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SARACINA di Gabriella Rossitto (Algra)

Maggio 4, 2022

Saracina - Gabriella Rossitto - copertina“Saracina” di Gabriella Rossitto (Algra): incontro con la poetessa e qualche verso estratto dalla silloge

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Gabriella Rossitto è nata a Catania, scrive e insegna scrittura creativa. Tra i suoi libri: Ulisse sono io (Edizioni Akkuaria).

Per Algra ha appena pubblicato una nuova raccolta di poesie , intitolata: Saracina.

Il filo conduttore dell’intera silloge in dialetto siciliano è rappresentato da un dolce di origine araba, la petrafènnula, più duro del torrone e ancora più dolce, semplice metafora dell’amore e dell’intera esistenza.

Abbiamo chiesto all’autrice di parlarcene

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«Saracina (Algra editore) è la mia terza silloge in dialetto siciliano dopo Russania (ed. Medinova) e Çiuscia (ed. Prova d’autore)», ha detto Gabriella Rossitto a Letteratitudine.

Perché il dialetto?
Per me il dialetto è come la lava dell’Etna: è nera roccia scabra, ma è stata fuoco, e se ne ricorda. Conserva un calore che mai si spegne. Credo che il dialetto abbia questa forza primigenia, consente di parlare di ogni cosa, ma soprattutto di ciò che sembra arido e invece rivela in sé una dolcezza insperata.
Al di là del facile discorso sulle origini (per me un po’ meno vero perché anzi da piccola il dialetto mi veniva proibito), il mio intento è la salvaguardia delle parole, specie quelle tipiche di un territorio circoscritto, che altrimenti andrebbero perse. Ho tentato quest’operazione anche nei libri precedenti.

Perché questo titolo?
Saracina perché la struttura dell’intera silloge si ispira a un dolce di origine araba, la petrafènnula.
È una sorta di torrone contenente mandorle e confetti, scorze tritate di cedri e arance, miele e cannella, buono a mangiarsi in tempo d’inverno.
Questo dolce poi si è prestato ad essere usato in frasi fatte: fàrisi petrafènnula, ad esempio, vuol dire rimanere sulle proprie posizioni; allo stesso modo in Pitrè si trova: Canta, ca petrafénnula mi fazzu; o ancora Prima di parrari rusica petrafènnula, ovvero rifletti bene, sii guardingo prima di pronunciare parole di cui potresti pentirti.
Ne parlano Giuseppe Pitrè, Giovanni Meli, Camilleri ne Il cane di terracotta:

Anna lo baciò sulle guance, gli pruì un pacchetto.
«Ti ho portato la petrafèrnula».
Era un dolce oramai difficile a trovarsi, a Montalbano piaceva molto, ma chissà perché i pasticceri non lo facevano più.
«Sono andata per lavoro a Mìttica, l’ho visto esposto in una vetrina e te l’ho accattato. Attento ai denti».
Il dolce più duro era più gustoso diventava.

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Poesie tratte da “Saracina”

Saracina - Gabriella Rossitto - copertina

Munzeddi

S’ammucciàrru.
C’eranu paroli
mmenzu â casa
ntruppicava di notti
di matina
ammunziddati
gnunignuni
periperi
c’abbastava picca
e t’acchianàvanu ncoddu.
Ora ’i cercu e nuddu
m’arrispunni.

Mucchietti
Si sono nascoste. / C’erano parole / per casa / vi inciampavo di notte / al mattino / ammonticchiate / in ogni angolo / in giro / che bastava poco / e ti saltavano addosso. / Ora le cerco e nessuno / mi risponde.

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Scrusciu

Sti paroli
ncucchiati
nichipicciriddi
’i senti?
fanu cchiù burdellu
di chiddi
ranniranni.
Putissiti ascutari
putissiti capiri…
ci si abitua
al rumore
se è troppo.

Rumore

Queste parole / unite / piccolebambine / le senti? / fanno più baccano / di quelle / grandigrandi. / Potessi ascoltare / potessi capire… / ci si abitua / al rumore / se è troppo.

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Icaru

Fussi na carizza
stu silenziu
mi squagghiassi
comu cira ô suli
comu l’ali di Icaru
squagghiassi
pricipitannu
nta stu mari funnu.

Icaro

Fosse carezza / il silenzio / mi scioglierei / come cera al sole / come le ali di Icaro / mi scioglierei / precipitando / nel mare più profondo.

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Raloggiu

Fussi di petra
nun dulissi cchiù
nun lanziassi a peddi
di lacrimi e vilenu
nun chiancissi
cumu ’n jattu
mpazzutu
e sanguacqua
u facissi caminari.

 

Orologio

Fosse di pietra / non farebbe male / non ferirebbe la pelle / di lacrime e veleno / non piangerebbe / come gatto / impazzito / e sangueacqua / lo farebbe andare.

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Ducidura

Pastizzu jorna
ppi fari petrafènnula
e penzu
ca chista è a vita
(cchiù gauta e putenti
d’ogni cosa)
dura comu a timpa
ca ti rumpi i denti
e a voti duci
comu na carizza
e ogni momento d’oro
vale quelli neri
e su a muzzichi alleggiu
forsi ’un ti struppìi.

 

Dolcedura

Pasticcio con i giorni / per farne petrafènnula / e penso / che questa è la vita / (più forte / d’ogni cosa) / dura come pietra / che rompe i denti / e a volte dolce / come una carezza / ogni momento d’oro / vale quelli neri / e se la mordi adagio / forse non fa male.

 

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