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LA MISTERIOSA SCOMPARSA DI DON VITO TRABÌA di Sebastiano Ambra (Newton Compton)

Maggio 27, 2022

undefined“La misteriosa scomparsa di don Vito Trabìa” di Sebastiano Ambra (Newton Compton): intervista all’autore

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di Eliana Camaioni

Cosa accade quando un boss mafioso, già ricercato dalla giustizia, sparisce in circostanze misteriose? Come faranno i poliziotti da un lato, e i mammasantissima dall’altro, a ritrovarlo?
Se lo è domandato Sebastiano Ambra, giornalista, nel suo “La misteriosa scomparsa di don Vito Trabìa” (Newton Compton), un romanzo di genere che pur tuttavia spicca per alcuni caratteri originali: nella Palermo di Sciascia (a cui è dedicato un esplicito omaggio), raccontata attraverso le sue bellezze artistiche (la Zisa su tutte), la protagonista Malena Di Giacomo è la sbirra che dovrà ritrovare don Vito, ma dovrà farlo solo risolvendo esoterici e misteriosi rompicapi. Una singolare caccia al tesoro, nella quale Malena detta Lena verrà affiancata da uno psicologo toscano, Leo, investigatore per caso: e l’ironia sferzante di Sebastiano Ambra renderà complice il lettore dei continui battibecchi della strana coppia, sdrammatizzando la narrazione di genere e regalando la promessa di un sequel.

– Sei stato definito il Dan Brown siciliano, perché effettivamente il tuo romanzo, pur essendo un impeccabile giallo classico, ha in sé degli elementi mystery che lo rendono ancora più intrigante. Com’è nata l’idea di questa contaminazione?
Ho letto il paragone con Dan Brown e mi ha fatto piacere, ma credo di rendermi differente da lui per una certa tendenza a dissacrare il racconto, con i personaggi stessi che a volte cercano di non prendersi troppo sul serio. Vero è che amo inserire nella narrazione elementi che hanno a che fare con la storia e con i misteri dei luoghi attraversati dalle vicende, e spesso questo ha a che fare con leggende, con misteri, con fatti al limite del reale. Mi piace dare al lettore spunti che possano condurlo al di là del romanzo.

– La narrazione è piena di colpi di scena: senza svelare nulla, non posso non dire però che il lettore con te non si annoia mai…
È una cosa che ho sentito ripetere più volte ai lettori e mi fa molto piacere. Significa che uno degli obiettivi è stato raggiunto. Riuscire a tenere qualcuno incollato alle pagine è un soddisfazione reale. In fondo credo che chi scriva, alla fine, voglia anche questo. Anzi, forse pretenda che chiunque legga provi quest’attrazione, subisca una sorta di magnetismo tale da spingerlo a vedere cosa c’è dietro ogni pagina. Si prova una bella sensazione tutte le volte che si apprende che il meccanismo ha funzionato.

– Dici in una nota che il rapimento di don Vito è un’idea grottesca che ti è venuta dopo aver lavorato per anni come giornalista di cronaca: e anche i lettori, a quanto pare, stanno apprezzando molto che il tema mafioso sia stato finalmente sdrammatizzato
Si tratta di uno degli insegnamenti che ci ha lasciato Sciascia: utilizzare nella narrazione la mafia come colore, come appendice, come sfondo. Fare narrativa di genere raccontando la Sicilia come un qualsiasi altro luogo d’Italia, muovendo da fatti di sangue che non devono per forza iniziare e finire con la mafia. E questo permette di fare ironia sul fenomeno mafioso, di prenderne atto e di utilizzarlo come si utilizza qualsiasi altro elemento per fare narrazione.

– Ci confidi pure che durante il lockdown stavi per abbandonarlo, questo romanzo. Ma per fortuna non l’hai fatto

Sebastiano Ambra

Beh, durante il lockdown in Italia si faceva il pane o si scriveva. Avevo il romanzo pronto proprio in quel periodo e scoprii che gli editori ricevevano valanghe di proposte, posticipando di molti mesi le letture o addirittura scartandole. Sconfortato dalle mancate risposte avevo deciso di lasciare la scrittura, ma poi ho incrociato quella che adesso è la mia agenzia letteraria: sono riuscito a entrare a far parte degli autori che cura e, nel giro di poco tempo, questo mi ha permesso di crescere moltissimo in termini qualitativi. Ho trovato la fiducia che cercavo, è stata una svolta. Da lì a Newton Compton, poi, il passo è stato breve.

– Entrando nel vivo. La strana coppia Lena-Leo ha bucato lo schermo, e anche il loro continuo battibeccare ha contribuito a renderceli simpatici. Io dubito che riusciranno a rimanere separati e fermi a lungo. Dico bene?
Posso dire, adesso, che esiste un progetto che riguarda entrambi, un progetto al quale lavoro da qualche mese. Al momento, però, sono concentrato soprattutto su due nuove uscite per il 2022, una prevista fra qualche mese e una a fine anno. Vero è che in molti, a lettura ultimata, mi hanno chiesto se i protagonisti torneranno, quindi spero che quello che ho per le mani, su cui ragiono da un po’ con la mia agente, possa diventare concreto prima possibile.

