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Premio Strega 2022. Proposti i libri di Ardone, Avati, Bubba, Castellitto, Cossu, Donaera, Giordano, Karsaiovà, Piersanti, Raimo, Vettori, Zuzu

febbraio 22, 2022

Proposti dagli “Amici della Domenica”, per l’edizione 2022 del Premio Strega, i libri di: Viola Ardone, Pupi Avati, Angela Bubba, Pietro Castellitto, Silvia Cossu, Andrea Donaera, Giovanna Giordano, Jana Karšaiová, Claudio Piersanti, Veronica Raimo, Pierpaolo Vettori, Zuzu

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Immagine da LETTERATITUDINE (di Massimo Maugeri)

 

I dettagli sui libri presentati con i testi delle recensioni:

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Viola Ardone
Oliva Denaro
Einaudi

Presentato da
Concita De Gregorio

«Per la potenza della voce della protagonista, che ci parla da un tempo e da un luogo in cui la parola libertà, per una giovane donna di sedici anni, era da inventare. Per la forza del racconto corale di un paese di Sicilia che custodisce la matrice di caratteri e dinamiche certamente arcaici, ma tuttora presenti nel comune sentire e capaci di retroilluminare l’origine del nostro senso comune. Per il pudore, la riconoscenza e la grazia con cui rende omaggio alla storia di una donna realmente esistita, celebre e vivente, che pur essendo fondamento e simbolo di emancipazione ha scelto di condurre il resto della sua esistenza nel riserbo e nella discrezione. Per il rispetto che le porta. Per la forza letteraria del romanzo, per l’assenza di retorica edificante, per la freschezza e la precisione dello sguardo. Per la capacità di orchestrare dialoghi e silenzi, di dare corpo al pensiero inespresso. Un romanzo che non si può non amare, non si può non portare Oliva Denaro per sempre con sé.»

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Pupi Avati
L’alta fantasia
Solferino

Presentato da
Paolo Di Paolo

«Non è un gesto semplice quello che consente a una realtà storica di riacquistare visibilità e tangibilità. Occorre fare in modo che l’immaginazione si incarni. Un lavoro per artisti – capaci, per esempio, di far tornare a vivere “una inclemente tempesta” che segna la fine dell’estate del 1321. Una pioggia “cattiva” che batte sulle strade di Ravenna, nel giorno in cui muore Dante Alighieri. Nessuno può riportarci lì, se non la macchina del tempo allestita da un narratore. La pioggia si ferma per un istante. Il racconto può cominciare: e Pupi Avati ne fa coincidere la traiettoria con quella percorsa da Giovanni Boccaccio. L’autore del Decameron è incaricato di raggiungere la figlia di Dante, fattasi monaca, per consegnarle un risarcimento, una somma di denaro con cui Firenze prova a farsi perdonare per l’esilio subito dal poeta. Avati ricostruisce il viaggio tappa per tappa, emozione per emozione, facendoci misurare la portata simbolica e il peso emotivo. Il viaggio di Boccaccio è un atto di restituzione non solo concreta, ma ideale: è il cammino di un uomo ammirato verso la radice di quella ammirazione, è il tentativo di cogliere, a posteriori, il segreto del genio altrui, di darsi risposte sul mistero della creatività. È, in fondo, il viaggio che, in settecento anni, abbiamo fatto anche noi – studenti, studiosi, lettori appassionati, esposti al bagliore di un talento senza misura.
La colonna sonora, esplicitata dall’autore, del libro si muove tra Brahms e le grandi passioni jazzistiche di Avati, ed è il contrappunto speciale di un romanzo che sorprende per la grazia e la levità, per come torna su un tema radicale della filmografia del regista (penso, per esempio, a Ma quando arrivano le ragazze?) – il mistero della creatività, per l’appunto – da una via diversa e originale. Documentatissimo ma senza che mai si avverta il peso delle fonti, L’alta fantasia è un libro che accorcia una distanza di secoli, fino a farci accomodare nella stanza in cui Boccaccio fa a suor Beatrice, la figlia di Dante, la domanda che tutti abbiamo sulla punta della lingua. La risposta resta segreta, ma come l’autore del Decameron anche noi sentiamo di avere sfiorato, grazie alla potenza immaginativa di Avati, la carne della carne di Dante.
Candido con emozione L’alta fantasia al Premio Strega 2022, grato a un maestro del cinema che qui rivela fino in fondo la sua commovente passione per la grande letteratura.»

