Home > Interviste > CATANIA: DUE O TRE COSE CHE SO DI LEI di Antonio Di Grado (Algra) – intervista

CATANIA: DUE O TRE COSE CHE SO DI LEI di Antonio Di Grado (Algra) – intervista

aprile 20, 2022

Catania: due o tre cose che so di lei - Antonio Di Grado - copertina“Catania: due o tre cose che so di lei” di Antonio Di Grado (Algra): intervista all’autore

 * * *

di Massimo Maugeri

“Mi è parso, quando mi sono risolto a darlo alle stampe”, scrive Antonio Di Grado nella sua prefazione a questo libro, “che quello scritto ne chiamasse altri accanto a sé per comporre un mosaico di considerazioni critiche, impressioni e divagazioni, memorie personali e generazionali, “plausi e botte” intorno alle deux ou trois choses (il titolo va da sé, l’ho rubato a Godard) che so della mia città. E mi è parso pure che nel suo assetto divagante e dilemmatico il libro che andava componendosi si prestasse a inaugurare questa collana di Congetture e confutazioni (altro plagio), che immagino non solo vocata a recuperare preziosi reperti di critica letteraria e storia della cultura ma anche a ospitare nuove e ardite indagini, più prossime alla felice anarchia della libera ricerca che alle esanimi disposizioni in auge presso certa accademia schiava degli algoritmi e figlia dell’omologazione”.

Un libro, questo “Catania: due o tre cose che so di lei” (edito da Algra) che – tra le altre cose – si trasfigura anche in un grande atto d’amore per la sua (aggiungo “nostra”) città. Non un amore cieco, però; incapace, cioè, di vagliare i difetti e gli aspetti contraddittori che comunque, in un modo o nell’altro, interessano tutti i luoghi, tutte le città. Una narrazione che vibra sotto il segno dei ricordi e delle analisi critiche, che passa dalla torre Alessi al Monastero dei Benedettini, da Micio Tempio a De Roberto, da Brancati a Battiato; da cinquant’anni d’inerzie e di furori alla “città delle donne”.

– Caro Antonio, partiamo dalla genesi di questo libro dedicato alla tua/nostra città. Come nasce? E perché hai deciso di scriverlo e pubblicarlo proprio in questa fase della tua vita?
Questa fase, grazie al pensionamento e al lockdown, mi ha visto felicemente seduto al mio scrittoio, realizzando desideri che coltivavo da anni, scrivendo cioè ben cinque libri che mi stavano a cuore, ultimo questo su Catania. Come è nato? Da una conferenza che anni fa avevo tenuto sulla cultura a Catania nella seconda metà del secolo scorso, che poi coincide con i miei primi cinquant’anni, dunque con iniziative ed eventi di cui sono stato spesso testimone, talvolta co-protagonista. Intorno a questo che è il cuore del libro si sono aggregati altri sondaggi, su figure e istituzioni significative di quel cinquantennio, da don Antonio Corsaro a Sebastiano Addamo, dal Teatro Stabile all’università, da Giacomo Leone a Franco Battiato, dal PCI alla “primavera” di Bianco, dal Catania Calcio alla chiesa valdese e così via. E naturalmente non ho trascurato i “padri”, da Micio Tempio a Federico De Roberto e a Vitaliano Brancati, né l’immagine della città che emerge dalle loro pagine.

– La citazione prescelta in apertura del libro, come epigrafe, è di Ingmar Bergman (tratta da “Il posto delle fragole”). Dice così: “Lei non mi sentiva, continuava a raccogliere alacremente le fragole nel suo piccolo cestino di vimini. Compresi allora che non era facile parlare con i ricordi”. Ti andrebbe di commentarla? Perché hai scelto proprio questa, tra le svariate citazioni possibili?
Ognuno di noi ha il suo “posto delle fragole”, quel mito dell’infanzia, quella dimora originaria cui tende, consapevole o no, a tornare per trovarvi rifugio, per ricomporre quella quotidiana dissipazione che è la nostra vita adulta. Per me è la via Alessi che s’inerpica verso via Crociferi – lì sono nato – ed è quel regno delle Madri che allora mi forgiò quale sono. Ne parlo nell’ultimo capitolo.

