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EUFORIA di Elin Cullhed (Mondadori) – un estratto

febbraio 11, 2022

EuforiaPubblichiamo un brano estratto dal romanzo “Euforia” di Elin Cullhed (Mondadori – Traduzione di Monica Corbetta)

Una storia di bruciante attualità su una donna e sul suo desiderio di scrivere e di lasciare un segno nel mondo. L’ultimo anno di vita di Sylvia Plath

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Euforia racconta l’ultimo anno della vita di Sylvia Plath regalandoci un vivido ritratto di una mente brillante impegnata in una battaglia con il mondo, con le persone che ama – e con se stessa. Quando il romanzo si apre, Sylvia è incinta del suo secondo figlio ed è entusiasta all’idea della nuova avventura in cui lei e Ted Hughes si sono imbarcati insieme: ristrutturare una vecchia canonica lontano dalla grande città, crescere una famiglia in un regno tutto per loro. Prima dell’arrivo dei bambini, Ted era il suo compagno in tutte le cose: da intellettuali vivevano intensamente la vita attingendo da essa ciò che volevano. Ma ora Ted scompare sempre più spesso nel suo studio per scrivere e Sylvia si ritrova abbandonata, un animale assediato dai suoi piccoli. Il suo desiderio è scrivere, amare, vivere, lasciare un segno nel mondo. Ma dove sta la sua immortalità: nei bambini che nutre con il suo corpo o nelle parole che appunta sulla pagina nei pochi momenti rubati? Quando Ted lascia Sylvia e i suoi figli per andare a letto con la sua amante a Londra, Sylvia si scopre al contempo intossicata dal suo stesso potere e annientata dalla sua perdita. In questo stato di euforia, si sente sul punto di raggiungere il massimo dei suoi poteri creativi come scrittrice. Ha deciso di morire, ma l’arte che creerà nelle sue ultime settimane infiammerà il suo nome. Il romanzo – che termina prima del suo suicidio nel febbraio 1963 – rivisita la storia di uno delle poetesse più famose del XX secolo concentrandosi sulla sua vita, piuttosto che sulla sua morte. Quella di Elin Cullhed è un’opera incandescente e irresistibile che presta una voce collettiva alle donne di tutto il mondo che si trovano a vivere con un piede nella vita domestica e l’altro nella creazione artistica.

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Le prime pagine del romanzo “Euforia” di Elin Cullhed (Mondadori – Traduzione di Monica Corbetta)

7 dicembre 1962, Devon

Sette ragioni per non morire:

1. Pelle. Non sentire più la pelle del figlio amato. Nicholas
quando fa il pagliaccio a letto e io gli strofino il naso sul sedere
per gioco. Frieda a cui bisogna fare il solletico perché si senta
viva, e che poi si tranquillizza con una risata purificatrice. La
mia pelle quando viene a contatto con la loro e sa che siamo
la stessa carne for ever and ever in all eternity amen. Oh, non
poter più sentire il battito dei loro cuori pulsanti originati da
me. Non potrei mai smettere di vivere per loro, per quanto
abbiano in sé anche la pelle di Ted, la pelle di serpente di
Ted, colui che apre le fauci e s’infila a forza la preda nella
bocca, fino a farla soffocare.

