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L’ARCHEOLOGIA DELL’AMORE di Cătălin Pavel (Neo Edizioni) – un estratto

Maggio 11, 2022

L'archeologia dell'amore - Dal Neanderthal al Taj Mahal“L’archeologia dell’amore. Dal Neanderthal al Taj Mahal” Cătălin Pavel (traduzione di Bruno Mazzoni – Neo Edizioni). Di seguito, l’introduzione del libro

Cătălin Pavel, il 22 maggio sarà per la prima volta in Italia (al Salone del libro di Torino) e arriverà attraverso l’Istituto Romeno in occasione dell’uscita di questo suo ultimo libro.

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Archeologo, studioso dell’antichità e divulgatore scientifico romeno, Cătălin Pavel racconta l’amore, le relazioni e gli affetti a partire dalle tracce che si sono lasciati alle spalle: dai resti archeologici della preistoria (un ipotetico incontro tra sapiens e neanderthal) fino ai reperti di inizio ‘900. Usa l’amore per portarci nell’indagine tipica dell’archeologia, alternando all’approccio scientifico riflessioni personali. La scrittura raffinata che accompagna il metodo induttivo-deduttivo proprio di ogni scienza è una boccata d’aria fresca per la mente del lettore. Un libro di grande eleganza, acume e, soprattutto, ironia.

Le parole dell’autore: “Ciò che potremmo fare è ricostruire i nostri sentimenti partendo dai resti del passato. Nella preistoria, dove mancano fonti scritte, l’archeologia è l’unico modo – buono o cattivo che sia – per capire cosa accade ad una coppia. In quale altro modo possiamo scoprire quanto ci sia vicino un anonimo abbraccio dell’Età del Ferro? I casi di studio proposti mostrano che anche gli oggetti – e le ossa – per quanto frammentari, dicono qualcosa che i testi sull’amore non potranno mai dire. Dalle tombe di Adamo ed Eva a quelle dei soldati della Prima guerra mondiale, dal papiro orfico di Mangalia alle iscrizioni in un lupanare pompeiano, il lettore è invitato a partecipare a un insolito esperimento tra le dinamiche storiografiche dell’amore”.

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L’introduzione di “L’archeologia dell’amore. Dal Neanderthal al Taj Mahal” Cătălin Pavel (traduzione di Bruno Mazzoni – Neo Edizioni)

