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LE DONNE DELL’ACQUASANTA di Francesca Maccani (Rizzoli)

giugno 21, 2022

Le donne dell'Acquasanta. Una storia palermitana - Francesca Maccani - copertina“Le donne dell’Acquasanta. Una storia palermitana” di Francesca Maccani (Rizzoli): incontro con l’autrice e un brano estratto dal romanzo

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Francesca Maccani, trentina di origine, vive a Palermo e insegna Lettere alla scuola secondaria. Nel 2018 vince il premio Donna del Mediterraneo con La cattiva scuola, scritto a quattro mani con Stefania Auci. Esordisce nella narrativa con Fiori senza destino (2019), finalista al premio Berto. È autrice di racconti per numerose riviste cartacee e on line.
Il nuovo romanzo di Francesca Maccani si intitola “Le donne dell’Acquasanta. Una storia palermitana” e lo pubblica Rizzoli.
Abbiamo chiesto all’autrice di parlarcene…

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«Quando sono entrata nell’enorme complesso della Manifattura Tabacchi di Palermo, qualche anno fa», ha detto Francesca Maccani a Letteratitudine, «ho sentito forte il profumo di una storia, una storia che volevo raccontare. Il cortile di quello che si presenta oggi come un qualunque sito di archeologia industriale – con la particolarità di essere pigramente adagiato sul mare – di colpo si è animato di voci e di personaggi. È stato lì che ho incontrato loro, le donne dell’Acquasanta.

Image from LETTERATITUDINE (di Massimo Maugeri)

Francesca Maccani – foto di Amos Paruta

Ho iniziato a esplorare con curiosità i grandi spazi della Manifattura, che nella mia testa non erano deserti ma si popolavano di operaie affaccendate: i miei occhi vedevano lo stanzone, dove negli ultimi anni del secolo scorso si confezionavano le sigarette, pieno di donne intente a rollare sigari.
Mentre la guida parlava, io già accarezzavo la mia storia. Ero sicura: volevo ridare voce alla moltitudine di operaie che lavoravano dentro la Manifattura e restituire a Palermo, ma non solo, un pezzo della sua storia passata. Sì, perché il Sud postunitario non è il quadretto sbiadito che incornicia i campi da arare e i latifondi senza velleità industriali che ci raccontano i libri di storia: Palermo a fine Ottocento era una fucina di attività, una città in pieno fermento economico e culturale. E di questo fermento le donne sono state un motore potentissimo, giocando un ruolo fondamentale, dapprima come militanti nei Fasci siciliani – come Maria Pizzuto Cammarata di Piana dei Greci – e poi come colonna portante di alcuni settori dell’economia. Non solo mogli e madri, quindi, le fimmine siciliane sono state protagoniste di rinnovamento in una terra fortemente patriarcale.
Anche allora, come oggi, erano le mani delle donne a far andare avanti il mondo attraverso il lavoro. Ma per le mani femminili la fatica è sempre stata doppia: dentro e poi fuori dalla fabbrica, con neonati da accudire (in un’epoca con tassi di mortalità infantile altissimi) e famiglie intere cui badare, senza aiuti da parte degli uomini e della società. La rassegnazione, suona strano anche scriverlo, era il vero nemico. Se nascevi donna, non c’erano orizzonti da esplorare, destini alternativi da inseguire oltre a quello della cura della casa e dei suoi abitanti. Nel caso delle sigaraie, al lavoro domestico si sommava poi la fatica di stare chine su un bancone per ore, spesso con un bambino di pochi mesi legato addosso, per una misera paga, che spesso era l’unica con cui le famiglie allargate potevano mettere insieme il pranzo con la cena.
Franca, la mia protagonista, prova con tenacia a smuovere questo equilibrio secolare. Non ci sta, non sopporta più le storture e i soprusi e comincia a parlarne: primo passo fondamentale, li verbalizza, e con la parola li rende ancora più veri. Sarà grazie alla complicità della sua inseparabile amica Rosa, al loro coraggio, se molte delle operaie inizieranno a prendere coscienza dei propri diritti. Le loro prime nemiche sono però proprio le compagne di lavoro: hanno paura, temono di perdere il posto, sanno che lamentarsi non sta bene e che non si fa, che il lavoro è quello e le regole pure. Come animali cresciuti in cattività, le operaie temono la libertà, i cambiamenti, le novità. La mano del padrone, per quanto pesante e dura, costituisce comunque una sicurezza, perché assicura loro una paga a cottimo che ogni sera si infilano nelle tasche del grembiule.
Sarà l’intervento di un sindacalista, uno dei primi a rivolgere lo sguardo alla condizione lavorativa femminile in quegli anni, a sbloccare la situazione e a rendere possibile un risultato che per le donne da sole sarebbe stato impensabile: le operaie otterranno per i propri figli un baliatico, un vero e proprio asilo aziendale (come lo chiameremmo oggi) e con esso prenderanno consapevolezza di aver diritto a far sentire la propria voce».

