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SOLO SE C’È LA LUNA di Silvana Grasso (Marsilio)

febbraio 14, 2022

solo-se-ce-la-lunaSOLO SE C’È LA LUNA di Silvana Grasso (Marsilio)

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Ogni pagina di questo meraviglioso romanzo possiede l’incanto e la magia che solo “i sentimenti di carta” sanno evocare

di Emma Di Rao

Silenziosa interlocutrice dell’umana infelicità, immagine vaghissima, colma di seduzione e incanto, l’astro lunare è il luogo letterario più propizio al canto e all’elegia, ma in quanto metafora visiva dell’indefinito è anche il luogo che più favorisce l’ampliarsi della visione e il poetico effetto della dissolvenza. Suggestiva appare inoltre la sua duplicità di luce e buio che sul piano espressivo si realizza come una vera e propria coincidentia oppositorum.
Al pari di tale impalpabile e sfuggente ambiguità della presenza lunare, il romanzo di Silvana Grasso, “Solo se c’è la luna” (edito da Marsilio), si presta di sicuro ad una lettura non univoca in virtù delle molteplici valenze allusive sottese alla narrazione. Se si volesse comunque ricondurre ad un fil rouge la sua complessa tessitura, lo si potrebbe individuare nel vagheggiamento costante di una Bellezza che è soprattutto voce interiore e risarcimento di ogni sofferenza del vivere terreno.
A tale Bellezza aspira intimamente il personaggio di Gelsomina, che, esercitandosi a scrivere sulla corteccia degli alberi il proprio nome, impara ben presto a intagliare e scolpire statuine destinate alle tombe, ma anche “visi d’uomo bellissimi, che in natura non esistevano, e non sembravano affatto di questa terra”. Un dono di natura, prezioso e unico, il suo: saper creare volti ideali di cui innamorarsi e con cui lenire un’esistenza amara, riscattando in qualche modo la propria diversità. Una diversità da intendersi come fuga verso l’altrove e diversione dal giudizio ordinario e convenzionale della società, anche quando assuma i tratti di una follia improvvisa e forse salvifica.
Andata in sposa, all’età di sedici anni, a Girolamo Franzò, un rozzo bracciante che, arricchitosi in America, si faceva chiamare Gerri l’americano, la giovanissima protagonista non aveva mai, in realtà, desiderato un marito o un figlio, preferendo “pensare alla sua vita da sola, senza uomini di carne e, con cuore leggero, fantasticare sull’amore”.
Non stupisce che, tra i dolori del parto, il suo sguardo trasognato intravveda “nella faccia tonda della Luna” il volto sorridente e benevolo della Madonna. Segno evidente di un anelito insopprimibile verso l’oltre e verso una Bellezza non disgiunta da una certa sacralità. Ma anche segno dell’esigenza di un divino modellato sul mondo visibile, come si evince da quel “Cristo allegro” la cui singolare raffigurazione testimonia che il cambiamento è possibile, soprattutto se proviene da uno spirito semplice e ingenuo quale è Gelsomina, interamente dedita ad “un sogno di legno”.
Delicata e umanissima è l’immagine della Luna-Madonna che proietta una carezzevole luce di speranza e di consolazione sulla solitudine sentimentale del personaggio. E la diversità assume tinte ancora più drammatiche nella fragile Luna, la figlia che Gelsomina mette al mondo durante una “notte di luna piena”, mentre “un incendio di luce albina, spaventosa, magnifica, aveva furiosamente rovistato tra rami di ciliegio maturi, anche loro ormai prossimi al parto”. Una rarissima e incurabile malattia l’ha infatti resa vulnerabile alla luce del sole, costringendola a vivere “solo e sempre di notte, solo se c’è la Luna. Solo se c’è la Luna”. Così sentenzia autorevolmente il luminare consultato dal padre, aggiungendo con solennità: “Lei e il sole non si dovranno incontrare mai, mai, mai”, quasi si trattasse di un rapporto personale vietato in modo categorico e definitivo, come si deduce dalla replicazione di ‘mai’. Nella sua ferma raccomandazione, “..non vi illudete col discorso dell’ombra. Anche all’ombra ci sono raggi, raggi pericolosissimi, raggi che non si vedono a occhio nudo”, sembra inoltre di cogliere un senso ulteriore: quanto non si rivela allo sguardo e giace nascosto, possiede comunque una sua reale consistenza, anche se inafferrabile e indistinta.