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Angela Bubba
Elsa
Ponte alle Grazie

Presentato da
Laura Pugno

«In Elsa, vita in romanzo o romanzo della vita di Elsa Morante, concordemente riconosciuta come una delle maggiori autrici italiane del Novecento e oltre, in Italia e all’estero, e vincitrice del Premio Strega 1957, Angela Bubba si misura carne a carne con un modello letterario di spaventosa potenza e ne dischiude la densità metallica, tenera disperata e stridente, in limpidezza teatrale.
Di scena in scena, di decennio in decennio in questo corposo e leggibilissimo romanzo di più di quattrocento pagine, sorretto dal lungo studio e lungo amore di una giovane scrittrice che è anche un’italianista, Elsa Morante, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Luchino Visconti, i protagonisti della società letteraria e culturale del tempo ci appaiono – ed è questa la parola, perché di apparizioni si tratta – in situazione, in flash, in impressione improvvisa, come corpi in movimento che lasciano una scia luminosa, permettendoci di cogliere ancora e sempre il loro bagliore da lontananze di tempi e spazi siderali, ed è un bagliore vivo. Se la letteratura è anche ambizione, qui la scommessa è stata ambiziosa (non un’opera-mondo, ma un mondo-opera), ed è stata vinta. Impresa non facile. E se la letteratura è esplorazione (per ricorrere ancora una volta, l’ultima forse, a metafore che abbiamo smesso di pensare e percepire come tali, ma che restano tali) qui il romanzo non si affida solo alla capacità di ricognizione dei suoi scout, dei suoi drappelli oltre le linee, nemiche o forse solo sconosciute. Piuttosto da quei drappelli ha già ricevuto i dispacci ottenuti a caro prezzo, ne ha preso atto, ed è pronto a muovere in forze, con tutte le sue forze. Combatte le battaglie che ha sempre combattuto, ne ha vinte già molte altre. Forse, all’orizzonte, intanto, si prospetta un tipo di guerra completamente nuovo.»

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Pietro Castellitto
Gli iperborei
Bompiani

Presentato da
Teresa Ciabatti

«Quanto duri la giovinezza è la domanda sottesa a tutto il romanzo. Pietro Castellitto riesce a definire questo tempo nello spazio di una generazione di modo che lo sguardo in presa diretta contraddica il luogo comune secondo il quale l’essere ragazzi è trasversale, uguale per tutti. Uguale e felice. Gli iperborei testimonia che ogni epoca ha la sua età giovanile, e qui, per i quasi trentenni protagonisti, questa età coincide con la paura della fuggevolezza, col morire prima di essersi compiuti.
Tra il passato più remoto che è l’infanzia e il futuro prossimo – il trentesimo anno, come ha detto Ingeborg Bachmann – che incombe, ovvero la vecchiaia, il romanzo risponde: passa un istante. La giovinezza dura un istante.
Con una voce unica e originale, Castellitto smaschera lo scherzo dell’età senza mai tirarsene fuori. La sua è un’implosione. È la bomba che la figlia dello Svedese mette all’ufficio postale, togliendo la vita a una persona e insieme distruggendo la sua e quella del padre. Includersi nella rovina è il gesto letterario degli Iperborei.
Spudorato e pieno di grazia, scapestrato e gentile, questo romanzo fotografa l’oggi con uno stile maturo, ora anarchico, ora conservatore, sempre intimamente innovativo.
La velocità, quasi distratta, dei passaggi cruciali, l’inversione del rapporto causa effetto, la drammatizzazione quasi psichedelica dell’inezia, l’anestesia del dolore.
La scrittura di Castellitto contiene anche altro: la prova che non è necessario uccidere i padri, ma che – inglobandoli, superandoli, persino tornando a loro – si compie il passaggio. A differenza dei barboncini, i ragazzi “che covano rivoluzioni già covate”, gli iperborei rischiano per una rivoluzione dove – ecco l’inaspettato/l’impensato – padri e figli possono abitare, seppur diversamente, lo stesso frangente. In questa scoperta, in questa tenerezza mai esibita, il romanzo è sovversivo. Nella filiazione prima di tutto letteraria che tiene conto dell’eredità di stile e immaginario, incorporandola o rovesciandola, senza mai disintegrarla.
Un romanzo destinato a restare non solo per il valore in sé, ma per il rapporto che stabilisce col presente, al pari di quello stabilito da Meno di zero con gli anni Ottanta, e da Il giovane Holden con gli anni Cinquanta. In una contaminazione continua tra infanzia e età adulta, innocenza e malizia, durante un tempo violentissimo e rapido che rallenta su riflessioni in apparenza di poco conto.
Il “dove vanno le anatre d’inverno?” di Salinger qui si moltiplica, si fa dubbio anche su sé stessi: “Poldo… Ma quanti anni abbiamo noi?”.
Per tutte queste ragioni ho deciso di presentare Gli iperborei di Pietro Castellitto alla LXXVI edizione del Premio Strega.»