L'archeologia dell'amore - Dal Neanderthal al Taj Mahal

Introduzione. Idee in cantiere

C’è qualcosa di burocratico da una parte, di narcisistico dall’altra nel di-
re, per quanto non richiesto, “quando ti è venuto in mente”. Le idee non
vengono all’improvviso, come d’altronde il vino non si fa in fretta, e gli stes-
si argomenti hanno interessato da sempre molte più persone di quanto sia
possibile immaginare. Dirò tuttavia, disciplinatamente, che l’idea del libro
mi è venuta dieci anni fa, dopo una giornata di lavoro su un sito archeolo-
gico vicino allo Stretto dei Dardanelli. Quando l’équipe si ritrovava di nuo-
vo a sera, le conversazioni diventavano più personali – e più che mai forse
in quella campagna di scavo. Qualcuno ha ricordato le coppie che si sono
conosciute lavorando su quel cantiere e che hanno finito per sposarsi, a co-
minciare dal 1988, cioè da quando era iniziato il progetto al quale mi ero ag-
giunto anch’io negli ultimi anni. Tra due canzoni, tutti hanno cominciato a
contare, con una sorta di disciplinata soddisfazione. C’erano parecchie cop-
pie di quel tipo, una decina. In quella campagna di scavo avevo avuto l’occa-
sione di scoprire una statuetta romana di Eros in marmo; la discussione sul-
le coppie archeologiche ha chiuso il cerchio, e allora ho pensato che si po-
teva scrivere qualcosa su questo tema. Un volume che ponesse, ad esempio,
la domanda se il sentimento amoroso abbia una permanenza archeologica.
In modo deliberato, vogliamo cominciare qualsiasi ricerca con una defi-
nizione per poi procedere a delle classificazioni. Le buone pratiche accade-
miche, però, non si applicano più di tanto all’amore come oggetto di stu-
dio. Paul Valéry diceva che certe parole sono come dei fragili ponti su un
precipizio: se ci passi sopra velocemente, ti reggono; se ti fermi a rifletterci
su, crollano insieme a te. Anziché provare a definire l’amore, dirò soltanto
che m’interessa qui quella forma di passione che presuppone una tensione
erotica, attualizzata o meno. Non entro nella teoria dell’amore. Mi guardo
bene dal tirare fuori dall’autorimessa Platone e Aristotele, e ancora meno ri-
correrò alla letteratura scientifica moderna sull’amore. So che a partire da-
gli anni ’50 si è sempre cercata la modernizzazione del discorso “scientifico”
sull’amore, con categorizzazioni e tutto il resto. I sociologi di Harvard (So-
rokin, 1954), gli psicanalisti della scuola della teoria critica (Fromm, 1956)
e i teologi di Cambridge (C.S. Lewis, 1960) hanno classificato con grande
acribia l’inclassificabile, utilizzando di solito punti di riferimento del pen-
siero antico e giungendo alla fine a risultati non troppo diversi. Se si pro-
va del resto a riassumerne le idee – un test a volte utile, altre volte sciocco
per la solidità di un pensatore –, dalla brillantezza del loro discorso resta-
no dei laterizi piuttosto banali. La corrispondenza delle categorie dell’amo-
re da loro proposte col termine greco che hanno scelto giusto come etichet-
ta è necessariamente solo approssimativa: da Omero al Nuovo Testamen-
to, l’amore sarebbe pertanto erotico (éros), amichevole (philía), parentale/
filiale (storgé), altruistico/divino/caritas (agápe). Ora, occorrerebbe un in-
tero volume soltanto per discutere la terminologia greca dell’amore. Eros è,
in Omero, l’amore di un uomo per una donna, di solito senza la sua compo-
nente sessuale; ma éros designa anche un bisogno di dolersi o di piangere un
defunto, e un desiderio di vino e di pietanze, e la brama di vincere un com-
battimento. Solo successivamente diventa più cogente nel mondo antico la
sua specializzazione per l’amore, anche se la teoria politica greca continua a
descrivere come ‚erotici’ gli affetti di natura civica. Per non dire che l’amore
