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L’EROE DI ATENE di Andrea Frediani (Newton Compton): incontro con l’autore

Maggio 25, 2022

https://www.newtoncompton.com/files/cache/bookimages/16167/leroe-di-atene-la-saga-di-teseo-x1000.jpg“L’eroe di Atene. La saga di Teseo” di Andrea Frediani (Newton Compton): incontro con l’autore e un brano estratto dal romanzo.

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Andrea Frediani è nato a Roma nel 1963. Divulgatore storico tra i più noti d’Italia, ha collaborato con numerose riviste specializzate. Con la Newton Compton ha pubblicato diversi saggi e romanzi storici, tra i quali: Jerusalem; Un eroe per l’impero romano; la trilogia Dictator (L’ombra di Cesare, Il nemico di Cesare e Il trionfo di Cesare, quest’ultimo vincitore del Premio Selezione Bancarella 2011); Marathon; La dinastia; 300 guerrieri; 300. Nascita di un impero; I 300 di Roma; Missione impossibile; L’enigma del gesuita. Ha firmato le serie Gli invincibili e Roma Caput Mundi; i thriller storici Il custode dei 99 manoscritti e La spia dei Borgia; Lo chiamavano Gladiatore, con Massimo Lugli; Il cospiratore; La guerra infinita; Il bibliotecario di Auschwitz; I tre cavalieri di Roma e Attacco all’impero, primi volumi della Invasion Saga, I Lupi di Roma, L’ultimo soldato di MussoliniLe Williams, con Matteo Renzoni. Le sue opere sono state tradotte in tutto il mondo. Il suo sito è www.andreafrediani.it

Il nuovo romanzo di Andrea Frediani si intitola L’eroe di Atene, primo volume della Saga di Teseo (anche questo edito da Newton Compton).

Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…

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«Ogni tanto uno scrittore riesce a sorprendere sé stesso», ha detto Andrea Frediani a Letteratitudine. «Perfino dopo un quarto di secolo di carriera.
Per evitare di ripetermi e di annoiarmi – il che mi esporrebbe al rischio di annoiare il lettore – ormai da qualche anno tendo ad alternare abbastanza rigidamente la tipologia di romanzo che scrivo e pubblico. Così mi cimento in romanzi storici tout court, in thriller storici e in romanzi d’avventura a sfondo storico. Si tratta di tre categorie di romanzi storici ben distinti e destinate a un pubblico differente.