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Un estratto del romanzo “Le donne dell’Acquasanta. Una storia palermitana” di Francesca Maccani (Rizzoli)

Image from LETTERATITUDINE (di Massimo Maugeri)

 

 

1

Erano quasi le otto e la luce bianca del mattino si gettava sghemba
attraverso i finestroni del primo piano della Manifattura Tabacchi.
A poco a poco, la distesa di tavoli da lavoro prendeva colore sotto
i primi raggi che rischiaravano la stanza delle sigaraie. Fuori l’alito
tiepido di marzo prometteva finalmente un po’ di caldo.
Tra non molto il signor Enzo, il sorvegliante, avrebbe spalan-
cato i battenti accanto al suo tavolo e l’odore pungente delle foglie
di tabacco che impregnava l’aria sarebbe scivolato fuori mischian-
dosi a quello del mare.
Alcune delle operaie erano già in fila per ritirare le commesse
al bancone accanto all’ingresso, per poi sistemarsi alle proprie po-
stazioni e cominciare a maneggiare trinciati e rollare foglie ruvide
per tutta la giornata.
Lena e Annamaria, le più anziane, controllavano che le ragazze
si dirigessero svelte al loro posto, per evitare che già di buon’ora
qualcuna venisse rimproverata ma, ringraziando ’u Signure, in
pochi attimi erano quasi tutte sedute e intente a organizzare il la-
voro.
«Maria, Bastiana, voi due ieri un poco tardi avete finito» disse
Lena perentoria. Aveva un fisico imponente e una crocchia di ca-
pelli che ormai erano più grigi che neri, di sicuro colpa dei dispia-
ceri più che degli anni. «Oggi vi dovete arruspigghiare tantic-
chia.» Poi si diresse verso il signor Enzo, in attesa che le leggesse
il pizzino con gli ordini della mattinata.
Bastiana guardò la compagna in cagnesco e calò la testa facen-
do una smorfia. Maria sapeva che era solo colpa sua se avevano
consegnato il lavoro in ritardo, ma non disse una parola, non ne
aveva la forza: raccolse le mani in grembo per un attimo, fece un
lungo respiro e prese un pizzico di tabacco sminuzzato.
Lavoravano in coppia, le sigaraie, e per questo bisognava esse-
re veloci e coordinate, entrare subito in sintonia, intendersi al
minimo cenno e divenire una cosa sola con la propria compagna.
Non tutte ci riuscivano, Franca e Rosa sì.
Le due – Rosa riempiva e Franca chiudeva – si scambiarono
un’occhiata, ma non si voltarono verso Maria. Non volevano che
l’amica si affruntasse, le parole di Lena di sicuro l’avevano morti-
ficata.
Il bancone che occupavano era accanto a uno dei cinque fine-
stroni che si aprivano sulla grande parete a est, non troppo distan-
te dal corridoio che conduceva agli uffici dell’amministrazione, il
punto più ampio e luminoso di tutti, ma anche il più esposto agli
sguardi. Sedevano un poco in disparte dalle altre, perché lavora-
vano alla produzione dei sigari di pregio, una mansione che po-
chissime di loro erano in grado di svolgere: ci volevano vista acu-
ta, velocità e precisione certosina.
Erano belle Franca e Rosa, forse le più belle fra tutte le sigaraie.
La prima scura di carnagione e mora, magra e scattante ma forte
come il tronco di un leccio, la seconda dalla pelle chiara e delica-
ta e con una chioma dai riflessi dorati. Delle due Rosa era la più
in carne ma aveva un’eleganza innata nei movimenti che faceva
risaltare i fianchi morbidi e il seno pieno.
Le dita di Franca e Rosa volavano, esperte e salde, senza mai
fermarsi; solamente le vistose macchie scure di tabacco e le crepe
sulla pelle ne scalfivano l’armoniosità. Franca alla manifattura era
stata presa subito perché era sveglia e instancabile, una sarda viva
proprio. Rosa era più lenta ma più accurata in alcune lavorazioni,
per questo alle due ragazze dell’Arenella era stata affidata una par-
tita speciale, quella dei sigari da mandare a Messina e che da lì
avrebbero risalito l’Italia per soddisfare le richieste dei clienti più
ricchi ed esigenti. Era un travagghio di mestiere quello, e loro il
mestiere lo avevano nelle mani prima ancora che in testa.
Quella mattina un fastidioso pizzicore irritava la gola di Franca.
«È una fabbrica di morte. Ci ammaleremo tutte» aveva appena
finito di dire, poi aveva arrotolato la lunga treccia scura e se l’era
raccolta sulla nuca, aveva infilato la candida cuffia di cotone e
stretto i lacci attorno al viso, ma qualche ciocca sfuggiva sempre
dallo scomodo copricapo che tutte erano costrette a indossare.
«Però intanto ci fa campare a tutte» sibilò Rosa di rimando,
«sta’ zitta e travagghia, Fra’.»
Franca era incredula, non si aspettava quella risposta così secca
dall’amica. «Ma comu si’?» replicò inchiodandola con lo sguardo.
Rosa non le diede retta, aveva già iniziato la preparazione del
bozzo: toccava a lei avviare il lavoro e dare un ritmo ai gesti di
Franca, non aveva tempo da perdere. Lavorava sempre cantic-
chiando, muovendo appena le labbra piene e rosse che spiccavano
sul viso diafano, una carnagione che si notava subito, così come i
grandi occhi verdi, placidi e rassicuranti. Teneva le maniche della
camicia arrotolate strette sopra il gomito per non avere impicci.
Franca slegò il primo mazzo di foglie e cominciò a metterle
l’una accanto all’altra stendendole accuratamente. Mentre aspet-
tava che Rosa terminasse la prima tripa, per un attimo controllò
