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DIVORZIO DI VELLUTO di Jana Karšaiová (Feltrinelli): incontro con l’autrice

marzo 19, 2022

“Divorzio di velluto” di Jana Karšaiová (Feltrinelli): incontro con l’autrice e un brano estratto dal romanzo.

Romanzo candidato all’edizione 2022 del Premio Strega da Gad Lerner

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Jana Karšaiová (Bratislava 1978) ha iniziato a imparare l’italiano da autodidatta nel 2002. Ha vissuto a Praga, a Ostia, a Verona dove ha lavorato come attrice. Dopo una lunga assenza, ha ripreso a lavorare in campo teatrale conducendo laboratori e iniziato a frequentare corsi di scrittura. Il suo racconto “Sindrome Italia” è stato pubblicato sulla rivista letteraria “Nuovi Argomenti”. Divorzio di velluto (candidato all’edizione 2022 del Premio Strega da Gad Lerner) è il suo primo romanzo.

Abbiamo chiesto all’autrice di parlarcene…

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«Ogni volta che torno a Bratislava e attraverso la frontiera mi rendo conto quanto sia vicina alla città», ha raccontato Jana Karšaiová a Letteratitudine. «Quando lasci l’Austria, la capitale slovacca è subito lì, dopo cinquanta metri c’è il cartello e si vedono i primi caseggiati di Petržalka.
Prima del 1989 al confine si creavano code molto lunghe. Attraversare la frontiera era un evento, mia madre, seduta al fianco di mio padre al volante, si massaggiava le mani, le mascelle serrate. Dovevamo stare zitti quando mio padre abbassava il finestrino per dare i passaporti al doganiere, io guardavo davanti a me, non mi muovevo, potevo sentire l’ansia che evaporava dal collo di mia madre, sempre in movimento, ma in quegli attimi ferma, immobile come me. Se eravamo di ritorno alla fine dell’estate, sui sedili posteriori c’erano distese le coperte di lana, i sacchi a pelo che avevamo usato in vacanza in Jugoslavia per dormire in tenda. Nei sacchi mia madre infilava le catenine d’oro comprate al mare, ci sedevamo sopra, mi bruciavano le cosce per quanto avrei voluto muovermi.
Quando più tardi negli anni duemila tornavo dall’Italia, spesso in autobus, la sosta era sempre lunga per controllare tutti i passeggeri del pullman.
Dopo il 2004, il rientro è diventato più veloce, quasi uno schiaffo. Non ci sono state più ore d’attesa, le macchine passavano rallentando, i doganieri ci facevano segno con la mano che potevamo andare. Sembrava tutto risolto, eppure io mi spostavo sul sedile per guardare che faccia aveva il doganiere e poi rimanevo a fissare la strada sotto di me. La Slovacchia era ormai parte dell’Unione Europea, ma io tornavo a casa come era rimasta nei miei ricordi.
Ho dovuto attraversare tante volte la frontiera per rendermi conto che cosa mi provocava. Per riuscirci ne ho scritto. È così che è nato l’incipit di Divorzio di velluto. Quando Katarina è tornata a Bratislava, nel momento in cui è entrata in città, ha avuto lo stesso sussulto mio, lo stesso terremoto e allora ho capito che forse è da lì che dovevo raccontare la sua e la mia storia, da quel passaggio, da quella sospensione che diventa l’unica realtà».

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L’incipit del romanzo “Divorzio di velluto” di Jana Karšaiová (Feltrinelli)

Quando è entrata a Bratislava, ha avuto la stessa sensazione di sempre, che sarebbe stata l’ultima volta, l’ha ignorata e ha seguito in automatico le indicazioni per Dúbravka, il suo quartiere.
Lungo la strada c’erano due nuovi night club, ragazze sulle insegne promettevano divertimento e discrezione. In uno di quegli edifici ogni martedì, quando era bambina, ripeteva le scale melodiche prima di addentrarsi nei preludi di Chopin o di Bach.
Alla nota sbagliata con un righello la maestra Csaková le colpiva il palmo dal basso verso l’alto, la mano schizzava in aria come un uccellino spaventato. Alle lezioni di piano aveva imparato a sopportare il dolore senza scomporsi.
In fondo alla Dúbravka vecchia, la casa era sovrastata da un condominio più alto che impediva al sole di raggiungerla, dalle pareti filtrava la sigla del telegiornale delle otto. Sua madre ha aperto la porta, l’ha guardata, poi ha guardato dietro di lei, giù per la strada, come cercando qualcuno. Katarína ha sorriso e la madre l’ha abbracciata: odorava di aglio schiacciato. Lei non ha partecipato all’abbraccio, una mano ancorata alla valigia e l’altra lungo il fianco. La madre allora si è staccata, ha detto: «Vieni, ti riscaldo la cena» ed è sparita. Suo padre è sbucato da dietro la porta del bagno, le ha messo una mano sulla spalla, l’ha tenuta più a lungo del solito, Katarína l’ha annusato e non sapeva di niente.

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La scheda del libro: “Divorzio di velluto” di Jana Karšaiová (Feltrinelli)

Come si sopravvive allo strappo, alla perdita delle radici? Cosa resta, come ci si inventa di nuovo? Katarína torna da Praga a Bratislava per trascorrere il Natale insieme alla famiglia. Alle vecchie incomprensioni con la madre, si aggiunge la difficoltà di giustificare l’assenza del marito Eugen. Ma in quei pochi giorni ritrova anche le vecchie compagne di università, soprattutto Viera, che si è trasferita in Italia grazie a una borsa di studio e torna sempre più malvolentieri in Slovacchia.
Le due amiche si riavvicinano, si raccontano l’un l’altra gli strappi, le ferite – Viera con Barbara, che era stata la loro insegnante di italiano, Katarína con Eugen, che l’ha abbandonata due mesi prima con un biglietto sul tavolo della cucina. Katarína ripercorre il rapporto con lui, dal primo incontro al matrimonio forse troppo precoce, con le tante difficoltà di integrarsi a Praga, fino al dolore, di cui ancora non riesce a parlare. E tra i ricordi emergono frammenti della vita a Bratislava sotto il governo comunista: l’abolizione delle festività cattoliche, la censura, le code per la carne e per qualsiasi cosa.
Con “divorzio di velluto” si intende la separazione tra Slovacchia e Repubblica Ceca, che nel romanzo riverbera quelle tra Katarína e il marito Eugen, tra Viera e un paese per lei troppo stretto…
È una storia di assenze che pesano, di tradimenti, di desideri temuti e mai pronunciati, di strappi che chiedono nuove risorse per essere ricomposti, di sradicamento e di rinascita – una ricerca di sé della protagonista e del suo paese, entrambi orfani di un passato solido.
La scrittura versatile e profonda di Jana Karšaiová è straordinaria per un’autrice che ha scelto l’italiano come lingua elettiva. Un esordio letterario di grande maturità.

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