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CLAUDIO PIERSANTI racconta QUEL MALEDETTO VRONSKIJ (Rizzoli)

aprile 21, 2022

Copertina di: Quel maledetto VronskijCome nasce un romanzo? Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: CLAUDIO PIERSANTI racconta il suo romanzo “Quel maledetto Vronskij” (Rizzoli)

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“Quel maledetto Vronskij” è nella dozzina dei libri finalisti all’edizione 2022 del Premio Strega

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Come nasce il mio maledetto Vronskij

di Claudio Piersanti

Ho avuto la fortuna di conoscere e di essere amico di poeti e scrittori importanti (uomini e donne, più o meno in pari misura). Da ognuno ho imparato qualcosa anche se nessuno di loro avrebbe voluto essere definito maestro. Un maestro è un vero maestro quando non sa di esserlo. Gli insegnamenti sono cosa diversa dai consigli, che non ho chiesto né mi sono stati propinati. La prima cosa che ho imparato è che nessuno può aiutarti. Il lavoro consiste in questo: una persona e un foglio bianco. Come è noto ci sono diverse tonalità di bianco. Nel mio caso il foglio deve essere molto bianco. Comincio a scrivere quando mi sono liberato dai miei soliti pensieri, dai ricordi del libro precedente (che non rileggo mai dopo la stampa), insomma quando il foglio è bianco davvero. Non accumulo appunti, non ho mai scritto una scaletta in vita mia: il lavoro preliminare consiste nel creare un vuoto. Molti anni fa incontrai le parole che descrivevano esattamente quel che intendevo fare. Le ripeto spesso perché per me valgono più di un manifesto di poetica. “Tra le infinite maniere di dar principio a un libro, che oggigiorno sono in uso in tutto il mondo conosciuto, ho fiducia che la mia sia la migliore; e sono certo che è la più pia, perché comincio con lo scrivere il primo periodo, e mi affido a Dio Onnipotente per il successivo.” È la splendida voce del Tristram Shandy (gentleman) di Sterne. Qualcuno dirà: ma è un autore del ‘700! Ecco, nella poesia il tempo è un personaggio. Si produce un’alterazione del tempo: in quello di chi scrive e in quello di chi legge.

Claudio Piersanti

Questa è la scrittura. Se la frase che ho trascritto racchiude secondo me i segreti più profondi della scrittura come potrei trasformarla in consiglio? L’insegnamento è l’opera stessa, la sua incredibile ma indubitabile realtà. Non credo che gli scrittori parlino con le loro dichiarazioni di poetica, che di solito leggo con scarsa partecipazione, ma soltanto con i loro libri. Come è nata la figura del tipografo Giovanni? Ci sono frammenti del mio lontano passato, quando cominciai a lavorare come giovane redattore in una casa editrice assai commerciale. Ho visto davvero usare una linotype come quella di cui si parla nel libro. Ricordo un magnifico linotipista bolognese, sempre elegante e con la sua bottiglia di latte per disintossicarsi dal piombo. La sua ossessione per gli errori. Da qui viene il cartello citato: “Un’asino” con l’apostrofo appeso nella cantina di un tipografo. Il suo orgoglio, la sua fierezza professionale. Poi succede che un mestiere difficile e modernissimo si fa all’improvviso obsoleto. Giovanni viene sostituito dai computer. Il nuovo diventa vecchio. Accettare senza perdere la ragione il cambiamento non è facile ma Giovanni ci riesce. Anche grazie a sua moglie. Che è la sua compagna da sempre. Così inizia la storia. Perché sono apparsi due personaggi, e piano piano entriamo nella loro vita, nei loro caratteri, nella loro intimità. Faccio amicizia con i miei personaggi, li accolgo. Non ho la più pallida idea di cosa succederà. Sono esattamente come il lettore che inizierà a leggere il libro. I romanzi di genere sono un insieme di trucchi e trucchetti, di pistole che spareranno, nei miei libri non ci sono trucchi; se riesco a creare un’attesa è soltanto perché sono il primo a viverla, questa attesa.  Ogni personaggio parla e pensa nella sua lingua. Un professore di logica, sia pure fallito (come il personaggio di un altro mio libro) non pensa e non parla come un tipografo. Ma anche un uomo che non ha studiato Aristotele può avere pensieri profondi. Avendo fatto studi filosofici da giovane mi trovavo più a mio agio nei panni del professore nichilista, ma anche essere tipografo non è stato difficile. Perché come dicevo ogni personaggio porta con sé la sua lingua, e non può essere che quella. La lingua, con i molti silenzi inclusi, di Giovanni e di Giulia, è d’origine nordica e quasi montanara, anche se sono milanesi d’adozione. Potrei descrivere esattamente i luoghi e le culture da cui provengono, anche se non scrivo mai i nomi delle città. Conosco anche i mestieri dei loro antenati, e anche loro avranno un peso in questa storia. La suggestione delle poesie di Fabio Pusterla (ne cito alcuni versi in esergo) è stata molto importante. Credo di avergli rubato anche qualche ricordo d’infanzia. La fine di un romanzo viene da sé, ma non sempre. A volte non viene affatto, e ci sono alcuni romanzi bellissimi privi di un finale, come Il Castello di Kafka. Sono libri non finiti o libri infiniti? A volte mi dico: diventerò un bravo scrittore solo se scriverò un libro infinito.
Quando ho cominciato a scrivere il maledetto Vronskij non ero esattamente in un periodo splendido. Scrivendolo il mio umore è migliorato, e anche la separazione non è stata traumatica. Quando ho scritto romanzi più ampi alla fine mi sono sempre sentito un po’ in lutto. Prima lavoravo dieci ore al giorno poi all’improvviso più niente. Erano andati via tutti. Ecco, con questo romanzo, più breve dei miei soliti, ci siamo detti addio serenamente. Mi ha lasciato un ricordo piacevole, è stato bello essere “loro” per diversi mesi. Forse mi capiterà di sognarli, come è successo con altri miei personaggi: appaiono in certi sogni insieme ai miei amici, perfettamente inseriti nella mia vita di sempre, nella mia quotidianità.  Non mi piace parlare di me, nei miei libri e in generale. Scrivo per uscire da me, per essere altre persone, per vivere vite che non ho vissuto. Il mio Io dopo decenni di questo esercizio si è assottigliato quasi fino a svanire. Il narcisismo è noioso come una prigione, la scrittura può portarti più lontano, verso “qualcosa di nuovo”, sempre, perché farlo è nella sua natura. È capricciosa come un bambino ma è anche umile, come un bambino. Stevenson raccontava volentieri i suoi inizi come giovane aspirante scrittore. Munito di carta e penna aveva copiato i romanzi di Walter Scott senza mutare una virgola. Forse, senza rendermene conto, da qualche parte pensavo proprio a lui, quando il mio Giovanni comincia a copiare Anna Karenina. I veri maestri non vogliono essere chiamati così, ma continuano a insegnarti qualcosa anche quando non sono più vivi.

(Riproduzione riservata)

© Claudio Piersanti

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La scheda del libro: “Quel maledetto Vronskij” di Claudio Piersanti (Rizzoli)

Quel maledetto Vronskij - Claudio Piersanti - copertinaDalla penna di un grande narratore, la storia di un uomo che non crede alla fine di un amore. Un romanzo irresistibile di ossessioni, tenacia e tenerezza. “Perdonami, sono tanto stanca. Non mi cercare.” Solo questo lascia scritto Giulia, prima di scomparire nel nulla. E suo marito Giovanni, nella casa improvvisamente vuota, si sente un naufrago. Il loro è un amore fatto di cose minime: la colazione al mattino, con le fette imburrate e la marmellata; un bacio volante prima di andare al lavoro e un altro più lungo la sera, quando lui torna dalla tipografia con le dita sporche d’inchiostro; abbracciarsi in giardino, tra le rose che lei ha potato con cura. Dopo una vita insieme, non hanno ancora perso la voglia di farsi felici l’un l’altra. O almeno, così credeva lui. Adesso Giovanni, in cerca di risposte, guarda tra i libri di Giulia e dagli scaffali pesca il più voluminoso: Anna Karenina. Comincia a leggere. E si convince che sua moglie abbia trovato un altro uomo, un amante focoso, un maledetto Vronskij. Geloso e amareggiato, si chiude in tipografia, deciso a creare una copia unica del capolavoro di Tolstoj: carta pregiata, copertina in pelle, nella speranza, un giorno, di farne il suo ultimo pegno d’amore per Giulia.Ma la vita non è un romanzo, procede per strappi lievi e imprevedibili. Quando il mistero della scomparsa si svela, Giovanni capisce che c’è sempre qualcosa che ci sfugge, e tutto ciò che possiamo fare è smettere di averne paura.

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Claudio Piersanti (1954) è scrittore tra i nostri maggiori, vincitore di numerosi premi per i suoi romanzi, tra cui il Premio Viareggio (1997, con Luisa e il silenzio) e il Premio Selezione Campiello (2006, con Il ritorno a casa di Enrico Metz), e autore dei memorabili racconti L’amore degli adulti (1989)

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