con lo sguardo che Maria stesse lavorando. Davanti a lei uno
stuolo di donne coi capi incorniciati dalle cuffie lavorava in silen-
zio. Indossavano tutte le stesse camicie chiare e lo stesso grem-
biule nerastro, i volti chini sui grandi banconi di legno impregna-
ti dell’aroma intenso e delle tinte scure delle foglie di tabacco.
Franca vide che Bastiana stava già arrotolando il primo ripieno
fatto da Maria, sembrava che tutto filasse liscio quel giorno, tut-
to tranne la sua gola.
«Se s’accorgono che c’hai la lingua troppo lunga, finisce che
un giorno di questi ti trovi a spasso» le sussurrò Rosa, allungan-
dole il piccolo involto da ricoprire. «Poi va’ a trovarlo un altro
posto con la paga a giornata.»
Franca la guardò di traverso.
Rosa tagliò corto, non voleva essere richiamata dal signor
Enzo. «Tu parli troppo.» Con un cenno del capo indicò l’accesso
alla rampa di scale che conduceva al piano inferiore. «Pensa a
quelle che stanno giù alle vasche che se la passano peggio assai e
zittuti, vuoi fare a cambio con Mela?»
Franca scosse la testa, rammaricandosi per la nipote di Lena
che di sfortune era piena come un otre di vino in cantina. «No,
idda se la passa peggio assai di noi, e mica solo per il reparto dove
travagghia» bisbigliò la ragazza, soffocando un colpo di tosse.
Franca non era certo il tipo da piegarsi alle regole e faticava a
tenere a freno la lingua, ma al confronto di tutte le donne che al
piano terra stavano con le mani a mollo nell’acqua, per ore e ore,
poteva considerarsi fortunata. Afferrò con troppa foga la prima
foglia da arrotolare, che le sfrigolò fra le mani. Mollò subito la
presa e si costrinse a calmarsi. Posò il ripieno alla base della foglia
più sottile e cominciò ad avvolgerlo stretto. Le dita si muovevano
sapienti e rapide, strato dopo strato. Con pochi tocchi precisi rea-
lizzò il primo sigaro della giornata e lo depose sulla rete metallica
bordata di legno che serviva per trasportare i prodotti finiti alla
stanza dove avveniva l’essiccazione.
Franca era irrequieta quel giorno. Una tosse insistente l’aveva
colta salendo le scale e sentiva grattare la gola a ogni respiro.
«Ro’, stamattina mi sento il fuoco qui» sospirò indicandosi il
collo e, senza rendersene conto, il suo tono di voce si alzò troppo,
seguito da un altro attacco di tosse, più forte del primo.
Rosa alzò gli occhi e vide Franca rossa in viso, per un attimo si
allarmò. «Che c’hai?» le chiese, mentre l’amica si slacciava la cuffia.
«Non respiro con questi lacci» rispose Franca, gettando il co-
pricapo a terra con stizza.
Il signor Enzo si alzò facendo stridere la sedia sul pavimento e
le richiamò con un cenno. Bastò la sua espressione torva per ri-
portarle al silenzio.
Rosa chinò subito il capo, quasi volesse recuperare i pochi at-
timi persi.
Franca riprese fiato, raccolse la cuffia e fece per rimettersela.
«Ca manco ci si può affucare più, a chisto siamo arrivate. M’aio a
tossire colla bocca chiusa, ma bedd’a virità» sussurrò con l’espres-
sione di una che era bell’e pronta a cercarsi guai.
Rosa le lanciò un’occhiata che voleva dire una cosa sola: dove-
va tapparsi la bocca. Ci mancava solo che passasse Ninni. Come
se Franca non sapesse quanto fosse camurruso.
«L’erba che non vuoi nel tuo giardino è la prima che spunta»
ripetevano le più anziane e quel giovane era peggio della gramigna.
Ninni, fortunatamente, stava nel suo ufficio quasi tutto il tem-
po, ma quando passava dallo stanzone delle sigaraie non perdeva
occasione di maltrattarne qualcuna.
Il signor Enzo invece non era così, anzi, era un bravo cristiano,
però la sua parte la doveva fare: spesso faceva finta di niente, ma
non quando sentiva troppe chiacchiere o quando era il momento
di dare il via al lavoro. Ogni mattina, dagli uffici arrivava un piz-
zino e il signor Enzo lo leggeva a Lena che, come tutte le donne
che lavoravano lì dentro, non era in grado di decifrare quelle scrit-
te. Nessuno si era premurato di insegnarglielo. Lui a leggere ave-
va imparato da piccolo, grazie al figlio del padrone per il quale
suo padre lavorava: aveva avuto il permesso di assistere alle lezio-
ni del precettore, a patto che stesse buono e in silenzio.
Dopo aver dato le consegne a Lena, per il resto del tempo se
ne stava in disparte, seduto al suo tavolo a ridosso del finestrone
vicino alle scale. Lì di luce ce n’era tanta e lui, che per anni aveva
lavorato nei campi, si sentiva quasi all’aperto. In quei giorni di
primavera, gli piaceva aprire la sua finestra e sporgersi a respirare
a pieni polmoni l’aria satura di sale, di pollini, dell’umore della
terra umida del mattino. Sapeva riconoscere ogni odore e sapeva
prevedere che tempo avrebbe fatto solo osservando il cielo e an-
nusando l’aria. Parlava poco, si vedeva che era in soggezione in
mezzo a tutte chidde fimmine. Aveva grosse mani impacciate che
non sapevano mai dove posarsi, allora si portava appresso qualche
camurria da aggiustare, così gli sembrava di lavorare davvero an-
ziché starsene senza far niente.
Se suo padre, che quando era vivo e in forze travagghiava chi-
no sulla terra dall’alba al tramonto, avesse saputo che a Enzo lo
pagavano per guardare il lavoro degli altri, gli sarebbe venuto un
colpo.