A differenza della luce solare, la luminosità che proviene dalla presenza lunare non abbaglia e non acceca: al contrario, filtra e stempera la visione in una trasparenza simile a quella del sogno, favorendo così la disposizione contemplativa della protagonista ed inducendo quest’ultima ad amare la notte e tutto ciò che in essa era contenuto, “forse perché nulla sapeva del giorno, e non poteva fare confronti”.
Come spesso si riscontra nell’immaginario letterario, la malattia di Luna diviene privilegio conoscitivo, strumento elitario, sguardo capace di penetrare la scorza ingannevole dell’apparenza, nonché prospettiva che va ben oltre l’orizzonte breve e il limite angusto della ‘zolla’ in cui si vive. Il modello leopardiano di un’infelicità cosmica intorno alla quale vengono rivolti alla luna pensosi interrogativi resta sullo sfondo di una vicenda dai contorni surreali, ma connessa con il sentire umano e con il dipanarsi delle sue implicazioni.
Una vicenda i cui protagonisti interagiscono senza instaurare alcuna significativa comunicazione, divisi da un solco destinato a divenire sempre più profondo anche per la diversità dei punti di vista adottati e per il conseguente relativizzarsi della verità. L’assidua frequentazione del mondo poetico e letterario accentua in Luna l’isolamento e il distacco dal mondo che le vive accanto, ma il suo dramma individuale non affonda le radici solo nella malattia da cui è affetta: quasi orfana del padre a causa dell’esclusivo interesse di quest’ultimo per gli affari e quasi orfana della madre, divenuta “regina incontrastata del Cimitero” per quella follia che “si era infine trovata un varco”, la giovane aveva appreso dai versi dei poeti quanto la luna, pur “ignara”, fosse la compagna ideale cui affidare “struggimenti patimenti passioni sconfitte”.
E’ inoltre significativo che l’autrice attribuisca a questo tormentato e lucidissimo personaggio la consapevolezza di una dicotomia fra vita e letteratura: quest’ultima, infatti, non appare a Luna specchio e riflesso della vita, ma trasfigurazione di essa in virtù di modalità meno complesse di quelle richieste per condurre l’esistenza nella sua immediatezza. Lo si evince con chiarezza da “Scrivere di sentimenti era un fatto di bravura, viverli era un fatto di vocazione e di vita. Assai più complicato”. Da qui la necessità di preferire “sentimenti di carta”, incapaci di minare equilibri e lucidità di mente, al “terreno minato” delle emozioni o al cuore che “deragliava con rombo assordante”. Una lezione appresa in margine a quel surrogato di vita autentica che i libri rappresentavano per lei.
L’improvviso irrompere della sessualità nella giovane donna richiede tuttavia di essere assecondato senza il camuffamento travisante della poesia e dei suoi inganni. Persuasa che “il corpo abbia una primitiva semplicità”, Luna ritiene possibile esorcizzare con esso i demoni presenti nei sogni e nella mente “fuorviante”: ecco perché “lo voleva di carne il suo uomo”. Il fuoco che divampando accende “i suoi sensi adolescenti” finisce comunque per consumarsi in una ulteriore finzione, in una sorta di recita condotta solo per dimostrare a se stessa che “Era ormai tempo di passare dalla pagina alla vita”. La solitudine e la mancanza continuano dunque ad abitare l’anima della protagonista, sempre oscillante fra “la cancrena della riflessione” e “la maledetta tendenza a vedere altro”.