Andrea Frediani: Foto © Gigliola Chistè

La prima è la più impegnativa, per me come per il pubblico: si tratta di romanzi ponderosi, con un contesto storico piuttosto dettagliato, radicati nell’epoca che ho scelto di trattare; insomma, non dico “Guerra e pace”, ma quel genere lì: non proprio una lettura agilissima. E il lettore che abbia più dimestichezza con la storia è più facilitato rispetto a chi ne è a digiuno: si solito, chi odiava la storia già a scuola li vede come fumo negli occhi. Viceversa, chi è appassionato della materia vi trova una ricostruzione degna delle sue aspettative.
I thriller sono più leggeri, ma ancora piuttosto articolati, e sono destinati a un pubblico molto più ampio: in teoria a tutti, anzi. Poi c’è il genere avventuroso. Sono i libri più agili, per il lettore, un po’ alla Salgari, senza troppe pretese se non il relax e la distrazione che aspirano a offrire, magari sotto un ombrellone in vacanza. Questi volumi puntano tutto sull’azione e sul ritmo, come si conviene a un romanzo di cappa e spada, e sono alla portata anche delle persone che non amano molto leggere, così come ragazzi e perfino dei bambini.
Ebbene, quando ho iniziato a scrivere l’Eroe di Atene, era il turno dei romanzi d’avventura. Mi era parso che Teseo incarnasse alla perfezione l’eroe senza macchia e senza paura, il perfetto protagonista di una serie di avventure mozzafiato, in grado di tenere il lettore, appunto, col fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina. C’era tanto da scrivere, su di lui, che è stato al centro di gran parte delle vicende più importanti della mitologia greca ma che Plutarco, nelle sue Vite parallele, ha considerato reale quanto Romolo, tanto da accoppiarlo al fondatore di Roma nella stesura delle sue biografie.
Ma poi, approfondendo lo studio del personaggio e andando avanti con la stesura del libro, mi sono reso conto che c’erano gli elementi per un volume di spessore maggiore rispetto a quello che mi ero proposto. Teseo è un eroe tutt’altro che senza macchia: come gli dei che gli antichi greci veneravano, anzi, è pieno di difetti tipicamente umani, cede spesso alla meschinità, all’istinto di vendetta, alla sfrenata ambizione, alle pulsioni più primordiali. E ha anche paura: se non di affrontare la morte, dei sentimenti, per esempio, che lo portano ad avere relazioni sentimentali complesse, capaci di generare solo sofferenza: Arianna, Medea, Antiope, Ippolita, Fedra, Elena, solo per citare le donne che ho inserito nel libro, sono tragiche figure femminili intorno alle quali hanno ruotato drammi eternati da grandi poeti, e hanno tutte avuto a che fare con Teseo: uscendone con le ossa rotte e col cuore spezzato.
Ma ancora di più Teseo ha paura di finire dimenticato, di essere accantonato; e soprattutto, di perdere il confronto col modello cui si ispira, quell’Eracle che rappresenta il paradigma dell’eroe greco. Così come tutti i condottieri dell’antichità aspiravano a essere pari ad Alessandro Magno, infatti, così Teseo aspira a essere considerato un nuovo Eracle, di cui si è illuso di essere il cugino. Neppure la corona di Atene lo appaga, poiché nulla, neanche il ruolo di re, può essere considerato pari allo status di semidio; e così, nella sua ostinata, ossessiva ricerca della gloria, finisce per commettere una lunga serie di errori, per farsi detestare da chi più ha provato ad amarlo, e per distruggere tutto ciò che ha costruito.
La sua figura mi ha quindi offerto l’occasione per raccontare la parabola del potere, l’ambizione che accompagna la ricerca dell’eternità, le vite che si spezzano lungo la strada, e l’inevitabile declino che subentra quando non ci si sa fermare, come accade a quasi tutti i tiranni. Nell’impossibilità di essere dei, chi più chi meno aspiriamo tutti all’immortalità: chi attraverso gli eredi, chi attraverso le opere e le gesta. Il mio Teseo, dopo aver appreso di non essere un semidio, accantona ogni scrupolo per consegnare ai posteri il proprio nome in un altro modo. Ma nel farlo, nella disperata ricerca di un nuovo senso della vita, nella sua smania di essere ricordato come il più grande eroe della Grecia, finisce inesorabilmente per perdersi, lasciandosi dietro una lunga scia di dolore, sangue e sofferenza alle spalle. E inducendo lo scrittore, e spero anche il lettore, a chiedersi quale sia, davvero, il senso dell’esistenza…»

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Un brano estratto da “L’eroe di Atene. La saga di Teseo” di Andrea Frediani (Newton Compton)

https://www.newtoncompton.com/files/cache/bookimages/16167/leroe-di-atene-la-saga-di-teseo-x1000.jpg

 