2. Tempo. Voglio vedere i miei figli crescere e sbucciarsi le
ginocchia mentre imparano ad andare in bicicletta, voglio
strapparmi il cappio dal collo e ridergli in faccia mentre lui
(molto solo, i serpenti sono patologicamente concentrati su
se stessi) sta già per scagliarsi contro la vittima successiva e
io sono impegnata a vivere. Voglio succhiare un lecca-lecca
e sentire lo zucchero e il tempo sciogliersi dentro di me, voglio
svegliarmi un giorno d’estate, in mano un caffè e il bisogno
di buttar fuori scrivendo la negatività che avevo in
me finché anche il tempo si ferma e si conserva e rifluisce
come l’acqua del mare e mi perdona. Tempo, voglio che tu
mi perdoni. Voglio anche sperimentare come il tempo riesca
a far diventare ogni cosa clemente, maledizione, come riesca
a far sì che le fragole spuntino ancora una volta (nonostante
la morte sia così vicina, la putrefazione il passo successivo),
a far risvegliare le persone sui loro cuscini inducendole
a illudersi che tutto va bene.
Dio, mi sento così bene adesso, adesso che devo morire.
Non ho mai visto le cose in modo più chiaro. Dovrei sempre
vivere per morire, è come l’eroina, come il colpo nel veder
boccheggiare il tuo amore di un tempo perché ha consumato
tutta l’aria contenuta nella sua armatura. La pelle del serpente
è qualcosa che uno cambia, la pelle sbiadisce come uno
straccio dimenticato su una spiaggia inglese. Io preferisco
consumarmi bruciando, sono convinta della superiorità del
fuoco come metafora della mia vita. Oh fuoco, che non può
essere accolto a braccia aperte. Oh terrore, quando il fuoco si
è impossessato degli scritti di un uomo in vita che lui crede
siano materiale da premio Nobel. Ve lo dico: in futuro la gente
si ricorderà di me. Quindi non ho bisogno di essere pelle e
tempo e primi anni Sessanta, poiché il tempo si trasformerà
dentro di me, ma senza un mio coinvolgimento. Purissimo,
come una parola sublime su una luminosa pagina di poesia.
Ted laverà le pagine del mio libro come io ho lavato la sua
camicia sporca. Lui raggrinzirà come una mela del paradiso
sulla terra d’autunno. Una delle roselline rampicanti che
abbiamo qui.

3. Non scopare più, non sentire più il palo bollente che mi si
infila nella carne e mi trasforma in un animale e in annientamento.
Se qualcuno avesse voglia di scoparmi ogni giorno
non dovrei morire, ah ah. Non citate questa mia frase, ma
mostratela pure a mia mamma, l’essere umano meno scopato
nella storia del mondo (e di conseguenza così acido, così secco,
così banale da scoprire, come un bicchiere d’acqua, mia
mamma è un bicchiere d’acqua, impossibile farne a meno,
ma permeato di noia e prevedibilmente insapore e che mi
ha portato a disprezzare la morte, a essere odiosa con le altre
donne quando le donne sono quelle che potrebbero eventualmente
aiutarmi, mi ha fatto sentire come se non avessi
bisogno dell’acqua, come se fossi oltre l’acqua, non sono una
creatura che necessita di acqua, non un mammifero, sto al
di sopra di voi e della vostra sete d’acqua da comuni mortali,
odio l’acqua, evitatemi il bicchiere d’acqua quotidiano!).