D’altronde, lo scenario di una Sicilia immersa in una luce abbagliante o nella coltre afosa del “maligno scirocco”, dove “nulla mai mutava, dove tutto restava appeso alle rocce incancrenite del tempo”, non solo concorre ad accrescere l’amaro disincanto che pervade il tessuto narrativo, ma diviene metafora di una più vasta angoscia esistenziale.
L’ombra dell’infelicità e della solitudine si proietta dunque su tutti i personaggi, ognuno dei quali si limita a sfiorare in sporadici e insignificanti accostamenti la tragedia individuale degli altri. Comune e diffusa è invece la capacità di percepire le molteplici forme attraverso le quali la Bellezza si interseca con il Tempo e con la Natura.
Ciò può riferirsi anche al personaggio di Gerri: deciso a seppellire, con una fiorente attività imprenditoriale, i fantasmi dell’emarginazione e della miseria patite durante l’infanzia, viene presto assalito dal timore che il destino gli sia avverso, poiché la malattia della figlia aveva colpito proprio quella pelle “su cui si concentravano molti dei suoi affari”. Eppure, nonostante l’evidente grettezza d’animo che lo spinge ad apprezzare solo il tornaconto economico e ciò che risulta di proporzioni smisurate – non a caso l’iperbole è la figura retorica utilizzata per rappresentarne gesti e pensieri -, egli si mostra capace di apprezzare i meravigliosi spettacoli offerti dalla natura: “Anche il cielo in Sicilia sembrava d’un’altra qualità…attraversato da brividi di luce rossa bruna viola, come se vi si riflettessero tutti i pensieri degli uomini”.
Inoltre, sebbene si senta “a disagio nei panni di padre”, si duole che la figlia non avrebbe potuto godere di quanto occorre alla felicità di un bambino: “ Ma come, professore, deve vivere al buio mia figlia, tutta la vita?Anche di giorno con la luce della candela, o del lume a petrolio?E come si fa con un bambino a levargli la corsa, il sole, il mare?”.
Il sincero rammarico per la sorte di Luna viene affidato – non ci sembra superfluo notarlo – al discorso indiretto libero che esprime l’affiorare delle sensazioni con veri e propri intermezzi lirici: “Poteva vederlo e respirarlo il Mare..Ma solo di notte..solo se c’era la luna…Però c’era anche il grande vantaggio d’avere i luoghi, gli odori tutti per sé, senza dividerli con nessuno. Senza intrusioni, senza compromessi, senza invadenze”.
Conscio, peraltro, della discrepanza fra apparenza e interiorità, questo personaggio ribadisce pirandellianamente la frantumazione dell’io e la scissione lacerante della coscienza: “E quindi ogni uomo in realtà ne conteneva due. Uno che comunicava al mondo quel cazzo che voleva…Un altro, invece, invisibile, che cresceva dentro come un ascesso…Solo quest’ultimo soffriva, si tormentava, non si dava pace, perché solo lui suonava tutte le corde dell’anima”.
Ed ancora, è possibile rinvenire nel frequente ricorrere del termine ‘mascherare’ e di altri elementi lessicali ad esso connessi, una delle possibili chiavi di lettura del romanzo. Se, infatti, “Tutto nella vita era finzione, mascheramento” e se “Non c’erano parole, per quanto belle…, che non si potessero smantellare alla ricerca del trucco, dell’inganno”, ne consegue che l’ingannevole finzione della maschera indossata sul palcoscenico straniante del vivere sociale cristallizza la nostra interiorità, e persino la parola si configura non come elemento atto a veicolare pensieri e stati d’animo, ma come mascheramento e costruzione artificiosa.
Soltanto la Bellezza sembra correggere una così tragica realtà: al suo miracolo risultano sensibili e partecipi anche i personaggi che nell’ordito generale si limitano a celebrare il rito banale della quotidianità. Basti pensare a Ciccina Frenzis che, da quando aveva iniziato a vivere di notte per accudire la nipote, aveva nel contempo iniziato a pensare e ad apprezzare ciò che la notte consentiva di vedere: colori non più netti e “tutto d’un pezzo”, ma suscettibili di “allusioni, metamorfosi, sconfinamenti”, e profumi non “alterati e avari”, ma pronti a rinascere “a nuova vita”.