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Silvia Cossu
Il confine
Neo Edizioni

Presentato da
Renato Minore

«“Entrambi ci facciamo pagare promettendo un miraggio. Vediamo fumo, lui lo chiama ‘cura’, io ‘senso’.” Lui è un famoso psichiatra che chiede una sua biografia a chi per professione le scrive.  Montando questa storia con grande sapienza costruttiva, Silvia Cossu riesce a muoversi sul “confine” dove l’esperienza dello psichiatra e della sua biografa si specchiano, si mescolano, si confondono tra rivelazioni colpi di scena e lampi onirici.
La quiete di una storia biografica in cui si cerca la ragione, il modo, il senso di una cura che si trasforma in una nuova cura, davvero inattesa quanto necessaria grazie all’esperienza che la protagonista si trova a patire nel confronto con la vita dello psichiatra.  Che non è solo un ciarlatano come tanti guaritori d’anima nella grancassa dei media, ma anche l’abile giocoliere di una rappresentazione che, nel suo vuoto, riesce incredibilmente a far centro.
E fa centro Il confine (Neo edizioni), con la lama di una scrittura appassionata e “fredda” nello stesso tempo, tra messe in scena, simulazioni e dissimulazioni di un io davvero mobile, precario, sempre bisognoso di rinforzi e conforti, maschere e travestimenti vari, nella lettura coinvolta e complice che può assicurare.»

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Andrea Donaera
Lei che non tocca mai terra
NN Editore

Presentato da
Daniele Mencarelli

«Lontano dai canoni che vorrebbero la letteratura mesta forma d’intrattenimento, Lei che non tocca mai terra di Andrea Donaera entra nelle viscere di un sud arcaico e violento, dove bene e male camminano fianco a fianco e i valori sono spesso ribaltati nella pratica della realtà. Miriam, giovanissima, ha avuto un incidente che l’ha ridotta in coma, su di lei veglia Andrea, suo coetaneo, che cerca di difenderla e di difendersi dalle insidie di familiari e parenti, intrecciati in una serie di relazioni tossiche, tutti malati della stessa malattia: la fine dell’amore, peggiore di ogni morte.
Il sud di Donaera è il sud di ogni mondo su questa terra, gotico e bestemmiante, dove tutti, a partire da Dio, si negano all’uomo che brama di essere salvato, da sé stesso e da tutti i falsi profeti. Donaera è un narratore lirico come pochi altri in circolazione e questo suo viaggio risplende di luce propria.»

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Giovanna Giordano
Il profumo della libertà
Mondadori

Presentato da
Antonella Cilento

«Il romanzo di Giovanna Giordano è in autentica controtendenza: merita segnalazione la sua opera intrisa di un’atmosfera classica e insieme fantastica, che mette insieme la vocazione dei grandi narratori europei, da Karen Blixen a Vitaliano Brancati, raccontando un lungo viaggio eroico (e comico, e sentimentale, e onirico) da un luogo ignoto e secondario della Sicilia, il piccolo villaggio di Gesso, arroccato sopra Messina, all’America.
Il romanzo di Giovanna Giordano è una moderna Odissea e il protagonista, Antonio Grillo, novello Ulisse, ne è osteggiatissimo protagonista, poiché non a casa si deve tornare, come in Omero, ma da casa si deve trovare la forza di partire.  E innumerevoli sono gli inganni che la terra maliosa e la famiglia gelosa tessono per impedire il viaggio, nutrendo e avvelenando il protagonista che ha in casa sia Circe che i Lotofagi.
Giovanna Giordano tesse una lingua di richiami e ripetizioni, seminata di boe di parole, come un’antica cantastorie, un gesto che in tempi cinici e ciechi sembra ingenuo e invece risveglia le forze più antiche del narrare, come in Le mille e una notte. Cosa ci dà la forza per viaggiare nel mondo, sembra chiedersi Giovanna Giordano, se non le profonde radici cui apparteniamo?
Erede di molti peripli mediterranei e di epiche narrazioni dello Stretto compiuti da altri scrittori siciliani, su tutti Stefano D’Arrigo con Horcynus Horca, Il profumo della libertà innova il modello con voce femminile di autentica incantatrice.»

