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IL CANNOCCHIALE DEL TENENTE DUMONT di Marino Magliani (L’Orma): incontro con l’autore

aprile 16, 2022

Il cannocchiale del tenente Dumont - Marino Magliani - copertina“Il cannocchiale del tenente Dumont” di Marino Magliani (L’Orma): incontro con l’autore e un brano estratto dal romanzo.

“Il cannocchiale del tenente Dumont” è nella dozzina dei libri finalisti all’edizione 2022 del Premio Strega

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Marino Magliani è nato in una valle ligure e ha trascorso gran parte della vita fuori dall’Italia. Oggi vive tra la sua Liguria e la costa olandese, dove scrive e traduce.

È autore di numerosi libri tra cui ricordiamo: Quella notte a Dolcedo (Longanesi 2008), L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi (Exòrma 2017) e Prima che te lo dicano altri (Chiarelettere 2018).

Al romanzo Il cannocchiale del tenente Dumont ha lavorato per vent’anni.

Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…

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«Mi sono sempre chiesto come fosse giunto l’hascisc a Baudelaire e ai suoi amici», ha detto Marino Magliani a Letteratitudine, «immaginavo una rotta antica, e invece venni a sapere che in una certa quantità l’hascisc l’avevano portato dall’Africa i reduci della campagna d’Egitto, circa cinquant’anni prima. Aveva altri nomi, e se ne faceva uso in maniera diversa, ad esempio non si fumava ma si consumava attraverso infusi. Un po’ Il cannocchiale dev’essere nato così, rifacendo fare il viaggio dell’hascisch a tre consumatori nel 1799, i quali, senza saperlo, diventano a tutti gli effetti i primi narcotrafficanti moderni.

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Marino Magliani – foto di @Yuma Martellanz

Naturalmente, una volta in Europa, non ho perso l’occasione e li ho fatti reclutare dall’armata che avrebbe scavalcato le Alpi e poi disertare a Marengo, durante la battaglia. Forse questo seguito in qualche modo mi ha permesso di far vagare ai disertori la Liguria di Ponente, che è un po’ la mia ossesione letterario-geografica, alla ricerca di un imbarco clandestino. I disertori hanno conosciuto questa terra nelle profondità, ne hanno attraversato le vallate, una dopo l’altra, e legarli a quel paesaggio, farli guardare col cannocchiale una terra così pulita e ordinata, e così diversa dalla Liguria che conosco, ha avuto fin da subito per me un suo fascino. Il progetto di giungere a Porto Maurizio dipende dalle strategie del capitano Lemoine che da quelle parti sostiene di avere dei contatti, essendoci stato di stanza anni prima, durante la prima occupazione napoleonica. I disertori attraversano dunque una terra infestata dal nemico, dai francesi che un tempo erano la patria e ora deciderebbero per l’esecuzione prima ancora degli altri veri nemici:  Repubblica di Genova e Piemontesi, che in qualche modo sì, comandano, ma in realtà ubbidiscono a Napoleone.

L’hascisc come stordimento, come fuga parallela, anche se sarebbe stato pericoloso azzardarne certe funzioni, mitizzarlo, l’hascisc è solo una tortura dei sensi, e infatti prima o poi i disertori lo abbandoneranno. Il romanzo diventa così, senza codificarlo, un manuale dell’abbandono di schiavitù private. Un culto della libertà. Insomma, la contemplazione naturale o filtrata dal cannocchiale sostituirà le costrizioni deliranti dell’hascisc. Succederà ben altro, ma una cosa che toccherà loro ogni giorno, attraverso montagne, boschi, e lungo i torrenti e nei canneti, sarà la perfetta conoscenza e lo studio del paesaggio. Da questo pare dipendere la loro salvezza. Del resto, sarà il paesaggio a dettare il ritmo alla storia. Ben presto i capitoli della fuga si alterneranno ad altri materiali, tra cui lettere, le lettere di un dottore olandese di nome Zomer, rendiconti, relazioni, annotazioni, sempre di Zomer, il quale compie, a insaputa dei disertori, una specie di monitoraggio. Raccoglie informazioni sull’uso dell’hascisc, sul modo in cui si diffonde la piaga. Perché in cima alla storia stessa della diserzione sta la volontà da parte di Napoleone di conoscere meglio questo nuovo fenomeno e impedire che l’hascisc raggiunga caserme, porti, piazze.  Non è un romanzo di amicizie, i disertori sono diversi uno dall’altro, il capitano Lemoine insegue i suoi sogni malati (è malato lui stesso) che lo conducono a Porto Maurzio. Urruti, il soldato basco, ha una missione: ubbidire al capitano, che è diventato il suo esercito, la sua legione, la sua patria. Dumont è il disertore che sogna una vita, il resto di quel po’ di vita, lontana dalle guerre, dalla fame, almeno da non così tanta fame, sogna una donna che lo riconosca e a cui sorridere. La incontra in un lebbrosario. Esiste dunque quella donna. Ma ce la farà, a salvare se stesso e quindi l’amore? E Zomer? Sognava la gloria come chirurgo, poi come spia, e alla fine si ritrova sulle tracce, anche su quelle emoziali, di Dumont, e sogna anche lui un’esistenza lontano dalla storia. Non è per loro un viaggio lineare (i disertori attraverso le montagne, e Zomer, che attraverso spostamenti lungo la costa, si porta avanti parallelamente all’alta via), ma è un viaggio che li fa sprofondare, li immerge, li allontana, li relega nei sotterranei, più che nelle soffitte dell’Europa. Di loro resterà la cronaca redatta da Zomer e i segni, i graffiti sulle rupi, le tracce lasciate da Dumont, che assieme a disertore è anche artista, forse come ogni disertore».