4. DARLA VINTA a lui. Concedergli che muoio e che tutte
le sue profezie si avverano. «Sarebbe più facile se tu fossi
morta» ha sibilato l’estate scorsa per prepararsi e trovare
il coraggio di lasciarmi. «Tu e la tua aura di morte, hai un
certo talento per la morte»: tutte quelle lamentele sul fatto
che porterei la morte in ogni cosa. Non voglio dargliela
vinta. Voglio stare al centro del cerchio e brillare e vivere.
Se non io con la mia vita, chi altri? Non voglio lasciargli
la storia della mia vita. Non voglio che reciti: Bambini,
vostra madre era un essere particolare, non sempre stava bene,
amava la vita quando fluiva verso di lei come oro, ma la vita
ha anche degli aspetti duri, e il freddo e i bacilli in marzo e la
mancanza di soldi. Dobbiamo onorare la sua memoria, bambini,
dobbiamo raccontare le sue storie, e ogni primavera quando le
giunchiglie spuntano dalla terra ne raccoglieremo un mazzo in
suo onore. La voce di vostra madre Sylvia era grave e forte, ma
non è mai riuscita a liberarsi dal suo corpo e a imprimersi sulla
pagina, per questo lei desiderava così tanto spegnere quel corpo
e continuare a far vivere soltanto lo spirito. Riteneva ciò che ha
scritto per i posteri più degno della vita insieme a noi
. Bla bla.
Vaffanculo! Non voglio regalargli la parte migliore della
mia vita. Non voglio che sua sorella maggiore Olwyn stia
lì con le sue gambe d’acciaio e le braccia conserte a dire:
Certo, l’ho detto fin dalla prima volta che l’ho vista, non
farai molta strada con quella donna, Ted, la sua fragile
forza, la veletta nera sul viso così irresistibilmente facile
da strappare, con un sarcasmo che sgretola l’immagine che
ha di se stessa, che trasforma il suo ampio sorriso in un
ghigno. Una piccola ammiratrice, Ted, carina, un’americana
debole con il cellophane sul cuore, la terrai per un po’, poi
si scioglierà come neve al sole. Fidati!
E lui ascolterà la sorella e si sentirà più forte e penserà:
Già, sono stato un imbecille a cercare di amarla, perché lei
non si poteva amare.
Ma la verità è che in casa sua non c’è posto per l’amore.
Nella sua casa, nel luogo da cui proviene, si lavora e si
stringono i denti, lì l’anima e l’estetica e il modo in cui si
interagisce gli uni con gli altri NON HANNO IMPORTANZA,
non esiste cultura in casa sua, nessuna eleganza, nessuna
raffinatezza, lì la gente è volgare e sboccata e non sa stare
a tavola e che colpa ne ho se ero una persona che sapeva
amare e sapeva essere bella e sono entrata nella sua casa,
nella sua dimora, nella sua Inghilterra, nella sua rozza eredità
di carbone e vestiti sporchi.
Volevo sprigionare ciò che avevo, liberare il mio umorismo
le mie conoscenze il mio talento per le parole e per le cose
che si vedono. Osservazioni. Ma sapete, il mondo non
vuole le belle ragazze in gamba fatte d’oro. Il mondo non
le sopporta. Il mondo vuole ragazze dure e cattive alla
Olwyn, ragazze che non sono amate dagli uomini, che sono
nate per cavarsela da sole, donne europee postbelliche che
sanno cosa significhi darsi da fare, ma non cosa voglia dire
avere un intelletto raffinato e insegnare alle ragazze allo
Smith e nel tempo libero scrivere poesie di straordinaria
bellezza. Sono invidiose, oh quanto sono invidiose di quelle
come me, però sono loro a trionfare, loro che vincono la
vita, anche se a un uomo non daranno mai un figlio che
perpetui la stirpe reale, non staranno su un lettino con le
gambe divaricate per spingere del magma incandescente
nel mondo. Non sacrificherà un bel niente, Olwyn, perché
non brucerà mai. Se ne starà lì a sopportare e a stringere i
denti e lascerà che la vita fluisca attraverso di lei finché non
morirà. Non entrerà mai nel fulcro dell’esistenza e non la
modellerà, non ne detterà le regole, non le darà belle forme,
non le donerà nuovi figli. Così eviterà anche di venire a
sapere che il mondo non sopporta la sua forza la sua bellezza
devastante il suo genio. Riderà della mia morte, sospirerà
alla mia morte, invidierà anche la mia morte, perché no,
non sarà mai altrettanto coraggiosa!

(Riproduzione riservata)

© Mondadori

 * * *

Elin Cullhed (1983) è un’autrice svedese che ha debuttato, con grande successo, nel 2016 con il romanzo YA The Gods.
Euforia è il suo primo romanzo per adulti e, fin dalla pubblicazione nel marzo 2021, è diventato uno dei romanzi più acclamati dalla critica. Cullhed ha maturato una vera e propria ossessione per la vita e l’opera di Sylvia Plath quando si è trovata in una posizione simile a quella di Sylvia: madre di bambini piccoli, moglie di uno scrittore come lei, in lotta per trovare spazio e tempo per il proprio lavoro. Nel novembre del 2021 Euforia ha ottenuto il più importante e prestigioso riconoscimento letterario svedese, il Premio August, ed è in corso di traduzione in diciannove lingue.

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