Adottando una prospettiva che coincide con la focalizzazione interna al personaggio, l’autrice svela il mutamento intervenuto nella sorella di Gerri: “Da quando aveva preso a vivere di notte, pensava…Ed erano pensieri diversi, vari come l’arcobaleno… e se avesse studiato, avrebbe saputo che nome darci a questi pensieri”.
E’ la voce di questa figura ad esprimere un’ulteriore riflessione sulla mancata corrispondenza tra l’interiorità e “quello che esce fuori” a causa non di un inganno, ma dell’inevitabile trasformazione che le cose subiscono nell’esteriorizzarsi. Riflessione di certo ascrivibile al profondo pessimismo che impronta di sé la vicenda e che emerge in vari luoghi del romanzo, come, ad esempio, nel seguente passo: “Anche lei, come l’uccello sul davanzale, faceva solo penose prove di vita. Altro era la vita, altrove. Il suo canto di natura era strozzato, patetico”.
Identificandosi con la sorte di quell’uccello, Luna sente di poter solo aspirare al volo, senza alcuna meta se non il nulla: “Volare solo per volare”. In questa struggente immagine, che lascia affiorare un’eco dei versi leopardiani “Forse s’avess’io l’ale/ da volar su le nubi”, l’aspirazione al volo si identifica con il desiderio di attingere una dimensione opposta all’orizzontalità in cui si rimane inesorabilmente schiacciati, ma si identifica anche con il desiderio di “staccare l’ombra da terra”, nella consapevolezza che il corpo è solo un involucro dell’anima.
Il medesimo destino pesa come un macigno sul personaggio di Gioiella, la quasi figlia di don Gerri, che tutti giudicavano “un pezzo di legno, su cui non si scolpiva niente, né un desiderio né un’emozione né un sentimento”, ma che, coerentemente con lo scarto tra apparenza e realtà, si strugge invece interiormente di “emozioni incontrollabili” nei confronti di Luna e di una “bastarda nostalgia” verso la madre, “sparita in America”, in quell’America tanto prodiga di successo e di promesse, ma anche di sconfitte e persino di morte.
“Bellissima e abbandonata” al pari del luogo da lei amato, un limpido pozzo, abbracciato da due antichi castagni, Gioiella aduna in quest’ultimo “il suo unico progetto di vita”, ovvero il suicidio. Pur non intravvedendo alcun fine nella propria esistenza, non era però ancora pronta a morire, finché un pensiero spaventoso, una potente ossessione non si insinuano a incrinare il suo gelido distacco e ad aggredire corpo e mente: la scoperta dell’attrazione per Luna dà inizio a un vero e proprio inferno in cui il delirio dei sensi traghetta la giovane verso una vita diversa in cui finalmente vedeva, sentiva, parlava, mentre nella vita precedente “non erano cosa sua le parole” e “le emozioni erano terreno sconosciuto, pietroso, scosceso”.
Il brano in cui vengono sapientemente descritti gli effetti devastanti della passione, come l’alternarsi di sensazioni di gelo e di fuoco, riportano alla mente quei versi in cui Saffo – proprio quella poetessa che Luna aveva letto contraddicendo i consigli del suo maestro privato – aveva analizzato, in una sorta di anatomia del desiderio, la potenza ineluttabile dell’amore e il caos psicofisico di chi lo prova. E non importa se si tratti di una suggestione dovuta a una memoria involontaria o al retaggio della vasta cultura umanistica dell’autrice, la cui scrittura si sviluppa in direzione di esiti artistici originali e sommamente poetici.
