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LA MATERIA ALTERNATIVA di Laura Marzi (Mondadori): incontro con l’autrice

marzo 23, 2022

La materia alternativa - Laura Marzi - copertina“La materia alternativa” di Laura Marzi (Mondadori): incontro con l’autrice e un brano estratto dal romanzo

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Laura Marzi ha un dottorato in Studi di Genere conseguito all’università “Paris 8”. Collabora con “il manifesto”, “Il Tascabile”, “Leggendaria” e “LetterateMagazine”. Ha insegnato per diversi anni materia alternativa. Vive a Roma.

Per Mondadori ha appena pubblicato il romanzo intitolato La materia alternativa. Abbiamo chiesto all’autrice di parlarcene…

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«Ho scritto il romanzo La materia alternativa mentre insegnavo materia alternativa alla religione cattolica in una scuola pubblica della periferia di Roma», ha detto Laura Marzi a Letteratitudine. «Avevo bisogno di dare un senso a quella esperienza e di lasciarne traccia: mi confrontavo con un insegnamento che non ha un programma predefinito, non ha un’aula, che si è rivelato uno spazio di confronto con alunne e alunni stranieri, per lo più musulmani o cinesi, in Italia da sempre oppure appena arrivati. Si tratta di un romanzo corale, quindi, nel quale si incontrano molti personaggi adolescenti. Ho cercato di dare a ognuno di loro un suo tratto definito, riconoscibile.
https://www.mondadori.it/content/uploads/2022/02/0017239FAU-270x270.jpgNei miei appunti, nella prima stesura, ho iniziato a creare da subito una personaggia, che nel romanzo non ha nome, è la prof: lei pratica la materia alternativa alla religione di coppia. È una donna dura, ma fragilissima, che riesce a creare, nel corso delle sue lezioni di materia alternativa, un dialogo con gli studenti e le studentesse su temi che normalmente non vengono affrontati a scuola, perché non c’è tempo, perché sono difficili: l’omofobia, la transfobia, la pornografia, il sessismo, il classismo. La prof, come me, conosce questi argomenti. Io ho un dottorato in studi di genere all’università di Parigi 8, là dove è nato il primo centro europeo dedicato alla ricerca su questi temi. Lei, quindi, ha dalla sua la forza dello studio, ma anche del pensiero critico, la consapevolezza che le differenze sociali, religiose, di orientamento sessuale vanno viste, ascoltate, osservate, nel tentativo costante di non cadere mai né in un umanitarismo ipocrita, né nel razzismo. Il romanzo racconta delle storie, quelle degli adolescenti, per lo più stranieri, che abitano le periferie delle nostre città, di religioni diverse e che parlano poco l’italiano. La prof vive nel loro stesso quartiere, in un monolocale ricavato da un garage, di 18 metri quadri. Accanto al racconto delle lezioni in classe, c’è la narrazione della sua vita sentimentale, che poi è una fuga costante proprio dai sentimenti: c’è nel suo passato un dolore che non le dà pace e una difficoltà ad amare che a un certo punto viene messa alla prova, trasformandola ma senza sfociare in una vera soluzione. Nel romanzo ho cercato di raccontare quanto il pericolo possa annidarsi in ciò che desideriamo maggiormente senza saperlo, in quello che ci appartiene di più, come la nostra storia familiare, per esempio o quelli che chiamiamo i nostri più grandi amori.
Il romanzo è costruito proprio su questa alternanza tra l’insegnamento a scuola della materia alternativa e la vita privata della prof, che cerca costantemente delle alternative: alla solitudine, ai legami, alla fiducia, solo che non può scappare da se stessa e in fondo è lei il suo più grande rischio».

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L’incipit del romanzo “La materia alternativa” di Laura Marzi (Mondadori)

