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UNDICI MORTI NON BASTANO di Raffaele Malavasi (Newton Compton): incontro con l’autore

aprile 20, 2022

undefined“Undici morti non bastano” di Raffaele Malavasi (Newton Compton): incontro con l’autore e un brano estratto dal libro

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Raffaele Malavasi è nato a Genova ed esercita la libera professione. Da sempre accanito lettore, ha una passione per i gialli. La Newton Compton ha pubblicato con successo Tre cadaveri, Due brutali delitti, Sei sospetti per un delitto Undici morti non bastano, con protagonista l’ex poliziotto Goffredo Spada.

Abbiamo chiesto all’autore di raccontarci qualcosa proprio sul nuovo romanzo appena uscito: Undici morti non bastano.

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«Il cimitero di Bargagli non è mai chiuso», ha detto Raffaele Malavasi a Letteratitudine. «Il cancello è solo accostato, i visitatori possono entrare a qualunque ora. È così che funziona nei piccoli paesi dell’entroterra ligure. Bargagli, però, non è un paese come gli altri. E il suo cimitero non è un cimitero come gli altri. Ospita i corpi di chi è caduto sotto i colpi mortali di uno dei più brutali assassini del ventesimo secolo: il mostro di Bargagli.
Mi è capitato di vivere lì per sei mesi, lasciando Genova per motivi famigliari. Ogni giorno, passando davanti a quel cancello socchiuso, potevo ascoltare le voci delle vittime che rimbombavano, portate dal vento. Non potevo ignorarle.
La scia di più di venti morti lasciata in quarant’anni dal mostro, dall’immediato dopoguerra fino agli anni Settanta, è rimasta insoluta. La Giustizia non ha mai individuato chi si celasse dietro questa etichetta giornalistica: secondo la tesi prevalente, anzi, non si trattò di un solo colpevole, ma di un gruppo di assassini appartenenti a due distinti schieramenti che agirono spinti dai veleni della guerra e per vendette incrociate.
“Undici morti non bastano” nasce da questo spunto, dalla cronaca nera e soprattutto dall’atmosfera cupa e gelida che ho sperimentato in quei mesi. Da quel cancello sempre aperto e dalle voci che si sollevano, con la luce e soprattutto con le tenebre, e seguono il passante per chiedere giustizia».

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Un brano estratto da “Undici morti non bastano” di Raffaele Malavasi (Newton Compton)

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Prologo

Il cielo sulla collina trabocca di stelle, e la luna osserva da dietro un alone di nubi.
Il contingente si è raccolto in uno spiazzo pianeggiante, rara macchia glabra nel fitto degli alberi. Sferraglia per assestarsi, come un mostro meccanico. Il bagliore di cento puntini rossi ha invaso la radura, mentre ciascuno traffica in cerca di un suo spazio dove consumare quel che rimane della notte.
Un breve mugugno di stupore ha fatto seguito al comando di accamparsi. Poi tutti hanno eseguito, gli sguardi accigliati sul verde là intorno dove si annida il pericolo, le morse del nemico che si stanno serrando. Non c’è tempo per le tende, né per deporre i carichi dai carri, mezzi di trasporto improvvisati dopo l’abbandono delle camionette. Colmi di viveri, di vettovaglie e armi. E di altro.
Proprio questo altro è ciò che lui sta controllando con cura, ormai da tre giorni. Non gli ha mai staccato gli occhi di dosso, da quando ne ha compreso la natura. Da quando è venuto a conoscere il percorso.
Il vento che si insinua tra le fronde produce una melodia di archi, sottofondo ideale perché i soldati prendano sonno, sfiancati dalla lunga marcia in salita, dalle sofferenze patite nell’ultimo mese, dal rapido dissolversi della speranza.
Lui no. Lui ha un altro piano, un altro obiettivo. Il riposo verrà.
È trascorsa quasi un’ora quando alza piano la testa oltre il suo vicino per cercare l’altro ufficiale, quello che ha fatto posizionare in disparte il carro con le casse, a poca distanza dal limitare del bosco. Lo individua a una manciata di passi, sveglio, pronto ad agire. Non immagina, l’altro, che in capo a due ore, se tutto andrà bene, il suo contributo avrà termine. Per sempre.
Lui gli indirizza il cenno convenuto, poi si trascina carponi fino all’uomo di sentinella che, seduto con le spalle appoggiate al carro, sembra afferrato da un leggero torpore. Estrae il pugnale dal fodero incorporato nello stivale e con un movimento fulmineo gli recide la giugulare, soffocando con la mano guantata l’accenno di gemito. Si accerta che in quel tratto di accampamento nessun altro sia sveglio e avanza fino al lato opposto del carro. Accende uno zolfanello, appiccia la fiamma a una striscia di iuta che ha ricavato da un sacco e la solleva in aria, per alcuni interminabili istanti. Finché, dal profondo del castagneto il cui verde ha assunto sfumature violacee, li vede emergere, richiamati dal segnale. Prima tre, poi un quarto, che riconosce.
Vengono dalla sua parte, i fucili in pugno e i passi ovattati. Sono in pieno campo nemico, sanno di essere esposti. Tutta- via, il piatto della stadera su cui è posto il rischio è ben sollevato, più che bilanciato dall’enorme beneficio che otterranno col successo dell’operazione.
I quattro avanzano allo scoperto, adesso, investiti dal faro della luna che, ora libera da veli, fa rilucere le armi e le mostrine. Si dividono in due coppie, sollevano le casse e, sotto lo sguardo vigile dei due ufficiali, lui e l’altro, si apprestano a tornare nella macchia, dove i muli sono in attesa.
Un improvviso movimento accanto al carro lo fa trasalire. Ma è solo il corpo inerte della sentinella che si è abbattuto su un fianco.
Il ritmo nel petto ha avuto uno sbalzo, ma ora può tornare regolare. È fatta. Gli viene da ridere, da sghignazzare, da sparare una raffica in cielo. Si trattiene, però, e torna strisciando verso il suo giaciglio improvvisato. Adesso tutto è nelle mani dei quattro incursori. Anzi, dell’unico che rimarrà, il suo alleato. Di lui non dubita. Sa che è un uomo d’onore e che il loro è un patto solenne al quale, ne è sicuro, a qualunque prezzo non verrà meno.