Allo stesso modo in cui il corpo di Gioiella viene scosso da un “lancinante dolore…che le sbranava cuore testa stomaco”, la parola si contorce, vibra, sussulta, si tende. Nel passo successivo, in cui si descrive la nudità di Luna immersa nell’acqua, subentra invece, quasi ad attenuare l’effetto espressionistico precedente, un’aerea levità: la parola ci solleva in un’atmosfera rarefatta dove anche le movenze più sensuali ed erotiche diventano elementi di una bellezza eterea cui il paesaggio marino – del quale la grande vasca d’acqua offriva l’illusione – presta immagini, dettagli, scorci, increspature, profumi: “Come quando la bassa marea lasciava nudo il fondale, per qualche istante, e quell’improvvisa sconosciuta nudità restituiva all’occhio di chi guardava un tempo mitologico di felicità e meraviglia, per conchiglie, ossi di seppia, scavi dell’onda recente, o fantasmi di un’onda antica”.
In molti altri luoghi di “Solo se c’è la luna” si osserva l’efficace alternarsi di rapinose dolcezze e di un’estrema nettezza e concentrazione espressive, forse riflesso della compresenza della disposizione trasognata del vivere di notte e di uno sguardo sempre connesso col reale. Ne deriva una cifra stilistica di raffinata letterarietà che accoglie sovente un prezioso lirismo, come testimoniano sia le suggestive metafore in cui gli scarti semantici assottigliano i confini tra immagini e sensazioni, sia i numerosi ‘angoli’ nascosti che restituiscono significati ulteriori, tinte sfumate e tratti indefiniti. Basti qui solo qualche esempio tra i numerosi offerti da una scrittura che incanta e trascina il lettore con i suoi sconfinamenti: “Nell’aria calda di giugno odori di fresie gigli aragoste scampi duellavano furiosamente”; “Che silenzio, che profumi, che colori di notte! C’erano variazioni di blu, azzurro, turchino, argento, cenere, inimmaginabili fino a che uno…ci restava paralizzato per tanta bellezza”; “il ronzio delle stelle che cospiravano sempre tra loro”; o, ancora, vale la pena citare alcuni poetici sintagmi, quali “un valzer di stelle”, “quel pergolato di nuvole chiare”, “uno strapiombo di stelle”, “un nervetto di vento dolcissimo”.
E all’insegna dello sconfinamento è anche la conclusione del romanzo. La Bellezza che Luna ricerca e che scopre camminando verso la stazione – il termine ‘Bellezza’ è qui ripetuto con ritmo martellante insieme ai termini da esso derivati – non è quella metafisica, atemporale, immutabile, ma è la Bellezza effimera e vera che ha il colore rosso dei papaveri: “Voleva il tempo dei papaveri, il tempo della Bellezza”.
Mentre è assediata da una luce “insostenibile, bellissima” e mai conosciuta, il fischio del treno, di pirandelliana memoria, le suggerisce l’esistenza di un altrove, “di un’altra meta che non si scriveva sul biglietto di viaggio”. La sua decisione di oltrepassare la prigione della malattia muove dal commovente e tenero desiderio di recuperare quel Crocifisso che “raccontava la storia di una madre a una figlia, e la raccontava senza parole, senza retorica”. Ed è comunque un gesto che contempera libertà e destino: la luce del Sole, infatti, le apparteneva per natura, quella della Luna per destino.
E’ libera di compiere il proprio destino di morte anche Gioiella, che nella “magnifica tomba d’acque chete” potrà finalmente “trovare sua madre che le apriva la porta”.
Simile a un filo che si riavvolge su se stesso, la chiusa del romanzo si riannoda all’incipit: sulla tomba di Luna, di semplice marmo bianco, Gelsomina scolpisce quella stessa Madonna che, con il volto tondo della luna, era stata da lei invocata fra i dolori del parto, una Madonna col volto di una madre che stringe al petto una bambina, ma “poteva anche essere una madre che stringeva al petto sua figlia in un abbraccio senza fine. Tutte e due al sole, al Sole per sempre”.
Una chiusa che, come ogni altra pagina del romanzo, possiede l’incanto e la magia che solo “i sentimenti di carta” sanno evocare. E se le parole dei poeti possono talora apparire ingannevoli lusinghe, non c’è dubbio che Silvana Grasso le abbia ritenute, ancora una volta, l’unica ala su cui valga la pena librarsi in volo. Perché si possa, da quell’altezza, contemplare la terra attraverso un velo disteso tra veglia e sogno, tra reale e irreale. Ma solo se c’è la Luna.