La materia alternativa - Laura Marzi - copertina

PRIMO QUADRIMESTRE

Mohammed legge Dante, ha dodici anni, è bengalese, un
ragazzo serio, che si impegna, e quando legge l’Inferno mi
sento benedetta: mi vengono i brividi che salgono da vi-
cino al cuore e si fermano in bocca. Chiudo gli occhi un
attimo, il tempo di assaporare la sensazione di essere nel
paradiso dei prescelti.
Mohammed ha un astuccio di Batman che mi piace mol-
to, è rigido, sembra un portaocchiali di latta. Ha molta for-
fora in testa e un corpo che è già quello di un uomo di cin-
quant’anni, abbastanza alto, abbastanza grosso, abbastanza
stanco, forse perché il suo destino è già scritto: il matrimo-
nio con una ragazza musulmana che si prenderà cura di lui
come fa sua madre, un lavoro migliore di quello di suo bab
bo, la serenità granitica e nascosta di chi ha le cellule che cre-
dono in Dio, perché è nato da un atto di fede.
A Mohammed insegno Dante e grammatica perché è
l’unico della sua classe che non fa religione, allora lo aiu-
to con i compiti di italiano: io mi diverto e lui si ritrova
un’ora di ripetizioni a settimana, gentilmente offerta dal-
lo Stato italiano. Nella sua scuola, però, sono la docente
di materia alternativa alla religione cattolica.
Avevo creduto di risolvere la mia precarietà economi-
ca iniziando a lavorare per un’agenzia di comunicazio-
ne. Da ragazzina, mi domandavo se avrei mai accettato
il compromesso di mettere il mio ingegno al servizio del
capitale. Da ragazzina, mi rispondevo che non lo avrei
di certo mai fatto.
Quando, a trentasette anni, dopo un dottorato e mille
contratti di docenza all’università che non valicavano mai
la soglia embrionale dei tre mesi, mi hanno proposto di
collaborare al progetto di lancio della rivista di una mul-
tinazionale, ho accettato. Ero convinta che, cedendo con-
sapevolmente il mio plusvalore, avrei ottenuto in cambio
la certezza asfittica di un contratto a tempo indetermina-
to, la schiavitù ad mortem di uno stipendio che arriva ogni
mese sul conto: tutto quello di cui avevo bisogno.
La multinazionale ha però capito in poco tempo che la
cultura generale interessa solo a quelli che devono supe-
rare dei quiz a crocette e che i clienti che avrebbero do-
vuto leggere la rivista, preferivano che uscisse almeno
insieme a qualche campioncino di profumo. Mentre l’a-
genzia di comunicazione mi “invitava” a collaborare da
casa, per rendere consensuale la nostra separazione, ho
risposto a una supplenza di materia alternativa alla reli-
gione cattolica, nel biennio di un istituto professionale e
di moda non lontano da casa.
La materia alternativa alla religione cattolica è una ma
teria negativa, nel senso che si definisce a partire dal suo
contrario. Nel mio caso, il mio alter ego che insegna reli-
gione crede che la masturbazione e l’omosessualità sia-
no due peccati mortali. Quando me lo dice, una mattina
prima di fare l’appello, abbasso lo sguardo. Non è solo
sgomento, è un’illuminazione. Se l’insegnamento della
religione cattolica prevede la negazione della realtà, mi
concentrerò proprio su questo.

Gli amici ricchi sostengono che, a causa del mio realismo,
non ci sia magia nella mia visione dei fatti. Allora, ogni
giorno da quando insegno materia alternativa, abban-
dono la magia della verginità di Maria dopo il parto, e
sto nell’ora di lezione selvaggia, prevista per legge dallo
Stato. Qui, con le mie alunne e i miei alunni non italiani,
non cattolici e senza neanche una casa al mare, studio la
rabbia, la voglia che fa venire di drogarsi e rubare, l’in-
giustizia che ancora le società nascondono in ogni corpo
di donna, mi preoccupo per la povertà, la loro e anche
la mia. Lo faccio ascoltando le storie che mi raccontano,
analizzando i testi delle canzoni che sentono ossessiva-
mente, guardando i video con cui si informano.
A fare la differenza tra la mia rabbia e un diffuso ap-
proccio intellettuale, che è allo stesso tempo razzista e
umanitario, è la vita ordinaria: dover lavorare ogni gior-
no per non cadere a picco anziché vivere in una casa di
proprietà. A rendere diverso il mio sguardo è il panora-
ma: non conosco la calma e la libertà che ti dà avere un
patrimonio familiare in cui poterti tuffare semmai le am-
bizioni culturali fallissero. Esiste chi nei propri geni non
ha alcuna esperienza dell’emigrazione, mentre io sono
nata nel profondo Nord, dove i miei genitori emigrarono
dal Meridione, e i miei nonni, a loro volta, sono tra i tanti
che andarono nelle Americhe a cercare fortuna.