Marino Magliani – foto di @Yuma Martellanz

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L’incipit di “Il cannocchiale del tenente Dumont” di Marino Magliani (L’Orma)

Il cannocchiale del tenente Dumont - Marino Magliani - copertina

 

Notizia


In seguito all’inquietante numero di defezioni subite
dal suo esercito in Egitto, nel 1799 Napoleone decise
di costituire una commissione composta da ufficiali e
uomini di scienza affinché si indagassero le cause del fe
nomeno. Tra queste furono individuate la desolazione
dell’ambiente e il tentativo di fuggire alla peste che aveva
infettato gli accampamenti attorno a Jaffa.
La missione di Johan Cornelius Zomer, un dottore di
origini fiamminghe al servizio dell’ospedale da campo di
Jaffa, fu quella di convincere i colleghi che a determinare
l’alto tasso di abbandono dei ranghi avesse contribuito
in gran parte una sostanza estratta da piante angiosper
me dell’ordine Urticales.
Quella sostanza in Algeria ed Egitto era consumata in
un composto chiamato madjound; in seguito, in Europa
e altrove si sarebbe diffusa con il nome di hascisc.
L’incarico conferito al dottor Zomer fornì uno studio
approfondito sugli usi e i costumi dei consumatori di
hascisc, i metodi di approvvigionamento, la diffusione,
i crimini legati a quel commercio. Il dottor Zomer chia
mò attorno a sé alcuni aiutanti, stipendiò guide indige
ne e uomini di azione, reclutando agenti della polizia
segreta, tra cui il suo più fidato collaboratore, Victor
Pangloss. Si trattava di monitorare, seguire i consuma
tori e i rifornitori durante i loro movimenti, intuire e in
qualche modo prevenire. E una delle intuizioni del dot
tor Zomer, sebbene scontata, fu proprio quella di pre
vedere che prima o poi qualche reduce dalla campagna
delle Piramidi avrebbe attraversato il Mediterraneo, in
rotta verso la Francia, portando con sé una grossa scorta
di hascisc.
Inoltre, nel tentativo di capire come un fenomeno del
genere si fosse potuto propagare, al di là delle cause che
l’avevano provocato, il dottor Zomer cercò di individua
re il periodo preciso e circoscrivere il luogo in cui era ini
ziato tutto quanto. Le notizie raccolte a questo proposito
non lasciavano dubbi: in grande scala, l’armata francese
aveva fatto conoscenza con l’hascisc sulle rive di uno stra
no lago salmastro e paludoso, non distante dalle foci del
Nilo. Gli indigeni chiamavano quelle acque Maryut, per
gli antichi Greci era Mareotis

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La scheda del libro: “Il cannocchiale del tenente Dumont” di Marino Magliani (L’Orma)

Estate 1800. Tre soldati napoleonici stanchi della guerra. Alle loro spalle la campagna d’Egitto e i suoi inferni, leniti appena dalla scoperta di una nuova, dolce droga: l’hascisc. Travolti dalla baraonda di Marengo – «la battaglia che alle cinque era persa e alle sette era vinta» –, disertano e si danno alla macchia. Sulle tracce dei tre si mettono gli emissari del dottor Zomer, un medico olandese che ha orchestrato un singolare «esperimento sanitario» per indagare gli effetti della nuova sostanza.
Smarriti in un paesaggio ligure che pullula di spie e uniformi ormai tutte indistintamente nemiche, Lemoine, Dumont e Urruti – un capitano erudito, un tenente sognatore e un rude soldato basco – incontrano sulla propria strada amori difficili, illusioni perdute e la gioia del sole. Scopriranno così la libertà di scrollarsi di dosso la Storia per inseguire una vita fatta di attimi e di scelte.
Forte di una prosa di precisa bellezza, Marino Magliani dirige una narrazione mossa e visionaria, alternando la velocità della grande avventura all’ampio respiro della pittura di paesaggio.

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