Prologo

L’improvviso cigolio delle assi di legno sommerse le
grida di acclamazione dei troiani, che fino a quel momento
erano risuonate ovattate nella pancia del cavallo.
Acamante ondeggiò, andando a urtare il suo compagno
di destra, il coetaneo Neottolemo, ma si ritrovò quasi in
braccio Odisseo, che si era accucciato immediatamente
alla sua sinistra. Si accorse che lance e scudi e spade
danzavano sul fondo urtandosi a vicenda, producendo lo
stesso clangore che si sarebbe udito sul campo di battaglia,
e trasalì; ma poi vide il re di Itaca ammiccare con
espressione rassicurante, e si rese conto che si trattava di
un rumore blando, rispetto a quello della struttura in movimento.
Non c’era possibilità che i nemici lo udissero.
«Sembra di stare nella stiva di una nave con il mare
mosso, eh?», commentò il re di Atene Menesteo. Come
ogni volta che apriva bocca, Acamante provò un brivido
di indignazione: nutriva sentimenti ambivalenti nei suoi
confronti. I trentatré compagni che condividevano con
loro quell’avventura si aspettavano che lui lo odiasse, ma
il giovane guerriero, dentro di sé, non riusciva neppure a
disprezzarlo; in fin dei conti, lo aveva liberato da un’ombra
molto ingombrante.
«E allora qui l’unico che non si sentirà male sarà Odisseo,
suppongo», dichiarò Menelao; ma solo qualcuno
rise alla sua battuta. E non perché non l’avessero capita:
il re di Sparta era più vicino alla coda del cavallo, e gli
scricchiolii del legno coprivano ogni altro suono, per chi
era a ridosso del collo.
«Ma sì, Odisseo, spiegaci tu come si evitano nausee
quando si ha a che fare col rollio di una nave… Nella
tua isoletta c’è così poco spazio che starete più tempo in
mare che a terra, suppongo», intervenne il re di Argo,
Diomede, che non perdeva occasione per sminuire l’importanza
del sovrano di Itaca, a suo giudizio eccessiva,
rispetto a chi, come lui, governava una città tra le più
potenti della Grecia.
Odisseo lo fissò con espressione ironica, accennando
un sorriso, poi finse un balzo in avanti e simulò un conato.
Diomede, che era accovacciato proprio di fronte a
lui, d’istinto si spostò, finendo addosso al valente arciere
Teucro, le cui frecce uscirono dalla faretra subito dopo
l’impatto, spargendosi sulle assi. Quando poi il re di
Argo si rese conto di essere stato preso in giro, assunse
un atteggiamento sdegnato e guardò altrove.
Nonostante la tensione della situazione, molti guerrieri
si abbandonarono alle risa. Non Neottolemo, sempre
così serio e compreso nel suo ruolo: «Eviterei di ridere,
fossi in voi. Qui intorno ci sono centinaia di persone che
si stanno chiedendo cosa fare di questo cavallo di legno.
Se sentono qualche rumore all’interno, siamo finiti», li
ammonì il figlio del compianto Achille.
«Ripeto: dubito che possano sentirci», precisò Odisseo,
tenendo comunque basso il tono di voce. «Sono tanti
e fanno chiasso. C’è il rumore delle onde che si infrangono
sugli scogli… I ragazzini che festeggiano la ritirata
della flotta achea. A quest’ora avranno notato tutti che
non c’è più una sola nave nemica nella rada».
«Già. Il solo rischio che corriamo, in fin dei conti, è
che brucino il cavallo, con noi dentro. Cosa volete che
sia? Avete sentito quel sacerdote che chiamavano Laocoonte
ammonire i concittadini a liberarsene, poco fa?
Meno male che non gli hanno dato retta…», intervenne
Demofonte, che di Acamante era il fratello. Erano venuti
insieme a Troia con l’intento, oltre che di distinguersi
come guerrieri in un’impresa che si preannunciava epica,
di liberare la loro nonna Etra, finita schiava di Elena.
«A questo punto non corriamo più rischi, ormai», dichiarò
Odisseo, che era stato l’ideatore del piano. «Stanno
trainando il cavallo, è evidente, quindi la loro intenzione
è di portarlo in città. L’azione procede secondo
i piani. Stanotte usciremo e apriremo le porte al resto
dell’armata achea».
«Speriamo. E speriamo che a nessuno venga in mente
di guardare attraverso i fori di aerazione», disse Acamante,
guardando in alto, verso il dorso del cavallo, dove
piccole fessure lasciavano filtrare la luce solare, creando
un reticolato di raggi che deformava i volti e le figure
dei guerrieri all’interno, facendone degli spettri emersi
dall’Ade. E al giovane venne da pensare che, in un certo
senso, erano davvero delle ombre evase dagli Inferi
per ghermire e portare con sé i troiani. Almeno, questo
era l’intento con cui Agamennone, il capo dell’esercito
acheo, aveva accettato il piano di Odisseo per venire a
capo di quell’assedio infinito, che in dieci anni di guerra
non aveva prodotto alcun risultato decisivo. Il re di Itaca,
infatti, aveva proposto di simulare una ritirata dell’intera
armata, nascondendo le navi dietro il promontorio più
vicino, e lasciando sul litorale davanti a Troia la costruzione
che aveva ideato: un gigantesco cavallo di legno,
cavo all’interno e in grado di ospitare un manipolo di
guerrieri. La sua speranza era che i troiani lo considerassero
un tributo dei nemici agli dei, per propiziarseli
in vista del viaggio di ritorno, e che lo portassero in città
come preda di guerra; dopodiché, i guerrieri sarebbero
usciti nottetempo e avrebbero aperto le porte al resto
dell’esercito, appostato nei pressi, espugnando così con
l’astuzia ciò che non erano riusciti a ottenere con la forza
o la diplomazia.
Ma se fosse andata male, gran parte dei sovrani achei
sarebbe morta e la Grecia si sarebbe trovata esposta a un
contrattacco dei troiani, che avrebbero potuto far pagare
cari agli achei quegli anni di sofferenze e privazioni,
di lutti e disgrazie.
«Vi confesso che in questo frangente mi sentirei più
confortato se ci fosse un eroe tra noi. Un vero eroe, intendo
», intervenne Eurialo, che di eroi se ne intendeva,
avendo partecipato all’impresa del Vello d’oro con gli
Argonauti al comando di Giasone.
«Un eroe? Che intendi? Qui diventeremo tutti eroi
immortali, dopo questa impresa! Trentacinque soli uomini
che conquistano una città che un’intera coalizione
di città achee non è riuscita a far cadere in dieci anni!»,
protestò Neottolemo.
«Per me molti di noi si sono già conquistati l’immortalità,
in questi dieci anni di guerra… Odisseo, Menelao,
Diomede, Aiace… Sono nomi che la gente ricorderà in
eterno, su entrambi i versanti dell’Ellesponto», dichiarò
infervorato Filottete, il fortunato possessore dell’arco di
Eracle, a voce tanto alta che qualcuno gli fece cenno di
abbassarla.
«Quando parlo di eroi intendo quelli veri… Achille,
appunto… Non rimpiangeremo mai abbastanza la sua
morte. Ma anche Eracle, Giasone, Perseo e Teseo», precisò
Eurialo. «Gente di cui si vocifera che almeno uno
dei genitori fosse un dio, e quindi superiore a qualunque
altro uomo, per quanto straordinario egli sia». E nel
dirlo lanciò uno sguardo di disprezzo verso Menesteo,
cercando poi l’approvazione di Acamante e Demofonte.
Fu Acamante a replicare. «Ma cosa ne sai tu di mio padre?
Di Teseo tu, e voi tutti, sapete quello che si racconta
in giro… le leggende fiorite sul suo conto… La parte
nobile delle sue imprese… Ma chi era veramente, lo sapete?
Che scia e che ricordo ha lasciato ai suoi familiari?
O vi importa solo ciò che rappresenta? Vi serve un’icona
da sbandierare per vantarvi di averlo conosciuto, o visto
da lontano qualche volta?»
«Diccelo tu chi era, allora, Acamante. Dovremo pur
trascorrere del tempo qui dentro, in attesa della notte, e
una bella storia è quello che ci vuole per non farci pensare
ai rischi che corriamo…», suggerì Odisseo.
Il giovane si ritrovò spiazzato dalle parole del re di
Itaca. Guardò il fratello, che si strinse nelle spalle. Tra
loro, quello dotato di maggior favella era sempre stato
lui, Acamante, e non era lecito sperare che Demofonte
si prestasse a quel gioco. Poi si guardò intorno e vide
che molti annuivano. Quasi tutti, anzi, tranne Menesteo,
naturalmente, che aveva molte ragioni per temere il suo
racconto.
Non sapeva, il re di Atene, che la narrazione che si apprestava
a fare avrebbe probabilmente rafforzato la sua
posizione. Lui era quello, lì dentro, che più di ogni altro
aveva motivi per odiarlo, ma era in realtà anche quello
che poteva restituirgli l’onore. E se avesse dato a tutti
la propria versione dei fatti, si sarebbe trasformato, di
fatto, nel suo più prezioso alleato, consolidando il ruolo
di re di Atene di Menesteo che molti, tra i guerrieri presenti,
consideravano usurpato.
Valutò cosa fare. Ma tutti gli sguardi convergevano su
di lui. E alla fine, mentre il cavallo continuava a rollare
come una nave in mezzo ai flutti, iniziò a raccontare.