– Quali sono, a tuo avviso, i principali elementi di difficoltà che si possono incontrare nel raccontare una città come Catania?
La sua storia di conquiste dissipate, di crescita caotica e malgovernata, di incolmabile iato tra intelligenze raffinate ma impotenti e sacche irredente d’inedia e di devianza.

– Quali sono i principali pregi e i maggiori difetti, anche dal punto di vista culturale (ma non solo), di questa città?
I pregi? L’ho detto: vertici d’intelligenza critica, di sperimentazione scientifica, di creatività artistica. I difetti? La loro incapacità o impossibilità di incidere, aggravate dalla diffidenza tipica del catanese e dalla mediocrità d’un ceto dirigente inquinato da affaristi e faccendieri.

– Se dovessi indicare il tuo “luogo-simbolo” di Catania, anche con riferimento a quanto hai scritto nel libro, quale indicheresti? E perché?
Che sia un simbolo per me? Ne scelgo tre: via Crociferi e dintorni, palazzo di Sangiuliano (dove ho passato i migliori anni universitari, di fervore intellettuale condiviso con indimenticabili amici; ai Benedettini la decadenza dell’università italiana era già iniziata) e infine piazza san Cristoforo, dove nacque mia mamma e dove scorre una meravigliosa vitalità, assente nei quartieri cimiteriali intorno a corso Italia.

– Rievochi Domenico Tempio, Verga, De Roberto, Brancati, Addamo… e tanti altri… fino a Franco Battiato. Se oggi avessi la possibilità di farti una chiacchierata con uno di loro, magari a cena, chi sceglieresti? E perché?
Brancati per farmi adottare, Battiato per farlo rivivere.

– Non sono in tanti a conoscere Micio (Domenico) Tempio. Perché è importante ricordarlo?
Perché fu il più grande poeta del suo secolo, e nessuno se n’è accorto. E perché è Catania: eros e caos, critica spietata e beffarda anarchia.

– Questo libro inaugura una collana da te diretta per l’editore Algra intitolata “Congetture e confutazioni”. Puoi fornirci qualche anticipazione con riferimento a nuovi titoli in uscita?
Il prossimo sarà “Vigilia della narrativa verghiana”, di uno dei miei maestri, Carmelo Musumarra: un’indagine allora innovativa sulla cultura a Catania nella prima metà dell’Ottocento, che era terra inesplorata e purtroppo lo è anche oggi.

– Aspettiamo il libro di Musmarra, caro Antonio. E grazie mille per aver risposto alle mie domande…

 * * *

Catania: due o tre cose che so di lei - Antonio Di Grado - copertinaLa scheda del libro: “Catania: due o tre cose che so di lei” di Antonio Di Grado (Algra)

Micio Tempio e sant’Agata, la torre Alessi e il mare occultato, la “Milano del Sud” e la “Seattle italiana”, la città-carcere di De Roberto e la città-salotto di Brancati, il monastero dei Benedettini e le penombre di villa Bellini, i poeti estinti e le operaie del sesso, le risate di Franco Battiato e le sgroppate del “Papu” Gomez, la “primavera” di Bianco e il porto franco dei valdesi, e tant’altro e altri ancora, giocano a rimpiattino e di tanto in tanto si mandano un fischio in questa rievocazione che a un tentativo di analisi critica, a un brusco à nous deux con una città multanime, inevitabilmente e inestricabilmente mescola il canto di sirene della memoria.

 * * *

Antonio Di Grado è stato professore ordinario di Letteratura italiana nell’ateneo catanese. Nel suo percorso di apprendista e poi di studioso ha avuto la fortuna di incontrare due grandi maestri come il filologo e italianista Salvatore Battaglia, cugino della madre, e Leonardo Sciascia. Quest’ultimo lo nominò direttore letterario della Fondazione che gli sarebbe stata intitolata: dal 1990 a tutt’oggi Di Grado svolge quest’incarico. Ha scritto un po’ di tutto; nei suoi libri più recenti si è occupato dei romanzi sull’anarchia (L’idea che uccide, 2018), delle mistiche (Le amanti del Loin-Près, 2019), delle congetture letterarie sull’Oltre (Al di là. Soglie, transiti, rinascite, 2020), degli scrittori del “ventennio nero” (Scrivere a destra, 2021).

* * *

© Letteratitudine – www.letteratitudine.it

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook TwitterInstagram

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: