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IL CUOCO DELL’IMPERATORE di Raffaele Nigro (La nave di Teseo) – recensione

marzo 11, 2022

“Il cuoco dell’imperatore” di Raffaele Nigro (La nave di Teseo)

Romanzo candidato all’edizione 2022 del Premio Strega da Francesca Pansa

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di Vito Caruso

Ho finito di leggere il romanzo “Il cuoco dell’imperatore” (La nave di Teseo), pag. 751, 22 euro, di Raffaele Nigro, classe ’47, nato a Melfi (Potenza), vive a Bari, vincitore nel 1987 del Super Campiello con “I fuochi del Basento”. Una scoperta, Raffaele Nigro. Grande capacità di racconto. Lingua vasta e ammaliante. Promosso.
Parte, anzi scappa (scoprirete il perché) da Melfi (Potenza), nel 1208, il cuoco-guaritore (perché almeno uno tra i parenti deve svolgere tali mansioni) del titolo, al secolo Guaimaro delle Campane, appartenente a una famiglia di fonditori (campane, portoni, arredi sacri). Finirà in Sicilia. Si unirà allo Stupor Mundi Federico II di Svevia e lo seguirà sino alla morte, 13-12-1250, negli innumerevoli spostamenti della corte viaggiante dei miracoli, dalla Germania alla Terra Santa, dalla Sicilia alla pianura padana.
Estenuanti e spossanti i continui trasferimenti, più delle non molte battaglie, dove Federico sembra un pompiere sovente chiamato a spegnere vari focolai di rivolta nell’impero. Col sangue? Lo stretto necessario. Di più con la diplomazia, una delle diverse discipline nelle quali l’illuminato sovrano eccelle, certo coadiuvato dalle migliori teste pensanti del tempo.
Con un osservatore/ascoltatore privilegiato come Guaimaro facciamo la conoscenza del “gigante” Federico II, cosa mangia (la pregiata cucina appulo-lucana del fedele servitore), cosa legge (di tutto, incredibile per quei tempi, da divoratore compulsivo), quante donne ha inseminato (conto problematico), quanti figli (una caterva tra legittimi e non, e per lo più maritati con destrezza e ben piazzati nel formidabile scacchiere del babbo), le sue malattie (tallone d’Achille, apparato gastro-intestinale), il suo disegno politico (lungimirante, visionario, quasi un anticipo di Unione europea), i rapporti con l’Islam (forieri, alla distanza, di scomunica papale, ma geniali con gli occhi di oggi), i problemi con i baroni siciliani, tedeschi, con i vescovi-condottieri.
Problemoni, che alla lunga sfiancano l’imperatore, quelli con i Papi (il loro potere temporale finisce per andare in rotta di collisione con quello imperiale; troppi due galli in un pollaio) e con i comuni lombardi (qui è un modello politico, l’autodeterminazione delle realtà locali, pur in frequente litigiosità col vicinato, che va a cozzare con il disegno federiciano). E vedremo che questa sirena della “civiltà dei comuni” farà breccia nella testa del primogenito di Guaimaro, Ruggiero, il figlio ribelle e problematico, la sua spina nel fianco, una delle tante storie di questo magico romanzo.
Nel concatenarsi degli eventi, la mano sapiente di Nigro cala la bella trovata narrativa della particolarità di Guaimaro, dono soprannaturale, venutogli dal bisnonno longobardo Ademaro da Mondragone, che lo mette in contatto col mondo dei defunti, tornati tra i vivi nei corpi di animali prima del passaggio definitivo alla vita eterna. Dai loro quasi oracoli da interpretare, usciranno anticipazioni di puntuali accadimenti in tutto l’arco del romanzo, sino alla ficetola (rettile) con le sembianze della madre che appare allo stesso Federico nelle sue ultime ore.
La voce narrante di Guaimaro/Nigro, torna sistematicamente alla vita di corte, ovunque essa si trovi a sostare, colta nei preparativi di banchetti sontuosi o frugali, nelle immancabili battute di caccia del sovrano, serate di danze o di sterminate letture o di laboriosa stesura del libro di Federico sulla caccia e sugli uccelli, di confronti poetici, politici, scientifici e filosofici.
E torna, quando la grande storia lo consente, quasi ritagli in alcuni decenni, alla sua di famiglia, quella di origine, e quella che mette su, prima con Mariaspina dagli occhi belli, che gli darà Ruggiero, e poi con la attraente germanica Gudrun, che quasi a ogni “licenza” di Guaimaro resta gravida e gli dà Costanza, Federico Ruggiero Costantino, Sichelgaita, Finaide e Trotta Adelberta. Quasi spiazzante, col senno di oggi, sentir dire a Gudrun che si è sentita pienamente donna, serena e felice, legata al suo Guaimaro, nei tempi delle gravidanze.
Dicevo sopra della vasta lingua di Nigro. Una meraviglia. C’è la ricchezza variopinta/onomatopeica del gergo meridionale, che reca antropologia, usi, costumi, gastronomia, erbe, fauna, flora, soprattutto dei territori (Lucania, Puglia) cari all’autore. Cerchi “incipponare” e ti imbatti nel ceppo dell’amore con cui si chiedeva il fidanzamento. Cerchi “Morgengabe” e ti ritrovi l’usanza longobarda del dono del mattino, dal marito alla moglie, dopo la prima notte di nozze. Ti incuriosiscono cacagliare (balbettare), accroccare (mettere insieme), croccolare (chiocciare), capuzziare (sonnecchiare), e puoi divertirti per ore con coratella (frattaglie), ricotta scuanta, olive taggiasche, capriata, frizzuoli, ciambotta, tria, idromele, lagana, uva canosina, pere spadone, aglianico, copeta e pettole. L’elenco delle delizie è lungo. Confermo. Buona lettura.

