’Orso si fidava? Non c’è traccia di furto. La casa è sinistramente tutta in ordine, salvo il bagno dove è avvenuta la mattanza.
La domanda che affiora subito al medico legale e ai poliziotti accorsi è: quanto odio doveva provare il torturatore per la sua vittima per infliggergli un supplizio di ore? Gli ha prima tagliato le falangi e per evitare il dissanguamento e tenerlo in vita le ha cauterizzate, poi gli ha strappato i capezzoli, devastato l’ano con un piccolo trapano e infine cavato gli occhi. (Lo racconto perché è proprio nelle prima pagine del libro).
È difficile dunque non pensare a un mostro. Chi altri può essere capace di tanta crudeltà? Il caso si rivela subito complicato.
L’indagine viene affidata al commissario capo della questura di Varese, Domenico Franchini. Ho scelto un poliziotto di provincia segnato dalla vita, alla vigilia della pensione con un forte senso della giustizia ma piuttosto sensibile al fascino delle donne perché nel romanzo c’è una donna molto affascinante e la cosa può complicare l’indagine ma anche aiutarla.
Il commissario dovrà scavare nella vita apparentemente irreprensibile della vittima, per capire che cosa ha fatto per meritare una morte tanto atroce. Anche Riccardo dell’Orso era un mostro e meritava il supplizio?
L’investigatore non ci metterà molto tempo per capire che la vittima era una persona disturbata con una personalità contorta. Una vera anima nera. Piano piano, attraverso le indagini e gli interrogatori, Mimmo Franchini ricostruirà la personalità del morto. Un uomo disonesto, prevaricatore, attaccato al denaro.
Per le sue ambizioni ha danneggiato il figlio Raniero che per sfuggire ai suoi dictat ha abbandonato lavoro, casa e carta di credito e vive come un nerd in una topaia mantenuto dai servizi sociali. È lui l’assassino?
E se fosse stata una donna? Per esempio la figliastra di Dell’Orso, Nora Bettini, figlia della seconda moglie della vittima, psicologa penitenziaria. Nora Bettini non ha difficoltà ad ammettere che odiava con tutte le forze il “patrigno”. L’uomo le ha fatto una guerra terribile durante la malattia della madre. Le ha impedito di starle vicino e accudirla, estromettendola da tutto. Fino all’ultimo sfregio di non rivelarle in quale cimitero ha sepolto la moglie, impedendole così di portarle un fiore sulla tomba.
E qui mi fermo per non togliere il piacere della lettura. Dirò soltanto che a circa metà libro si capirà chi è T. (così Franchini chiama l’assassino, perché Torturatore è troppo lungo). A quel punto il romanzo si trasforma in una caccia raffinata sul filo della psicologia dei vari personaggi.

Non ho ambientato Anatomia di un mostro a Roma o a Napoli (le mie città), perché avevo bisogno di allontanarmi il più possibile dai personaggi reali a cui mi sono ispirata. A Varese non ho mai messo piede. Il romanzo è stato scritto durante il primo lockdown, e il senso di straniamento è totale.

Non avevo mai scritto un noir, e per questo su un quaderno mi sono appuntata a matita tutti gli snodi, ho fatto uno schema per capire le criticità del racconto. Soprattutto quanto concedere al lettore, come rivelargli la verità poco alla volta.
Ho cambiato quattro finali. Il primo troppo semplice, il secondo troppo pulp, il terzo scontato. Spero di avare azzeccato il quarto. Me lo direte voi.

In questa mia incursione ai confini del Male, mi sono chiesta diverse volte se tutti noi potremmo trasformarci in mostri. Non in assassini, perché sappiamo che l’omicidio di impulso può accadere.  Penso alla tortura fisica e psicologica reiterata di cui si macchiano i due personaggi del mio romanzo.
Amélie Nothomb, a proposito di Barbablù ha detto: «Il mostro è qualcuno che ci assomiglia, ma più coraggioso». Io non sono d’accordo. Penso che il Male se non l’hai dentro non si rivela né con l’alcol, né con la cocaina o con altre droghe.  La natura non cambia. Non siamo tutti possibili mostri.

Purtroppo non ci sono soltanto mostri come Medusa, o Charlie Manson, non tutti nascono con le stimmate di Caino. I mostri si confondono tra noi.
Ve lo dice una che ne ha conosciuti due nella sua vita e ci ha scritto un romanzo.

(Riproduzione riservata)

© Brunella Schisa

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La scheda del libro: “Anatomia di un mostro” di Brunella Schisa (HarperCollins Italia)

Una domenica di dicembre il commissario capo Domenico Franchini della questura di Varese riceve una telefonata. È un caso di omicidio. Riccardo dell’Orso è stato ucciso con un cerimoniale orribile. Bastano poche indagini per scoprire che la vittima era un uomo di leggendaria crudeltà mentale, avido e disonesto, con poche qualità e molti difetti. Non è dunque difficile immaginare che molti avrebbero potuto avere un movente per ucciderlo. A partire dal figlio Raniero, che vive recluso in casa, passando le giornate nel web profondo. O dalla figliastra Nora, che lavora come psicologa penitenziaria nel carcere di Piacenza, fascinosa quarantenne apparentemente insospettabile. E se l’assassino si nascondesse nel sottobosco che in gran in segreto frequentava dell’Orso? Chi è il mostro torturatore? Partendo, come nella migliore tradizione del genere, da un delitto senza autore ma con molti moventi possibili, Brunella Schisa scrive un romanzo indimenticabile, percorso da un crescendo costante di tensione ed emozione. Anatomia di un mostro è un thriller dell’anima, che tiene il lettore incollato alla pagina e indaga con assoluta intelligenza psicologica nelle pieghe oscure del cuore e della mente.

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Brunella Schisa, napoletana trapiantata a Roma, giornalista e scrittrice, ha una rubrica di libri sul Venerdì di Repubblica. Ha scritto: La donna in nero (Garzanti, 2006, che ha vinto diversi riconoscimenti, tra i quali il Premio Rapallo Carige), Dopo ogni abbandono (Garzanti, 2009), La scelta di Giulia (Mondadori, 2013), La Nemica (Neri Pozza, 2017) e, con Antonio Forcellino, Lo Strappo (Fanucci, 2007). Per Giunti ha inaugurato la collana diretta da Lidia Ravera “Terzo Tempo” con Non essere ridicola (2019). È stata inoltre traduttrice e curatrice di Una strana Confessione (Einaudi, 1979) Raymond Roussel Teatro (Einaudi, 1982) e delle Lettere di una Monaca Portoghese (Marsilio, 1991)

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