Nelle classi in cui mi capita di sostituire una collega o
un collega assente, i ragazzi che fanno religione a vol –
te si presentano dicendo a voce alta: «Io sono cattolico».
Una ragazzina, fuori da scuola, mi si è avvicinata trepi-
dante e mi ha detto: «W Gesù Cristo!». Per un attimo mi
sono sentita lontana secoli da qui, la pietra dello scandalo
per chi è invece allineato, poi le ho risposto: «Sì, W Gesù
Cristo!», perché se nell’ora di religione parlassero dav-
vero di Gesù non ci sarebbe bisogno della materia alter-
nativa. Per i musulmani, sarebbe un momento dedicato
al profeta Īsā e per i cinesi un’altra parte della cultura lo-
cale di cui disinteressarsi, mentre per gli atei costituireb-
be un approfondimento storico. Ma la religione cattoli-
ca ha dovuto trasformare Gesù in qualcosa di diverso da
un uomo per crederci e allora amen.
A volte, durante materia alternativa, scriviamo o fac-
ciamo dei disegni.
Maria non vuole disegnare, però, perché dice che non
è brava. Ho provato a dimostrarle che neanche io lo sono
e mi sono fatta un autoritratto a matita, solo che è venu-
to bellissimo, ho anche tratteggiato un’ombra che rap –
presenta molto bene il mio seno. Le mani non le so fare,
quindi me le ha disegnate lei: con quattro dita di dimen-
sioni normali e un pollice gigante, ma almeno così si è
convinta a ritrarre anche se stessa.
In lei mi fa arrabbiare la saggezza: ha quattordici anni,
una madre giovanissima, che però ha già avuto un ictus,
e una sorella più piccola. Il padre le ha abbandonate, per
questo Maria parla della vita come i vecchi al bar, parla
di sé come di un fallimento, sta sempre male, si fa sem-
pre male, va male a scuola. E quando mi dà risposte da
vecchia disillusa io lo so che non è colpa sua, ma mi fa
arrabbiare lo stesso. La vedo fra dieci anni con dei figli,
malata, grassa e penso che ora è ancora libera, ma lei non
può saperlo e che lo sappia io non serve a niente.

(…)

(Riproduzione riservata)

© 2022 Mondadori Libri S.p.A., Milano

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La scheda del libro: “La materia alternativa” di Laura Marzi (Mondadori)

La materia alternativaI ragazzi che non fanno l’ora di religione si chiamano Hossein, Amal, Safia, Michele, Meng e sono bengalesi, egiziani, italiani, cinesi. La protagonista di questa storia insegna loro una materia che si definisce a partire dal suo contrario, una materia che ai consigli di classe non conta nulla, che non ha programmi e, nel caso dell’istituto professionale in cui ci troviamo, non ha nemmeno un’aula.
Nelle sue ore sparpagliate tra mensa, aula video e palestra, si inventa uno spazio in cui parlare con i ragazzi di sesso, di rapporti di potere tra uomini e donne, di discriminazione, razzismo, pornografia. Si appropria di questa zona franca, questo spicchio di far west tra le ore di inglese e matematica, per mettere in discussione le loro idee sull’identità di genere, l’orientamento sessuale, il consenso. E per farsi ascoltare da questi adolescenti, che a volte non sanno nemmeno l’italiano e magari dopo la scuola spacciano o fanno da genitori ai loro fratelli, li provoca, li spiazza, chiede la loro opinione, ascolta la loro musica, racconta di sé e della sua visione del mondo.
Se in classe è appassionata e intransigente, fuori dalla scuola la sua vita è caotica e piena di crepe; abita in un monolocale di diciotto metri quadri e pratica con convinzione la materia alternativa all’amore: cerca gli uomini quando è triste e si annoia, da loro vuole il gioco, la tenerezza, il piacere, rifugge dalla religione della coppia e non crede che fare un figlio e costruire una famiglia possa dar senso a una vita.
La seguiamo per un anno scolastico dentro e fuori dalla classe – tra un collegio docenti, un flirt nato in un negozio di casalinghi e un tentativo di spiegare il sessismo ad Amal e Nadir – in un momento cruciale della sua esistenza, in cui è costretta a guardare in faccia alcuni dei suoi nodi irrisolti. A tenere insieme, in un cortocircuito fertile, una riflessione necessaria sul modo in cui facciamo scuola oggi in Italia e il ritratto di una giovane donna anticonvenzionale sono l’intelligenza, la dolcezza e l’autoironia del personaggio a cui Marzi regala corpo e voce. 

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