antico è stato descritto da alcuni classicisti, in qualche misura sulle tracce di
Foucault, come “un erotismo che sta prima della sessualità”.
Si è detto che l’uomo è l’animale che classifica, e non si è sentito di un
archeologo a cui non piacciano le tipologie, gli schemi e le ripartizioni. Io
prenderò per buono ciò che altri hanno stabilito, che l’amore ha più natu-
re. Sceglierò però qui solo una di queste, la prima, così come al ristorante si
sceglie da un menù scritto con caratteri incomprensibili. I casi di studio che
presenterò più avanti sono sufficientemente fattuali nella loro natura ed
evitano vistose polemiche. Nella dinamica di un certo tipo di grandi idee, i
conflitti surriscaldano solo le cose, senza conferirgli chiarezza. Inoltre farei
un torto al libro se pretendessi che esso sviluppi una teoria olistica dell’amo-
re, e si dimostrasse poi che non ho fatto altro che raccogliere delle informa-
zioni disparate su come amavano gli individui in spazi diversi e in secoli dal-
la differente numerazione. Preferisco dunque mettere assieme un piccolo
catalogo archeologico che documenti l’amore di coppia. Gli altri tipi d’amo-
re – verso i figli, gli animali e così via – attendono i loro libri e i loro autori.
Una volta limitata l’indagine all’amore di coppia, le cose sono un po’,
ma solo un po’, meno vaghe. Si può parlare di un amore romantico nella
preistoria? Perché secondo Denis de Rougemont qualcosa del genere non
compare prima del XII secolo, con i trovatori della Linguadoca, sullo sfon-
do dell’influenza araba sulla cultura provenzale. L’amore romantico non è
quindi naturale ma costruito culturalmente, così come il cuore non è un
simbolo grafico naturale dell’amore ma un simbolo costruito appena nel
Medioevo. (Le antiche monete d’argento con “cuori”, come i tetradrammi
di Cirene, rappresentano in realtà il frutto secco della pianta silphium. Le
proprietà di tale pianta, del resto scomparsa già dall’antichità, anticoncezio-
nali e afrodisiache, si contraddicono in qualche modo reciprocamente). Se-
condo Anthony Giddens, l’amore romantico compare in realtà solo verso
la fine del XVIII secolo ed è legato non soltanto alla rivoluzione industria-
le, ma anche al romanzo moderno. In ogni caso, per entrambi esso rimane
un’invenzione europea che escluderebbe, ad esempio, la coppia orientale
di Hasanlu del Capitolo 2. Per l’antropologo Jack Goody, l’amore romanti-
co esiste da sempre nelle società che conoscono la scrittura, il che lascia pe-
rò al di fuori i nostri scheletri abbracciati del neolitico (ancora nel Capitolo
2). Forse la cosa più prudente è dire che nei capitoli che seguiranno si par-
lerà di un amore universale, passionale, in cui la sessualità riveste un ruolo
importante. Il fatto che, a dispetto del filtro di una sicurezza epistemologi-
ca, nella costruzione di questo volume entrino anche elementi non erotici
è una sventura bene accetta: nelle lettere scritte su papiro le coppie si chia-
mano fratello e sorella (storgé), Adamo ed Eva non possono essere analizza-
ti al di fuori di un paradigma religioso (agápe), mentre il Capitolo 12, a te-
ma anglosassone, ha al centro ciò che Giddens chiamava “amore congruen-
te” (realista, che si svolge nel contingente) e sociologi, come John Allen Lee,
chiamavano amore di tipo prágma (congruo, pratico). Quanto alle scene
raffigurate sui vasi greci, queste mostrano un amore che prende voce tra ro-
mance, gloria, onore e libido; il desiderio sessuale diventa fissazione e com-
pulsione nei graffiti osceni di Pompei, anche se resi in parte asettici dal tra-
scorrere del tempo.
In definitiva, l’amore ha quasi sempre dei punti di riferimento in più am-
biti, e la possibilità di slittare verso più direzioni. Non mi sembra utile che al-
lorché trovo un osso io cerchi di convincere il lettore che questo va inserito in