(Riproduzione riservata)

© Newton Compton

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https://www.newtoncompton.com/files/cache/bookimages/16167/leroe-di-atene-la-saga-di-teseo-x1000.jpgLa scheda del libro: “L’eroe di Atene. La saga di Teseo” di Andrea Frediani (Newton Compton)

Convinto di essere il figlio di Poseidone e destinato a grandi imprese, Teseo cresce con l’ambizione di emulare Eracle, il leggendario eroe celebrato da tutti.

Quando apprende la verità, rifiuta di condurre un’esistenza ordinaria, per intraprenderne una piena di insidie ma in grado di condurlo comunque alla gloria. E così si mette in viaggio verso Atene, dove intende reclamare il trono. Ma la città attraversa una profonda crisi: è falcidiata dalle guerre civili, e prostrata da un re troppo debole per opporsi a Minosse, il potente sovrano di Creta, che esige tributi impossibili dall’alto del suo scranno nel magnifico palazzo di Cnosso. Le imprese di Teseo lo porteranno ad affrontare terribili mostri, attraversare luoghi pericolosi, a contatto con i centauri, le amazzoni e lo stesso Eracle, a sventare inganni e tradimenti e amare donne splendide e spietate, che faciliteranno o intralceranno il suo cammino.
In una lontanissima epoca, appena prima della guerra di Troia, le vicende di uno dei più grandi eroi di tutti i tempi sono destinate a diventare leggenda.

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