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Jana Karšaiová
Divorzio di velluto
Feltrinelli

Presentato da
Gad Lerner

«Suggerisco alla giuria del Premio Strega di far suo Divorzio di velluto di Jana Karšaiová perché vi troverà inscritto il fascino del nuovo romanzo europeo. O, se preferite, la nuova Europa declinata in letteratura italiana da una scrittrice esordiente slovacca che, da autodidatta, grazie a vent’anni di studio, nella nostra lingua ha trovato il mezzo più adatto a esprimere mirabilmente la sua condizione esistenziale.
Un’adolescenza vissuta nel grigiore socialista della Cecoslovacchia che il 1° gennaio 1993 si spezzerà in due, dopo aver visto cadere la cortina di ferro che da noi la separava. Non solo questo è il Divorzio di velluto. È la separazione dolorosa ma necessaria dalle proprie radici, la scelta di una libertà di esistere, di amare, di parlare anche in modo diverso rispetto a quanto sembra sancito dai confini della propria nascita. Le belle protagoniste, Katarìna, Viera, Dora, nel loro passaggio alla gioventù, nelle trame sentimentali, nei conflitti generazionali, saranno per chi legge una rivelazione.
Carpa e sushi, palacinky e discoteche, in un quadrilatero romanzesco che rende vicinissime Bratislava e Praga con Verona e Bologna. Mentre sullo sfondo restano, almeno per ora, Londra e Washington. Vicenda d’Europa al femminile che la lingua italiana superbamente acquisita, e a tratti rivitalizzata, da Jana Karšaiová rende intima, universale, sorprendente.»

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Claudio Piersanti
Quel maledetto Vronskij
Rizzoli

Presentato da
Renata Colorni

«Non desta stupore che la pubblicazione presso Rizzoli dell’ultimo romanzo di Claudio Piersanti  sia stata salutata con unanime consenso da parte  della critica e del pubblico più avvertito, che  hanno  subito sottolineato con calore  le indubitabili e già ben note qualità letterarie di uno degli autori più importanti della nostra narrativa, voce tanto schiva e inapparente – che rammenta la nobile ricerca letteraria di Romano Bilenchi – quanto autorevole e originale fin da quando, nel 1997, il suo libro Luisa e il silenzio, ottenne l’ambito Premio Viareggio.
Ebbene, anche qui, anche in questo libro che ha un titolo enigmatico e lievemente sfottente; anche in questa storia di un amore coniugale che né i decenni trascorsi dalla coppia in unità indissolubile né il modesto tran tran di una esistenza piccolo borghese non immune da frustrazioni hanno minimamente scalfito perché quell’amore che definisce e lega i coniugi – lui è un bravissimo tipografo che per l’avvento delle nuove tecnologie ha perso il lavoro, lei una bella segretaria appassionata di giardinaggio – reca in sé la freschezza e il profumo delle cose indistruttibili ed eterne; anche nel racconto pacato di quotidiane abitudini e tenerezze di coppia che tutt’a un tratto vengono interrotte e lacerate dall’improvvisa sparizione di Giulia che provoca in Giovanni angoscioso spaesamento e paura, senso di perdita e di morte imminente;  anche in questo libro, insomma, così breve e strano, a tratti improbabile per chi non ha dimestichezza con i puri  di cuore, una specie di favola dolce e sinistra attraversata da cima a fondo da un brivido allarmante, Claudio Piersanti dà senso e spazio al mistero del silenzio e della solitudine, dimensioni fondative dei rapporti umani. Tutto questo grazie alla raffinatezza del suo intuito psicologico e alle risorse stilistiche innate della sua scrittura, che derivano da una lingua che ha la limpidezza del cristallo e da una straordinaria naturalezza e versatilità espressiva.»