– La scelta dell’omosessualità di Lena, anche questa, è una caratteristica che la porta fuori dal solco della tradizione e inaugura un personaggio a sé stante. Dico bene?
Credo di essere uno dei pochi autori ad aver dato vita ad una investigatrice siciliana omosessuale. Se non l’unico. Sono molti i romanzi gialli con investigatrici donne, non così tanti quelli con donne omosessuali, ma a quello che ho scoperto nel corso di questi mesi non mi risulta che autori uomini abbiano tracciato personaggi simili rendendoli protagonisti. Però va detto che non ho scritto il romanzo a partire da Lena, cioè avendo già in mente il suo personaggio e volendo creare un caso in questo senso: è venuta fuori in un secondo momento, quasi scalciando, e si è presa la scena. Una volta pubblicato, poi, sono stato invitato a riflettere sul fatto che potrebbe trattarsi di un unicum nel panorama della letteratura di genere, e questo mi ha fatto piacere.

– Scegli Palermo, fra tutte le città siciliane, per ambientare la tua storia, che è un affresco della città. Perché?
Palermo è una miniera di storie. L’ho vissuta per un po’ e spesso ci torno perché mi affascina, mi cattura. Ogni città, chiaramente, ha le sue storie, i suoi miti, un passato ricco. Palermo però in qualche modo si fa simbolo delle diverse facce della Sicilia, soprattutto perché associata a quel fenomeno mafioso che provo a utilizzare anche in chiave dissacrante. Di certo, in ogni caso, rimane un vero e proprio serbatoio al quale attingere per innumerevoli possibilità di racconti.

– In chiusura, è grande l’omaggio a Sciascia. In che modo il Maestro ha influenzato le tue scelte?
Sciascia, come detto, è un faro. Impossibile non passare dal suo insegnamento per raccontare la Sicilia come luogo avulso dalla malavita organizzata. Da lettori, ci è sembrato naturale il fiorire di Camilleri con gialli nei quali la mafia a volte fa soltanto da sfondo – e cito Camilleri per fare un esempio a largo raggio – ma ci è sembrato naturale grazie a quello che è riuscito a mettere per iscritto Sciascia. Quello che lui ha prodotto ci permette oggi di affiancare Palermo ad Aosta, Catania a Ravenna, Trapani a Roma; ci permette di narrare l’Isola, in chiave gialla, come si narrerebbe una qualsiasi altra regione d’Italia. Poi, certo, c’è lo stile, c’è la scrittura di Sciascia, c’è il genio, e tutto questo diventa un bagaglio fondamentale da portarsi dietro nel corso del viaggio autoriale. Cito una sua opera, nel romanzo, che ha un forte significato per me e contiene tutte queste cose.

– Citi un testo, La lettera rubata. E’ un cult anche per te?
È un testo dal quale è impossibile prescindere. Allan Poe è indubbiamente uno dei padri del genere giallo, le sue opere sono archetipi. Da tutto quello che ha scritto è partita gran parte di quelle idee che poi hanno dato ai racconti gialli dignità di genere. Per me quel racconto è un cult, certamente, ma credo debba esserlo per chiunque si affianchi al giallo e decida poi di provare a scrivere.

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undefinedLa scheda del libro: “La misteriosa scomparsa di don Vito Trabìa” di Sebastiano Ambra (Newton Compton)

L’operazione per catturare il pericoloso latitante Vito Trabìa finisce con un buco nell’acqua: i poliziotti, giunti sul posto in cui avrebbero dovuto sorprendere il boss, trovano solo un vecchio lattaio. Di don Vito nessuna traccia. A Palermo l’ispettrice Malena Di Giacomo, reduce dalla difficile rottura con la sua ragazza, riceve quella che a prima vista sembra la lettera di un mitomane, ma che si rivela in realtà un guanto di sfida: qualcuno ha rapito Vito Trabìa e ora intima a Lena di ritrovarlo, entro ventiquattro ore e senza l’aiuto dei colleghi, altrimenti il boss verrà ucciso. L’ispettrice non ha scelta, ma il compito è tutt’altro che semplice: per arrivare a capire dov’è don Vito, dovrà infatti risolvere la sequenza di indovinelli escogitata dal rapitore, enigmi che fondono arte e letteratura con la storia e le leggende del capoluogo siciliano. Aiutata dallo psicologo Leonardo Colli, Lena intraprenderà così una pericolosa caccia al tesoro, che la condurrà tra i vicoli e i monumenti di una Palermo misteriosa ed esoterica, per giungere a perdifiato all’epilogo di una storia nella quale niente è come sembra.

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Sebastiano Ambra (1979) è nato a Catania e vive ad Acireale. Laureato in lettere, è giornalista e si occupa di comunicazione. Ha scritto per la carta stampata, il web e la TV. Ha pubblicato il romanzo L’enigma del secondo cerchio (2018), il saggio Tabaccai. Il fumo li uccide (2012) e Fango. Storie di gente che ha perso tutto (2010).

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