una storia d’amore di tipo A2, piuttosto che di tipo C8. Ciò che studio qui è
ciò che resta dell’amore, letteralmente: le prove effettive, fisiche, di tale amore.
E non resta molto: quest’amore non si lascia afferrare nel corso degli scavi, se
non da angoli talmente ristretti che non si riesce ad arrivare a 180° mettendo-
li tutti assieme. Fintanto che si amano, le coppie escono fuori, si usa dire, da
questo mondo banale; lo fanno poi di nuovo, con certezza questa volta, quan-
do muoiono, e lo abbandonano ancora più banale. Che cosa succede quan-
do sotto una lente archeologica si pone il centesimo rimasto di questa vita, il
millesimo rimasto di quest’amore? La discussione sul cantiere di scavo a Tro-
ia, con cui ho cominciato, ha preso ben presto una direzione simile. Senza che
nessuno in particolare ponesse la domanda, qualche minuto più tardi conta-
vamo tutti le coppie che, dopo essersi conosciute lì, si erano sposate, e più tar-
di avevano divorziato. Le cose vanno così, come dice Vonnegut.
Due obiettivi secondari sono ben celati nel libro. Oltre che parlare d’a-
more, m’interessa portare il discorso anche sull’archeologia in generale, sui
suoi metodi, i suoi problemi e le sue soluzioni. Tutte le scoperte archeolo-
giche, che siano affreschi, scheletri o monili del tipo saltaleoni, richiedono
una narrazione che le faccia vivere. Troppe volte questa narrazione è una
monografia solida e specialistica, con un disegno sobrio e originale sulla co-
pertina. Perché gli oggetti trovati nello scavo rivivano, è necessario far parti-
re il motore dell’empatia e trasporre in parole ciò che è successo qui, giusto
nel punto in cui siamo in questo istante, sotto il sole, con una busta di ca-
ramelle in mano, ma con una fuga all’indietro, diciamo pure esattamente a
cinquemila anni fa. Questo non significa ridurre la scienza a letteratura, ma
neppure trasformare la storia in elenchi di misurazioni. Il secondo obietti-
vo sussidiario è, ancora più in generale, parlare sia pure indirettamente del
transfer culturale, cioè della vita delle cose morte. Per questo va studiata un
po’ la traiettoria dell’Antichità oggi, un “oggi” che inizia nel XVIII secolo,
e la traiettoria è ellittica, con due focus importanti per noi: l’archeologia e
l’amore. Non si tratterà dunque solo e soltanto delle testimonianze archeo-
logiche di una X storia d’amore antica, immaginata o reale, ma anche di ciò
che succede nel XX secolo con gli amori antichi.
In ultima analisi, credo di potermi spiegare meglio presentando in breve il
contenuto del libro. Mi sono deciso a organizzare il materiale, ancora una vol-
ta disciplinatamente, in successione cronologica. È una scelta priva d’immagi-
nazione, ma che comporta maggiore chiarezza, conseguita senza sforzo. Non
potevo iniziare che con l’archeologia dei contatti tra i neandertaliani e l’uomo
anatomicamente moderno (Capitolo 1), contatti mediante i quali le due sot-
tospecie hanno spinto così avanti lo scambio culturale che continuiamo tut-
tora ad avere un DNA che ci viene dai neandertaliani. L’archeologia non è
riuscita ancora a documentare tale “familiarità”, ma può aiutarci nella rico-
struzione delle premesse (le ultime scoperte legate all’arte e al linguaggio) per
le quali la coppia neanderthalensis-sapiens era perfettamente possibile, anche
se imperfetta e poco probabile. Le ultime analisi paleogenetiche ci giungono
con ipotesi prima inconcepibili: che una donna sapiens potesse, ad esempio,
generare da un padre neandertaliano quasi soltanto figlie femmine.
Sempre alla preistoria è legato anche il Capitolo 2, dove apro due dossier
di tutta evidenza: i più celebri casi di scheletri abbracciati, uno provenien-
te dall’Italia, l’altro dall’Iran odierno. Le loro posizioni e le loro storie sono