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Veronica Raimo
Niente di vero
Einaudi

Presentato da
Domenico Procacci

«Sono un Amico della domenica da diversi anni ma è la prima volta che decido di presentare un romanzo al Premio Strega. Lo faccio perché me ne sono innamorato prima da lettore e poi da produttore. Veronica Raimo ha un talento prezioso, scrive di cose serie, profonde, talvolta sconcertanti, con uno stile ironico e brillante. Niente di vero è uno spaccato tagliente di una famiglia italiana che ci somiglia, in cui la voce narrante smonta continuamente gli aspetti più canonici dello stare insieme per diritto di sangue, così come demolisce ogni retorica consolatoria, con una scrittura libera, spudorata e irresistibile. I personaggi del romanzo si muovono in un contesto in continua mutazione, come l’appartamento in cui vivono dove nascono pareti e stanze dove non ci sarebbe spazio neanche per un mobile. Sono caratteri forti, ben delineati, capaci di rimanerti addosso per molto tempo dopo la fine della lettura. Ne seguiamo le vicende come fossero i nostri vicini di casa, amici di una vita, ma anche personaggi temibili che siamo felici di poter osservare divertiti a distanza. “Quando in una famiglia nasce uno scrittore” dice Veronica Raimo all’inizio del libro, non sarà la famiglia bensì lo scrittore a “fare una brutta fine nel tentativo di uccidere madri, padri e fratelli, per poi ritrovarseli inesorabilmente vivi”. Non possiamo che essere d’accordo con lei. Veronica Raimo è una scrittrice formidabile, capace di costruire un romanzo moderno, caldo e da cui non riesci a staccarti fino all’ultima pagina. Un libro dove non c’è Niente di vero ma tutto è sorprendentemente autentico.»

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Pierpaolo Vettori
Un uomo sottile
Neri Pozza

Presentato da
Paolo Mauri

«Candido al Premio Strega 2022 il romanzo di Pierpaolo Vettori Un uomo sottile (Neri Pozza), un omaggio alla Scrittura e a quella particolarissima realtà che la Scrittura crea. Lettore di Daniele Del Giudice, il protagonista, Paolo Vetri, entra nei suoi libri e dialoga con i suoi personaggi, creando una sorta di meta-racconto di grande fascino ed eleganza. “Sa perché Del Giudice faceva fatica a scrivere?” chiede Anne, che viene dal racconto Nel Museo di Reims. “Perché non ne vedeva più il senso”. Un uomo sottile si muove nel solco dei misteri della grande letteratura. Un omaggio dunque, ma anche un grido d’allarme.»

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Zuzu
Giorni felici
Coconino Press

Presentato da
Valeria Parrella

«Ho trovato un fumetto bellissimo che vorrei presentare, in quanto Amica della domenica, al Premio Strega 2022. È Giorni felici di Zuzu, edito da Coconino Press.
Da tempo ormai credo che la nona arte sappia cogliere i momenti cogenti della nostra società con un afflato nuovo, e Zuzu, giovanissima artista, certo si colloca tra i suoi migliori talenti.
Giorni felici è la storia di un provino, incentrato sull’omonima pièce di Beckett e, come in quella, tutto è indefinito e tutto vagola: lì era tra le parole, qui è tra le tavole a pastello.
Il pastello che Zuzu usa è straziante: perché riporta al tipo di disegno dei bambini, eppure nella sua storia sono impiantati i drammi degli adulti. Il provino che la protagonista deve affrontare è una prova esistenziale, è l’accettazione di questo pensiero: se qualcuno ha la fortuna di cogliere i giorni felici, e di rendersene conto nell’istante in cui essi vivono, più doloroso sarà perderli.
Nella protagonista vi è anche una matrice binaria, che ella tiene a bada per cercare di vivere come gli altri, ma che si manifesta in una continua metamorfosi. Eppure, chi la ama la ama così.
Sono sicura che in questi tempi incerti, che tanto interrogano la nostra identità, questo libro, questo fumetto, possa essere un segnale potente di presa di coscienza. Come so che il nostro amato Premio è proprio di questi segnali che si nutre.»

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