 

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Solo se c'è la lunaLa scheda del libro: “Solo se c’è la Luna” di Silvana Grasso (Marsilio)

Il manovale Girolamo, dopo trent’anni d’America, dove ha imparato marketìnghi e bisinès, torna in Sicilia, primi anni Cinquanta, col nuovo nome americano di Gerri. Nel suo paese arretrato, dove ancora si usa la cenere per lavare e lavarsi, fonda una gigantesca fabbrica, stile americano, di sapone e saponette, la Gerri Soap, che esporta, con grande successo economico e d’immagine, i suoi prodotti in tutta Italia. L’America, che ha fatto di lui un imprenditore, gli ha insegnato le strategie di mercato, di comando, sempre e comunque, perché, quando si è padroni, non esiste il torto, ma solo la ragione. Da uno sciagurato matrimonio con una ragazza che trascorre il tempo a intagliare volti e corpi sul legno, nasce Luna, minuta quanto un coniglietto, per di più con una rarissima malattia che la costringe a vivere al buio, solo se c’è la Luna, perché il Sole ucciderebbe le sue tenere carni. Per farle compagnia, e soprattutto prenderne le distanze, Gerri le “compra” una quasi sorella, Gioiella, figlia di una sua operaia, ragazza madre, che vuol vivere, anche lei, col suo nuovo amore il sogno americano. Gioiella cresce con una spaventosa bellezza bruna e sensuale, ma è chiusa, scontrosa, ostile a ogni avventura sessuale o sentimentale. Nel frattempo, nella grande villa, Luna studia, legge avidamente poeti e scrittori, nell’illusione di conoscerlo quel mondo che non conoscerà mai nelle geografie dei luoghi, finché a 16 anni non le basta più innamorarsi di uomini scolpiti nel marmo o nei versi dei poeti: vuole un maschio vero, di carne vera. Non sa, però, che la quasi sorella prova per lei un sentimento d’attrazione sessuale devastante, contro cui nulla può la volontà o la preghiera. Con la potenza di un’immaginazione sgargiante e l’estro di una lingua febbrile, Silvana Grasso racconta lo scontro tra la natura e il moderno nella scena mediterranea di una Sicilia marina e assolata obbligata a piegarsi al primato notturno, per costringerci a ripercorrere il percorso della metamorfosi del mondo nella storia e a ritrovare le tracce di quel destino fatale che – nonostante ogni sforzo di sfuggirgli alla ricerca di un futuro migliore – resiste vitale, luminoso e feroce.

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Silvana Grasso è nata a Macchia di Giarre, in Sicilia. È filologo classico, ha tradotto dal greco Archestrato di Gela, Matrone di Pitane, Galeno, Eronda. Scrive racconti, romanzi, pièce teatrali rappresentate in Italia, Francia, Spagna, Belgio, e collabora con diverse testate. Le sue opere sono state premiate con importanti riconoscimenti, tra cui: il Premio Mondello, il Premio Brancati, il Premio Vittorini, il Premio Flaiano Narrativa, il Premio Grinzane Cavour Giovane autore esordiente e il Premio Grinzane Cavour Narrativa italiana. Nel 2017, all’Università di Utrecht, si è tenuto un convegno internazionale a lei dedicato, L’opera di Silvana Grasso: poetica, generi e filologia. Oltre a La pupa di zucchero ha pubblicato: Nebbie di ddraunàra (La Tartaruga 1993), Il bastardo di Mautàna (Anabasi 1994, Einaudi 1997, ripubblicato da Marsilio nel 2011), Ninna nanna del lupo (Einaudi 1995, ripubblicato da Marsilio nel 2012), L’albero di Giuda (Einaudi 1997, ripubblicato da Marsilio nel 2011), Disìo (Rizzoli 2005, ripubblicato da Marsilio nel 2019), 7 uomini 7. Peripezie di una vedova (Flaccovio 2006, ripubblicato da Edizioni Ets nel 2018), Pazza è la luna (Einaudi 2007), L’incantesimo della buffa (Marsilio 2011), Il cuore a destra (Le Farfalle 2014), Solo se c’è la Luna (Marsilio 2017), Me pudet. Poesie 1994- 2017 (Edizioni Ets 2019) e La domenica vestivi di rosso (Marsilio 2018).

 

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