differenti, ma la loro coreografia è parimenti sorprendente, ed entrambi i
casi sollevano domande-chiave, legate alla morte in coppia durante un’in-
vasione o su come un museo si possa arricchire grazie a una simile scoperta.
Una prospettiva nuova, a volte davvero rischiosa, sulle coppie antiche ce
la offrono i testi scoperti su tavolette di piombo o su papiro in Egitto, spe-
cialmente in epoca ellenistica e romana. Di esse m’interessano, nel Capitolo
3, da un lato gli esorcismi d’amore (l’invocazione agli dei perché tu sia sol-
tanto mia “per un lasso di dieci mesi a partire da oggi, 25 Hathor, nell’anno
secondo del ciclo erariale”) e, dall’altro, la corrispondenza privata tra coniu-
gi (“P.S.: manda il materasso a nostro figlio!”).
Gli scavi recenti di Roma sono lo sfondo del Capitolo 4, dove le dicerie
erotiche su Augusto e su Cesare si materializzano nel rapporto topografi-
co apparentemente sessuato dei loro due rispettivi fori. In tale contesto, gli
edifici con abbozzo fallico introdotti da Piranesi nelle sue piante comincia-
no ad avere maggiore senso, soprattutto se confrontati con l’architettura dei
bordelli concepiti dagli utopisti francesi del XVIII secolo.
Il mondo greco è presente tramite un albo delle avventure amorose degli
dei e degli eroi (Capitolo 5), così come esse si riflettono nell’arte antica, in
particolare sui vasi dipinti dei secoli VII-III a.C. I loro creatori mettono in
scena un altro film rispetto a quello che noi abbiamo da sempre imparato
dai testi. Vi troviamo Andromeda che lancia anche lei pietre contro il mo-
stro, a fianco del suo salvatore Perseo, e Afrodite che scaraventa olle, insie-
me con il bell’Adone, contro il cinghiale che li assale. È un’altra vita di cop-
pia rispetto al mito, con scene di cui non eravamo a conoscenza, o che per-
cepiamo in maniera del tutto diversa: Afrodite pone dei piccoli Eros su una
bilancia per vedere come siamo messi con i sentimenti, Eracle, in un crimi-
noso litigio domestico, dà fuoco a una caterva di mobilia, mentre Paride,
nel celebre giudizio, sceglie Era, e non Afrodite.
L’Antichità è il periodo maggiormente rappresentato nel libro, senza che
ciò significhi che le persone si siano amate allora più che mai. Un capitolo
(6) su Adamo ed Eva collega in ogni caso questa sezione alla preistoria, poi-
ché qui illustro anche un paradiso neolitico, non soltanto quello greco e
quello persiano. Il nucleo della discussione è legato alle raffigurazioni di lo-
ro due nell’arte dei primi secoli della cristianità, con le sue stranezze e per-
fino con i rari momenti erotici. Inevitabile è anche il riferimento all’epoca
islamica, perché cercheremo la tomba di Adamo ed Eva là dove la colloca la
tradizione, nei sotterranei che stanno sotto lo straordinario edificio eretto
da Erode a Hebron (Cisgiordania).
I successivi due capitoli presentano le trasformazioni di alcuni grandi te-
mi fra l’Antichità e il Medioevo. Nel Capitolo 7 parlo di due mausolei, quel-
lo di Alicarnasso, costruito da una moglie per un marito e, duemila anni do-
po, il Taj Mahal, costruito da un marito per una moglie. Sono due storie d’a-
more non solo fortemente politicizzate, ma altresì marcate religiosamente;
entrambe con i loro dettagli terreni – l’archeologia ha recuperato negli anni
’60 le tracce del banchetto funebre offerto da Artemisia per Mausolo e, ne-
gli anni ’90, i giardini originali del Taj Mahal.
Solo mille anni separano i due casi di studio del Capitolo 8: da una par-
te i graffiti erotici sui muri delle case di Pompei sotterrate dall’eruzione del
Vesuvio, dall’altra quelli impressi sulle ossa e sul legname recuperati dagli
scavi sul molo medievale della vecchia capitale della Norvegia, Bergen. Co-
me dati di contesto, direi che l’emulazione nei Balcani è illustrata dalla sco-