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Meno di un minuto prima, l’ombra era là dietro.
Aveva finto di non accorgersene.
Aveva continuato a camminare nella sua direzione senza dare a vedere di aver percepito la “presenza”, quella sensazione che ormai da alcuni mesi lo stava assillando.
Poi, Goffredo Spada aveva deviato ed era entrato in un negozio.
Si era assuefatto a convivere con l’angoscia di essere sotto il costante controllo di qualcuno che lo seguiva, lo controllava, monitorava ogni suo singolo spostamento. Era come una tele- camera che vigilava sulle sue azioni, invisibile e onnipresente. Un fantasma che aleggiava inafferrabile, salvo talvolta lasciare un segno tangibile della sua esistenza.
Il più eclatante era stato l’effrazione dell’escape room del dicembre prima. Ma altre tracce erano state disseminate di proposito per fargli percepire che doveva ritenersi sot- to stretta sorveglianza: l’apertura slabbrata di alcune buste all’interno della cassetta della posta – contabili bancarie e bollette delle utenze – che avrebbero dovuto essere sigillate; i disegni realizzati con uno spray verde che di tanto in tanto comparivano nell’androne delle scale o sul muro all’esterno del locale, segni di avvertimento piuttosto espliciti come un enorme occhio stilizzato, un paio d’occhiali o un binocolo; il telefono che squillava e che veniva riattaccato non appena lui rispondeva.
Questi moniti erano stati all’inizio rarefatti, poi sempre più frequenti, al punto che Goffredo stava ormai in modo per- manente sul chi vive, assillato dalla costante ricerca di nuovi messaggi nei quali imbattersi durante il proprio cammino e, soprattutto, dall’individuazione del loro autore. Che però fino a quel momento non era riuscito a beccare.
La situazione appariva assurda perché in quei giorni aveva deciso di dedicarsi con maggiore determinazione alla caccia di una certa persona, e invece si trovava sbalzato dalla parte rassicurante del cacciatore a quella molto meno ambita del- la preda. O meglio, le due posizioni venivano a sovrapporsi, dato che la sua missione di tenere sotto controllo l’assessore Castello non era ostacolata dalla presenza di chi controlla- va lui. Si trattava di una sorta di inseguimento multiplo, una sfida che lo vedeva braccare il suo bersaglio come un gatto che insegue il topo ma che è a sua volta tallonato da un cane rabbioso.
Quel pomeriggio aveva percepito in modo netto il movimento felpato alle sue spalle, il procedere infingardo del cane tra anfratti e angoli semibui, al riparo degli altri passanti o rasente i muri, viscido come un rettile che si mimetizza nell’ambiente circostante. Era là, Goffredo ne era sicuro, tremenda- mente abile a non far percepire la sua presenza. Ma presente anche quel giorno.
Un impulso improvviso, non meditato, lo aveva spinto a sospendere la caccia che lo vedeva predatore per dedicarsi una volta per tutte a quella nella quale rivestiva la parte della preda.
Era una pasticceria, quella dove d’impeto si era infilato. Una nota pasticceria di via Galata, sovraffollata come ogni giorno e a maggior ragione a ridosso dell’ora di pranzo di quel sabato, il 10 febbraio. Goffredo esaminò il luogo per organizzare un piano d’azione. L’uomo che gli stava alle calcagna – la sensazione era che di un uomo si trattasse, anche se non poteva escludere che in realtà il suo inseguitore fosse di sesso femminile – doveva averlo visto entrare. Tuttavia, con ogni probabilità sarebbe rimasto fuori ad attendere che lui uscisse: troppo compromettente entrare nel negozio. Lo immaginò stazionare dietro l’edicola sull’altro lato della strada oppure appena oltre l’ingresso del Mercato Orientale, e allora si affacciò dall’interno della vetrina, tra morbide torte tipiche genovesi e incursioni austriache, in modo da sbirciare fuori senza essere visto. Fu assalito da un aroma stuzzichevole di vaniglia, mandorle e miele che quasi lo inebriò.