© Vito Caruso

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La scheda del libro: “Il cuoco dell’imperatore” di Raffaele Nigro (La nave di Teseo)

È il 1208 e Guaimaro delle Campane, originario di una famiglia di fonditori di Melfi, assiste all’uccisione di due carbonai ebrei. Preso dal panico, anziché aiutare i due feriti si dà alla fuga, arruolandosi al seguito della corte di Federico II di Svevia. Grazie alle sue conoscenze mediche e alle doti nell’arte culinaria, viene scelto come cuoco ufficiale del giovane re di Sicilia e di Germania e come figura addetta alla salvaguardia della sua salute, entrando così a far parte di una corte animata da letterati, cantori, giuristi, scienziati e filosofi di cui Federico ama circondarsi. Guaimaro affronterà con lui vittorie e sconfitte, vivendo e trascrivendo i grandi avvenimenti storici, come le lotte con il papa e i comuni, e i semplici momenti di vita quotidiana, la frenesia per i preparativi di sontuosi ricevimenti e la fatica per i lunghi spostamenti della corte viaggiante. Trascorrendo la propria vita, anch’essa ricca di passioni, accanto a Federico e al suo progetto politico, lungo l’arco di mezzo secolo.
In questo romanzo storico, epico, avventuroso e lirico, Raffaele Nigro ci offre un ritratto inedito di Federico II Hohenstaufen, della sua complessa personalità fatta di curiosità intellettuale e superstizioni, amori folli e matrimoni di convenienza, ma soprattutto il volto di un imperatore radicalmente diverso da tanti monarchi del suo tempo: un paladino del diritto e della scienza in un secolo buio, un sostenitore della politica contro la violenza e il promotore di un progetto ambizioso di un’Europa unita ante litteram, di un Mediterraneo dei saperi e di una divisione tra il potere dei papi e quello dello Stato.

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Raffaele Nigro (Melfi, 1947) vive a Bari. Dopo il saggio Basilicata tra Umanesimo e Barocco ha pubblicato Narratori cristiani di un Novecento inquieto e Giustiziateli sul campo. Letteratura e banditismo da Robin Hood ai giorni nostri. Nel 1987 con il romanzo I fuochi del Basento ha vinto il Supercampiello. Seguiranno una ventina di romanzi tra cui La Baronessa dell’Olivento, Ombre sull’Ofanto, Dio di Levante, Adriatico, Viaggio a Salamanca e Malvarosa, che ha vinto i premi Biella, Flaiano, Mondello, Maiori. Ha curato le edizioni critiche di Burchiello e la poesia giocosa del ’400 e ’500 e delle opere di Francesco Berni, per il Poligrafico dello Stato. I suoi libri sono tradotti in molte lingue.

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