(Riproduzione riservata)

© Rizzoli

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La scheda del libro: “Le donne dell’Acquasanta. Una storia palermitana” di Francesca Maccani (Rizzoli)

Image from LETTERATITUDINE (di Massimo Maugeri)Palermo, 1897. Lavorano in coppia, in sincrono perfetto, Franca e Rosa: le dita sottili ed esperte arrotolano foglie di tabacco da mattina a sera. Amiche da sempre, le due ragazze sono cresciute insieme in un borgo di pescatori spalmato ai lembi della città, accanto alla Manifattura Tabacchi dell’Acquasanta. Diverse come il sole e la luna, impetuosa Franca e timida Rosa, respirano tutto il giorno l’aria greve della fabbrica, sotto lo sguardo predatorio dei padroni. Anche fuori da lì, il mondo delle sigaraie è governato dagli uomini – mariti, padri, fratelli: il lusso delle ville del centro lo possono solo sognare, e se lo conoscono, è perché si sono vendute ai signori che le abitano per arrotondare la misera paga da tabacchine. Perderla è impensabile, e per questo le madri sono costrette a tenersi i figli neonati legati dietro la schiena, mentre faticano chine sui sigari. Ma all’ennesimo sopruso, Franca decide che è ora di alzare la testa e lottare per un diritto che alle femmine sembra negato: la dignità. Così, insieme a Rosa e Salvo, un sindacalista che ha il suo stesso spirito indomito e appassionato, combatterà per aprire un baliatico all’interno della Manifattura, uno dei primi asili per i figli delle lavoranti in una fabbrica nel Regno. E scoprirà il prezzo da pagare per difendere le proprie idee e il proprio amore. Una storia vera, di riscatto e amicizia, che illumina una battaglia pionieristica e ancora sconosciuta, sullo sfondo di una Palermo che non finisce mai di incantarci.

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