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LA RAGAZZA CHE GIOCAVA A SCACCHI AD AUSCHWITZ di Gabriella Saab (Newton Compton) – un estratto

marzo 16, 2022

undefined“La ragazza che giocava a scacchi ad Auschwitz” di Gabriella Saab (Newton Compton – traduzione di Paola Vitale) – pubblichiamo un brano estratto dal romanzo (in libreria dal 7 marzo)

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Gabriella Saab per documentarsi sull’ambientazione di questo suo romanzo d’esordio (“La ragazza che giocava a scacchi ad Auschwitz”), ha viaggiato a lungo a Varsavia e nei luoghi intorno al campo di concentramento nazista più tristemente noto

Maria fa parte della resistenza clandestina polacca nella Varsavia occupata dai nazisti. Per questo motivo, una volta scoperta, viene arrestata dalla Gestapo e deportata ad Auschwitz come prigioniera politica, mentre la sua famiglia viene giustiziata. Il destino di Maria sembrerebbe segnato, ma quando lo spietato vicecomandante del campo, Karl Fritzsch, viene a sapere del suo straordinario talento negli scacchi, decide di intrattenere i soldati del campo sfidandola a un estenuante e sadico torneo. E la posta in palio è la sua vita. Così, una mossa dopo l’altra, mentre gioca per salvarsi la vita, nonostante la mente sia affollata da pensieri di morte, rabbia e terrore, la ragazza comincia ad architettare un piano per vendicarsi del suo aguzzino. E proprio come in una complessa partita a scacchi, deve fare affidamento su sangue freddo e capacità di prevedere le reazioni dell’avversario, se vorrà riuscire a dare scacco matto all’uomo che ha sterminato la sua famiglia.

Di seguito, un brano estratto dal romanzo

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Il primo capitolo di “La ragazza che giocava a scacchi ad Auschwitz” di Gabriella Saab (Newton Compton – traduzione di Paola Vitale)

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Capitolo 1

Auschwitz, 20 aprile 1945

Tre mesi fa sono uscita dalla prigione che rinchiudeva il
mio corpo, ma non ho trovato la libertà da quella che
incatena la mia anima.  È come se non mi fossi mai spogliata
della casacca a strisce grigie e azzurre e non avessi mai oltrepassato
la barriera di filo spinato elettrificato. La liberazione
che cerco richiede una fuga diversa, e posso chiudere il cerchio
solo ora che sono tornata.
Cade una pioggia leggera, che ammanta la mattina grigia
di un’inquietante foschia. L’atmosfera non era molto diversa
la prima volta in cui mi trovai in questo stesso posto, con lo
sguardo fisso sull’insegna in metallo scuro che aveva attirato
la mia attenzione da lontano.
ARBEIT MACHT FREI.
Prendo la lettera dalla borsetta e rileggo le parole che gà
conosco a memoria, poi tiro fuori la pistola e la osservo bene.
Una Luger P08, uguale a quella che mio padre, che aveva
fatto la Grande Guerra, conservava come un trofeo. Quella
che mi aveva insegnato a usare.
Lascio cadere la borsa sul terreno umido, mi sistemo la camicetta
e infilo la pistola nella tasca della gonna. A ogni mio
passo sulla ghiaia risale l’odore della terra mischiato a quello
della pioggia, ma giurerei di percepire tracce di altri odori:
cadaveri in decomposizione, fumo di sigaretta, polvere da
sparo e il tanfo dei forni crematori. Rabbrividisco, mi stringo
le braccia intorno al corpo e inspiro a fondo, per assicurarmi
che l’aria sia pulita.
Superato il cancello, mi fermo. Non sento imprecazioni,
risate di scherno o insulti; non risuonano i sibili delle fruste
né i tonfi dei manganelli, non ci sono latrati di cani, passi
pesanti negli stivali di cuoio, manca l’orchestrina che suona
marce tedesche.
Auschwitz è stato abbandonato.
Quando la forte voce che mi risuona nella mente cerca di
scoraggiarmi, c’è un sussurro a ricordarmi che ho atteso questo
giorno, e che se non lo faccio ora potrei non averne più
l’occasione. Proseguo sul viale deserto, passo davanti alle cucine
e al bordello del campo. Svolto all’altezza del Blocco 14 e
arrivo a destinazione, mentre mi tasto l’altra tasca per sentire
i grani del rosario che porto sempre con me.
Il piazzale dell’appello. Il luogo del nostro incontro. Lui
già qui.
Quel bastardo attende accanto alla baracca di legno, e non
cambiato da come me lo ricordavo. È alto più o meno quanto
me, corporatura esile, anonimo. Indossa l’uniforme da SS,
perfettamente stirata anche sotto la pioggia, stivali lucidi di
cuoio, con pochi schizzi di fango. Alla cintura porta la pistola.
Mi fissa con i suoi occhi piccoli e neri quando mi fermo a
pochi metri di distanza.
«Prigioniera 16671», esordisce Fritzsch.  «Ti preferivo con
la casacca a strisce».
Nonostante sia stata chiamata infinite volte con quella sequenza
di numeri, il modo in cui pronuncia uno-sei-sei-setteuno
mi lascia senza voce. Mi passo il pollice sul tatuaggio
che spicca scuro sulla pelle bianca, sfioro le cinque cicatrici
rotonde poco sopra. Questo semplice gesto mi dà coraggio e
mi induce a parlare.
«Il mio nome è Maria Florkowska».
Lui ridacchia.  «Non hai ancora imparato a controllare quella
boccaccia, eh, polacca?».
La partita è cominciata. Il mio ingegno è il re, il dolore la
regina, la pistola la torre e io sono il pedone. Ho schierato i
miei pezzi su questa gigantesca scacchiera. Il pedone bianco
è di fronte al re nero.
Fritzsch mi fa un cenno con la testa e indica il tavolino al
centro del piazzale. Potrei riconoscere ovunque quella scacchiera
e i suoi pezzi. I nostri passi sulla ghiaia sono l’unico
suono, fino a quando non sto per sedermi dietro i pezzi bianchi,
ma la sua voce mi ferma.
«Hai dimenticato i termini dell’accordo? Se dovessi annoiarmi,
non vedo la necessità di una partita finale».
Si sposta per impedirmi il passaggio, una mano sulla pistola,
e io respiro piano. « È un po’ come se fossi ancora l’unica ragazza
su questo piazzale in mezzo a tanti uomini, con tutti gli
occhi addosso mentre gioca a scacchi contro l’uomo pronto
a spararle un proiettile nel cranio, non appena sarà riuscito a
darle scacco matto.
C’ è una pesante cappa di silenzio e fatico a parlare. «Cosa
devo fare?».
Emette un verso gutturale di approvazione, e io mi detesto
per averglielo fatto fare.  «Obbedire ti sarà più  utile che non
comportarti da impertinente», risponde, e osservo a occhi
bassi i suoi piedi che si avvicinano.  «Dall’altra parte».
Si sta prendendo i miei pezzi bianchi e il vantaggio della
prima mossa con la stessa disinvoltura con cui mi ha tolto
tutto il resto. Ma non ho bisogno del vantaggio per batterlo.
Mi sposto sull’altro lato della scacchiera e osservo le minuscole
goccioline d’acqua, lucide sui pezzi neri. Fritzsch aprirà
con il gambetto di donna. So che lo farà, perché la mia
apertura preferita, e farà in modo di prendersi anche quella.
E così accade. Regina in D4. Il pedone bianco e solitario
due caselle davanti alla sua fila, e già cerca di controllare il
centro della scacchiera. Quando la mia regina nera si sposta
al centro, lui risponde con un pedone a sinistra della regina,
terminando l’apertura.
Fritzsch appoggia il braccio sul tavolo. «Tocca a te muovere,
16671».
Trattengo lo Jawohl, Herr Lagerführer che mi sale alla gola.
Non è  più il vicecomandante del lager, e non mi rivolgerò a
lui in questo modo.
Rimango zitta e lui stringe le labbra. Mi sento pervasa da
una calda soddisfazione, che si mescola con il freddo di questa
tetra mattina. Mentre studio la scacchiera, tengo entrambe
le mani in vista; la pistola è al sicuro nella tasca della gonna,
la sento pesante contro la coscia.
Fritzsch mi osserva mentre penso alla mossa successiva, lo
sguardo acceso come se aspettasse di sentirmi parlare. Qualcosa
dentro di me mi spinge a farlo, anche solo per allontanarmi
da lui e da questo posto, ma non posso, non ancora.
Devo attendere il momento giusto. A quel punto esigerà  la
risposta che cerco, ma se lascio che le domande mi divorino
adesso, se perdo la concentrazione…
Concludo la mia mossa e porto le mani sotto il tavolo, lisciandomi
la gonna umida. Non posso permettermi di tremare.
Questa partita è troppo importante. Le mani sono salde,
per ora, ma basterebbe pochissimo, un cambiamento minimo.
Porta a termine la partita, Maria.
Sono brava a giocare a scacchi. Lo sono sempre stata.
E dopo tutto questo tempo, la partita terminerà come dico io.

(Riproduzione riservata)

© Newton Compton

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Gabriella Saab si è laureata in Marketing alla Mississippi State University e vive in Alabama nella sua città natale, Mobile. La ragazza che giocava a scacchi ad Auschwitz è il suo primo romanzo, e per documentarsi sull’ambientazione ha viaggiato a lungo a Varsavia e nei luoghi intorno al campo di concentramento nazista più tristemente noto. Grazie al suo lavoro di ricerca e alle preziose testimonianze recuperate, è riuscita a dar vita a una storia straordinaria, commovente e dolorosa.

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