C’era una donna ferma sul marciapiede di fronte, gli occhi fissi proprio sull’invitante offerta di dolci tra i quali Goffredo si era incuneato. Ma l’atteggiamento del corpo e lo sguardo concupiscente non erano quelli della spia inseguitrice, ben- sì dell’irriducibile signora di mezza età che combatte con sé stessa in difesa della propria linea.
Proprio accanto all’ingresso della pasticceria stazionava un giovane, immobile come un gatto di marmo. Se ne scorgeva il profilo caratterizzato da un notevole naso. La postura faceva presumere che fosse appostato in attesa di qualcuno che doveva uscire dal locale. Per un attimo Goffredo ritenne che potesse essere il suo uomo, ma poi una ragazza sgambettò fuori dal negozio tenendo in una mano un cabaret confezionato, intrufolò l’altra sotto al braccio del ragazzo e insieme decollarono cinguettando verso piazza Colombo.
Lui li seguì con lo sguardo per un istante, e gli scappò un sorriso.
Fu in quel momento che lo vide. La sua presenza non poteva derubricarsi a una coincidenza. Ma una coincidenza era stata averlo visto, un caso fortuito reso possibile dal veloce passaggio dei due piccioncini davanti al portone del palazzo sul lato opposto della strada proprio nel momento in cui il portone stesso veniva spalancato da un condomino che stava entrando. Era appostato all’interno dell’androne, vigile e impegnato a scrutare nella direzione della pasticceria, alto ed elegante in un loden blu che lo avvolgeva fino alle caviglie. Esposto alla vista esterna dall’inattesa apertura del portone dietro il cui vetro fumé a specchio si era asserragliato. Un individuo che Goffredo riconobbe all’istante a causa del fastidio procurato dal loro precedente unico incontro. Era stato in una sala d’a- spetto tre mesi prima, lui e l’altro da soli in attesa di entrare in una camera d’ospedale dov’era ricoverata una comune amica.
Ma era stato un singolare connotato fisico a riportarglielo subito alla memoria, unico e sgraziato come l’atteggiamento che aveva manifestato in quell’occasione. La capigliatura marrone striata da macchie bianche sconce e irregolari.
Goffredo emerse dal profluvio di dolciumi e si fece largo a spallate tra la ressa senza badare ai mormorii di protesta, spinto com’era dalla ferma determinazione di raggiungere l’uomo zebrato e far finalmente luce sul suo comportamento persecutorio.

(Riproduzione riservata)

© Newton Compton

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La scheda del libro: “Undici morti non bastano” di Raffaele Malavasi (Newton Compton)

undefinedIn un frutteto di Sparzi, località dell’entroterra genovese, viene ritrovato il cadavere di una donna. Il corpo, sottoposto a una rozza imbalsamazione, nasconde un manoscritto indecifrabile. L’indagine, affidata all’ispettore Manzi e alla sua squadra, appare fin da subito delicata per i possibili legami con un noto fatto di cronaca nera: proprio a Sparzi, tra la fine della guerra e gli anni Settanta, si verificarono undici efferati omicidi, attribuiti al cosiddetto Barbiere, mai identificato. Grazie anche al contributo di una giornalista, Orietta Costa, le indagini di Manzi seguono un filo che si muove tra presente e passato e lo portano a fare i conti con la storia del paese, legata alle violente vendette incrociate del dopoguerra. Ma quando l’ispettore comincia a sospettare che la scia di sangue abbia una matrice ben diversa, a essere in serio pericolo sarà la sua stessa vita. L’intervento di Goffredo-Red Spada, questa volta, potrebbe arrivare oltre il tempo massimo…

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