Home > Recensioni > DIAVOLI DI SABBIA di Elvira Seminara (Einaudi) – recensione

DIAVOLI DI SABBIA di Elvira Seminara (Einaudi) – recensione

giugno 20, 2022

“Diavoli di sabbia” di Elvira Seminara (Einaudi)

[Ascolta la puntata radiofonica di Letteratitudine dedicata a “Diavoli di sabbia”: Elvira Seminara in conversazione con Massimo Maugeri]

* * *

di Eliana Camaioni

Leggere Elvira Seminara è come entrare in una foresta tropicale, un ecosistema perfetto e misterioso che puoi solo attraversare, ringraziando quella natura selvaggia che affascina e sgomenta, mentre ti accoglie materna nel suo grembo.
E quando ne vieni fuori ti accorgi di quanto irripetibile e incantata sia stata quell’esperienza, e ti domandi se non si sia trattato di un miraggio o di un incantesimo, magari un ennesimo scherzo di uno dei demoni che muovono le storie raccontate nei quattordici capitoli: quattordici capitoli, più un demone in copertina, che fa quindici, Il Diavolo dei Tarocchi. Anche i conti tornano, diabolicamente.
Una presenza demoniaca che fa capolino in modo subliminale per tutta la durata della narrazione, ma il lettore non ci fa caso, intento com’è a sbirciare da dietro le tende la vita dei protagonisti: Devil sarà il nome di un albergo, mentre demoni di vento e sabbia sferzeranno una notte di tempesta, e diabolici saranno i protagonisti, due in particolare, che regaleranno al lettore il più inaspettato dei colpi di scena. Il nome del demonio che si ripete come un’evocazione ed estende la sua mano divertita e mefistofelica su tutta la storia, mescolando le carte del reale, creando verità di secondo grado, entrando come una tempesta (annunciata dagli spifferi freddi in un pub) nell’anima delle persone, mentre la vita vera li sfiora, come la sabbia a Porto Palo.
Quindici demoni diretti dalla mano perfetta di una scrittrice-divinità immanente, che si diverte a mostrarci tutto senza spiegarci nulla, ci consegna un pezzo di realtà che si moltiplica al plurale, e lo fa senza didascalie, come del resto accade nella vita vera: sono solo dialoghi eppure non ci manca nulla, abbiamo tutto ciò che ci occorre per divenire registi di quella narrazione mentale in technicolor di cui il lettore si nutre. “Non preoccupatevi di ciò che mangerete e berrete” recita il Vangelo di Matteo, e allo stesso modo la scrittura di Elvira, come una natura saggia e benevola, dispensa ogni cosa al lettore che a lei si affida: stagioni, colori, odori, età e storie dei personaggi, regalando un esercizio di stile raffinato che insegna in centocinquantapagine cosa sia lo show don’t tell, croce e delizia di ogni scrittore.
E addentrandoci nella savana incontreremo dialoghi sospesi come foglie, domande che sono semi sulla terra nuda, vite che si intrecciano come rami e liane, vicende che scivolano l’una dentro l’altra come un amplesso che genera e si rigenera, con quel movimento del bacino che è la danza della natura quando l’uomo non interviene ad alterarne il corso. Un’Amazzonia lussureggiante che ci nutre coi suoi frutti che sono fatti di dettagli, che diventano un mondo dove tutto prende vita, come sempre accade quando di mezzo c’è la penna di Elvira: se un tempo furono abiti inquieti in un armadio, se al suo desco sono piatti e tazzine spaiati, sbeccati, meravigliosi testimoni della vita che hanno contenuto, qui saranno divani che inghiottono cose, scarpe che tentano le donne o le aiutano a cambiare passo e direzione, meditazioni erotiche e bottoni che si perdono e si ritrovano, aghi e fili rifiutati e ritrovati. Un paese delle meraviglie in cui precipitiamo, ogni volta che ci affidiamo alla nostra Lewis Carroll siciliana, sacerdotessa dei misteri che la vita vera rivela solo a chi ha occhi per vedere, che ci svela la realtà delle cose e al contempo dà un nome a tutto ciò che, pur esistendo, non ce l’ha ancora: chi di noi non sa quanto profonda sia la Sweizamkeit, “sentire in due la stessa solitudine”, o che saporaccio abbia una caponata ascetica?
In questa tana del Bianconiglio, il giorno e la notte sono generati dal quotidiano dei personaggi, mentre  il tempo atmosferico dirige l’acme del narrato: nuvole che si intravedono in lontananza diventano pioggia prima, bomba d’acqua e alluvione poi, in compagnia di un vento che soffia sulle vite dei sette protagonisti, unendosi alla pioggia e diventando tempesta, uragano; sono tombini di vite che saltano e vomitano il marcio che contengono, miasmi nauseabondi spinti dal vento che esalano da sotto la superficie, cantando il trionfo dei demoni che li hanno portati su, in una notte di bufera.
Tornerà il sereno? ti domandi, mentre le pagine corrono veloci come un treno ad alta velocità, con te che stai seduto al finestrino, leggendo il tuo libro, e sette passeggeri ti si sono seduti via via accanto, due per volta, diventando vicini di posto che per tutto il tempo hanno parlato accavallandosi, incuranti del fatto che tu potessi ascoltarli; e tu anziché infastidirti a quelle vite e a loro, pagina dopo pagina, hai finito per affezionarti; ma giusto il tempo di qualche fermata loro andavano via, uno per volta, e un nuovo viaggiatore prendeva quel posto, con una storia nuova, avvincente quanto la precedente, un meanwhile narrativo continuo e affascinante che si dipanava lungo le rotaie, per tutta la durata del percorso.
Dove saranno adesso quelli che sono scesi per primi? hai finito a un certo punto per chiederti, cosa faranno adesso?, mentre la voce robotica annunciava prossima la tua stazione e tu divoravi in fretta le ultime pagine che ti separavano dalla fine del libro; e hai provato sollievo solo quando, man mano, ti arrivano dal nulla, per magia, notizie di quei personaggi: segni, sincronicità, immagini, le stesse che l’Universo utilizza per parlare con gli umani, quelle che abilmente Elvira seminerà qua e là, chiudendo via via tutte le parentesi, mettendo il punto a tutte le frasi rimaste in sospeso, ricucendo ogni inizio con la sua fine.
Segni e storie che si incrociano, mentre una pandemia mondiale è sullo sfondo della storia ma noi non le diamo credito – tutto si sgonfierà tra poco, vedrai – e non ci accorgiamo che la vera epidemia è la nostra confusione. Siamo tutti in esilio da noi stessi, dall’anima del mondo: ci stiamo sgretolando, e con noi il nostro Ikigai.
Detto da Elvira, sono parole sue.