perta in Bulgaria, nel 1987, del primo equivalente in greco antico del vo-
cabolo latino cunnilingus. La varietà di tali graffiti è ugualmente sorpren-
dente quanto l’uniformità dei desideri sessuali che essi trasmettono. Co-
nosceremo Maritimus, che annota su un muro che “accetta anche ragazze
vergini”, e quelli che si descrivono come fututor maximus. Nulla di scon-
volgente: la fouterie est le lyrisme du peuple, come diceva Baudelaire. Sor-
prende di più che tra le rune scurrili medievali dei vichinghi appaiano an-
che versi di Virgilio.
Un dittico sulla vita di alcune comunità isolate è formato dai successivi
due capitoli, dedicati all’archeologia del Medioevo (sul Mar Nero) e a quella
del Rinascimento (sull’Atlantico).
Il Capitolo 9 non è altro che un esercizio storiografico. Nel complesso
monastico di Murfatlar-Basarabi (nel distretto romeno di Constanţa) so-
no state scoperte, accanto alle incredibili chiesette, alcune cose ancora non
sufficientemente elucidate: due scheletri appartenenti a donne e testimo-
nianze legate alla visita di alcuni soldati di origine nordica. I recenti scavi di
Nufăru (distretto romeno di Tulcea) sembra abbiano identificato l’unico
insediamento vichingo della Dobrugia; tra l’altro, le donne della necropoli
sono state seppellite successivamente con un numero insolitamente alto di
ornamenti d’ambra (portata dal Mar Baltico?).
Sempre molto lontani da casa sono anche gli uomini della prima cit-
tà fondata da Colombo nel Nuovo Mondo (Capitolo 10). Nei primi gior-
ni dell’anno 1494, mille e cinquecento uomini sbarcano nelle Antille, do-
ve vivranno – solo per alcuni anni – in un vincolo con le donne indigene
taíno. Provo a mettere assieme gli elementi archeologici di tale legame, os-
servando anche la cultura materiale araba della città di La Isabela (Repub-
blica Dominicana).
L’ultima sezione del libro è dedicata alla modernità. Due capitoli han-
no come oggetto due distinte figure femminili il cui contributo all’archeo-
logia non è stato valutato a sufficienza. Gertrude Bell (Capitolo 11) ha fama
di essere stata la donna più potente dell’Impero Britannico al tempo del-
la Prima Guerra Mondiale, tant’è che lei non solo ha messo Faisal sul tro-
no dell’Iraq, ma ha pubblicato importanti monografie su Binbirkilise e al-
tri siti orientali. Nel timore d’aver suggerito che l’infelicità in amore è giu-
sto buona per una carriera in campo archeologico, mi sono pure soffermato
sulle lettere di gioventù, legate a personalità politiche e a feste danzanti, da
lei inviate da Bucarest.
Agatha Christie (Capitolo 12) è finita nel mondo dell’archeologia senza
averne colpa, solo perché ha sposato nel 1930 un archeologo che aveva co-
nosciuto a Ur, in Mesopotamia. L’ha poi seguito, per amore (per lui e per
l’Oriente), in campagne archeologiche per più di trent’anni. La scrittrice in-
glese è diventata il fotografo ufficiale dei suoi cantieri di scavo e ha restaura-
to oggetti antichi (utilizzando anche la sua crema per il viso). Il diario del-
le campagne di scavo di Agatha, terminato nel 1944, è delizioso ‒ quando
non è razzista (anche se per nulla più razzista dei documenti del tempo in
generale, anzi).
Il Capitolo 13 si concentra sulle trasformazioni moderne dei motivi ero-
tici dell’arte antica. Nelle avanguardie dell’inizio del secolo scorso troviamo
perfino erotizzazioni di talune immagini ritagliate dal mondo greco-roma-
no. Les demoiselles d’Avignon non trae ispirazione, in verità, solo dall’arte
africana, ma anche da quella geometrica greca e da quella dell’antichità ibe-
rica, mentre le donne delle piazze indicibilmente malinconiche di de Chi-
rico sono la stessa Arianna, abbandonata da un amato e in attesa dell’altro.
Un altro riferimento della modernità è Freud, il cui rapporto con l’ar-
cheologia è esaminato nel Capitolo 14. Il medico viennese ha scritto un si-
gnificativo commento a un romanzo d’amore che si svolge a Pompei. In
questo romanzo un archeologo s’innamora di un bassorilievo antico, la cui
riproduzione Freud e altri psicanalisti hanno esposto nei loro studi medici.
Le metafore archeologiche appaiono in molti dei suoi scritti, per non par-
lare dell’implicazione di Freud negli scavi illegali del castrum romano di In-
tercisa (Pannonia).
Infine, l’ultimo capitolo è scritto sotto un cielo ugualmente rannuvolato
come quello sopra gli amanti abbracciati del neolitico, che troviamo all’ini-
zio del volume. In questo capitolo finale sono ospitati i manufatti che par-
lano d’amore scoperti durante gli scavi nei siti archeologici moderni, inclu-
se le tombe dei soldati della Prima Guerra Mondiale. In ognuno di questi
siti ci sono indizi che gli uomini abbiano amato fino all’ultimo istante: la
ciocca di capelli che portava con sé un soldato australiano morto in Fran-
cia è ancora identificabile dopo cent’anni. Un emblema, del resto, dei rischi
dell’archeologia dell’amore, collocata, si direbbe, al confine con la sdolcina-
tura, ma anche con la presunzione, poiché da dove altro potrebbe venire la
missione di quantificare cose imponderabili, lavorando con indizi minimi,
come i filamenti di carta rimasti da una vecchia fotografia lacera. Penso tut-
tavia che, se mettiamo assieme tutti questi punti, sia possibile ottenere la
storia della società umana, riflessa, in piccolo, nei sentimenti dei suoi atto-
ri e delle sue comparse.
Un libro dovrebbe potere avere più titoli, come gli adesivi turistici sul-
le vecchie valigie. Il titolo che ho scelto presuppone un viaggio dal canyon
di Neanderthal, che si trova presso Düsseldorf, nella Renania del Nord, fi-
no ad Agra, nello stato federale di Uttar Pradesh, nel nord dell’India, dove
si trova il Taj Mahal. La realtà geografica del libro presuppone però anche
un viaggio gemello, ma in senso contrario, dalla Francia fino alla Repubbli-
ca Dominicana. Allo stesso modo, il titolo propone un asse cronologico che
va dal Paleolitico tardo, dell’interazione dell’uomo di Neanderthal con l’ho-
mo sapiens, fino al XVII secolo degli imperatori moghul; gli ultimi capitoli
lo prolungano però fin nei secoli posteriori alla costruzione del mausoleo di
Agra, per arrivare ad alcune scoperte del 2018.
Commenti utili mi sono stati offerti da Adrian Doboș (Capitolo 1),
Cătălin Bojică (Capitolo 2), Irina Achim (Capitolo 6), Alexandra Lițu (Ca-
pitoli 3 e 8), Oana Damian, Mihai Gabriel Vasile, Marian Coman e Vladi-
mir Agrigoroaei (Capitolo 9) e Daniel Citirigă (Capitolo 11). Marius Chi-
vu mi ha dato l’idea di aggiungere un sottocapitolo sulle iscrizioni erotiche
di epoca vichinga. Sono particolarmente grato a Marius Ifrim e ad Adrian
Dumitru per le loro numerose osservazioni su una variante preliminare
dell’intero lavoro. Desidero altresì ringraziare il redattore del libro, Radu
Gârmacea, per tutto l’aiuto accordato con professionalità nel lungo proces-
so di elaborazione del volume per la stampa. Le idee, e ogni eventuale sba-
glio, appartengono solo a me.

(Riproduzione riservata)

© Neo Edizioni

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Cătălin Pavel, 1976, Romania. Archeologo e scrittore. Ha partecipato a scavi archeologici in Germania, Francia, Inghilterra, Marocco, Israele e Turchia. Borse di dottorato e post-dottorato presso l’Università Paris 1 Panthéon-Sorbonne, l’Università di Oxford, l’Istituto Archeologico Albright di Gerusalemme e il New Europe College di Bucarest. Ha pubblicato volumi accademici, di poesia e romanzi, ricevendo diversi premi. Dal 2016 al 2021 ha curato la rubrica settimanale di archeologia sulla rivista “Dilema veche.”

 

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