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A OGNI STAZIONE DEL VIAGGIO di Loretto Rafanelli (Jaca Book) – poesia

marzo 16, 2022

Ad ogni stazione del viaggio - Loretto Rafanelli - copertina“A ogni stazione del viaggio” di Loretto Rafanelli (Jaca Book)

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di Simone Gambacorta

A ogni stazione del viaggio aggiorniamo l’indice delle distanze, mentre il silenzio dei nomi scandisce il tempo dell’attesa. Questa libera e senza dubbio arbitraria ricombinazione dei titoli di poesia che Loretto Rafanelli ha pubblicato dal 2002 a oggi (Il silenzio dei nomi, Il tempo dell’attesa, L’indice delle distanze e l’appena arrivato A ogni stazione del viaggio) suggerisce come il suo percorso sia una piccola galassia dove a “rimare” non sono le parole, ma, ben più largamente, una continuità di senso: e questo è, per quel che concerne un itinerario autoriale, un aspetto che equivale a una sorta di impronta digitale.

È persino inutile dire che sono, quei libri, quattro “tempi” diversi e autonomi all’interno di una stessa (e più vasta) produzione: e tuttavia non è inutile sottolineare come dicano ugualmente molto circa la “compattezza” di un certo modo di pensare l’esistere e come, di conseguenza, aiutino a orientarsi tra le pagine del nuovo A ogni stazione del viaggio. Il silenzio, il tempo, le distanze, il viaggio, le attese e le radici sono in effetti i catalizzatori tematici di una quête tenace e inquieta che continua a sposare il verso e che si fa limpida di dettato e liscia di suono.

È un libro, A ogni stazione del viaggio, nei cui testi risaltano i luoghi, che possono essere Città del Messico, Bologna, Pienza, Campobasso o anche Portofino. Che affiori quale porzione di un’antropologia intima oppure quale lampo di nuovo approdo, ognuno di quei luoghi evade dalle connotazioni strettamente naturalistiche e diventa il terminale per l’avvento di un’immagine o di un palpito rammemorante.

L’accadere “in” un luogo è perciò l’accadere “di” un luogo, il varco-spoletta che innesca una rotazione verso i più vasti perimetri delle geografie e dei destini («E gli spazi / di ogni geografia furono solo / appelli, l’ultima vena di uomini / sfiniti nel quotidiano / finire»). È in questi momenti che la scrittura di Rafanelli, così asciutta e composta, e però pure così scossa e percossa dai suoi stessi timbri e dai suoi stessi umori, può restituire quel sentire etico accentato d’umanitarismo che si volge anche in discorso civile, in atto di solidarietà e di condivisione: «Non si contano più i morti della guerra / Siriana. Quelle bocche arse dalla sabbia / nera. Perché le cronache del mondo / sono respiri di ossa, di vene, / di braccia, nel fondo freddo / della storia» (Notizie di Aleppo).

Dal procedere degli uomini nella «calcina della storia», il sentire di Rafanelli scevera le cadenze dell’umano e le restituisce in planate di suono. Sono planate tese come vele chiamate a spiegarsi, preso il vento, in una pienezza raccolta e concentrata, e sono per questo sostenute da una forza grande e leggera.

A ogni stazione del viaggio è un libro inarcato e curvo, piegato non tanto sugli affanni quanto sugli istanti, cioè sui momenti che, mutandosi in metafora, da effimeri quali rimarrebbero se la parola non li rendesse diafani, giungono a impossessarsi di una suadente intelligenza simbolica: e così l’immagine più potente del libro coincide con i versi più impressionanti e tellurici che vi s’incontrano: «Tutto è invaso / da una indicibile sfibrata notte» (p. 36).

Innervata dalle movenze di uno sguardo con cui recupera e inventa i suoi distretti di senso, quella di Rafanelli è una parola che fortemente pretende di essere convocata dalle cose. Vuole che le cose la estorcano ai suoi stessi silenzi, che la strappino dalle sue stesse attese. È una parola che vuole sbocciare in un movimento sobrio e percussivo e perciò vuole essere estirpata dallo stato d’incipienza che la trattiene sul labbro della vita.

La parola di Rafanelli, e per dire meglio, del Rafanelli di A ogni stazione del viaggio, è come un dritto e solitario ramo in attesa di un qualche vento che sappia farla fibrillare; o se non un ramo, è come un’antenna piantata in un vasto e pianeggiante campo. Quando finalmente un soffio la scuote, quando finalmente una qualche segreta frequenza se ne lascia catturare, la tremula e febbrile latenza che la tratteneva si spacca come un mallo: è lì, nell’attimo in cui l’imene cede, che il verso nasce per andare a scoppiare «lontano come la vita».

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Ad ogni stazione del viaggio - Loretto Rafanelli - copertinaLa scheda del libro: “A ogni stazione del viaggio” di Loretto Rafanelli (Jaca Book, pp. 120, euro 15)

A otto anni dalla precedente, la nuova raccolta di poesie di Loretto Rafanelli rivela ancora una ricerca poetica coraggiosa e di ampio respiro, contrassegnata da profondità interiore, slanci spirituali, preziosità linguistica e ricchezza di temi. Poesia che, tra nervature telluriche e andamenti distesi, contempla argomenti intimi, mute e sbiadite memorie, “sguardi” a multiformi paesaggi, definibili come luoghi dell’anima, riflessioni sulla cronaca quotidiana, che in queste pagine si trasforma in linguaggio universale. Poesie in cui si riconosce il senso compassionevole e pietoso del poeta e la sua empatia verso persone che hanno patito la tragedia della violenza e dell’esclusione, tanto che si è parlato, per la sua poesia, di “lirismo civile” e “drammaturgia civile”.

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Loretto Rafanelli è nato a Porretta Terme (BO). Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: I confini del Viso (1987), e, presso Jaca Book, Il silenzio dei nomi (2002), Il tempo dell’attesa (2007), L’indice delle distanze (2013). Ha vinto, tra gli altri, i premi: Gozzano, Metauro, Cassola. Ha inoltre pubblicato drammi teatrali, saggi, recensioni e traduzioni poetiche. È Direttore artistico del Festival Nazionale dell’Acqua a Porretta Terme.

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