* * *

La scheda del libro: “Diavoli di sabbia” di Elvira Seminara (Einaudi)

Tutti conosciamo l’alchimia difficile delle coppie, i segreti, le bugie, la voglia di felicità e la forza corrosiva dei tradimenti. In ogni istante della nostra vita siamo amanti, figlie, fratelli, compagni, amiche. Una notte, dopo un’accesa discussione, Rodolfo si chiude in una stanza nella casa di Dora per non uscirne piú. Indecisa se ignorarlo o chiamare la polizia, lei ne parla all’amica Manuela, che poi torna a casa e si confida con Livio, che poi si precipita dal fratello Tommaso in ospedale, che poi telefona al fidanzato Samuele, che poi riceve una strana proposta da una cliente, che poi… Elvira Seminara dà vita a una struttura originalissima e vertiginosa, un susseguirsi di dialoghi che fanno il girotondo, dove i personaggi e il lettore rimbalzano da un ruolo all’altro, da un inciampo al successivo, senza mai fondersi né perdersi davvero. Siamo dialogo incessante, sempre in relazione con qualcun altro, anelli malfermi e lucidi di un interminabile giro di parole. E poi siamo diavoli di sabbia, violenti e fragili: ci solleviamo nel vento pronti a graffiare.

 * * *

Elvira Seminara ha pubblicato per Mondadori L’indecenza (2008), per Gaffi editore I racconti del parrucchiere (2009), per nottetempo Scusate la polvere (2011) e La penultima fine del mondo (2013), per Einaudi Atlante degli abiti smessi (2015), I segreti del govedì sera (2020) e Diavoli di sabbia (2022). I suoi testi sono tradotti in diversi paesi. Vive tra Aci Castello e Roma.

* * *

© Letteratitudine – www.letteratitudine.it

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook TwitterInstagram

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: