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IL TULLIO E L’EOLAO PIÙ STRANISSIMO DI TUTTO IL CANTON TICINO di Davide Rigiani (Minimum Fax): incontro con l’autore

giugno 29, 2022

Il Tullio e l'eolao più stranissimo di tutto il Canton Ticino - Davide Rigiani - copertina“Il Tullio e l’eolao più stranissimo di tutto il Canton Ticino” di Davide Rigiani (Minimum Fax): incontro con l’autore e un brano estratto dal romanzo

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Davide Rigiani è nato nel 1980 a Lugano e vive a Sarzana, in Liguria. Il Tullio e l’eolao più stranissimo di tutto il Canton Ticino, il suo primo romanzo, ha ricevuto la Menzione speciale del Direttivo del Premio Calvino.

Abbiamo chiesto a Davide Rigiani di raccontarci qualcosa sulla genesi di questo suo libro…

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«L’immaginazione, secondo me, è una reale necessità», ha detto Davide Rigiani a Letteratitudine. «È l’atto di pensare le cose che non possiamo conoscere o, se le conosciamo, di pensarle diverse da come sono. Nel primo caso diventa la premessa di qualunque empatia, nel secondo di qualunque rivoluzione. Quando ho cominciato a scrivere “Il Tullio e l’eolao più stranissimo di tutto il Canton Ticino”, io questo volevo raccontare: che l’immaginazione è una cosa importante.

All’inizio doveva essere un libro per ragazzi. Un bambino di dieci anni ben si prestava come protagonista, perché i bambini hanno un’esperienza limitata del mondo, e riempiono con la fantasia i vuoti tra le cose che sanno. Gli adulti invece sanno tutto, e la loro fantasia è una cosa indurita, come spesso è indurita anche la loro capacità di considerare modi di essere diversi da quelli che già conoscono.

https://64.media.tumblr.com/ba1d7ad1f035f36b6b79fb0c70d4be8e/9c10c6ae2ce75a6d-42/s1280x1920/25a45e147ee2399521f2dd902a7e7dc5883ffa68.jpgAvevo già cercato di scrivere romanzi, prima, ma non ne avevo portato a termine nessuno. A metà strada smettevano di piacermi e mi scoraggiavo. Scrivere libri belli è difficile. Ho ridimensionato quindi le mie velleità. Ho pensato che scrivere una storia per ragazzi potesse essere più facile. Non è così, scrivere per ragazzi non è affatto facile, ma poco importa, perché tanto dopo le prime trenta o quaranta pagine ho cambiato di nuovo idea: mi sono venuti in mente certi romanzi di Calvino, di Vonnegut, di García Márquez e di altri scrittori che da giovane trovavo divertenti e che poi, una volta cresciuto, ho trovato profondi, e allora ho corretto il tiro e l’Eolao è diventato il mio tentativo di parlare contemporaneamente ai ragazzi e agli adulti.

Parte del romanzo si svolge nel mondo reale della scuola e della famiglia, in una geografia di quei luoghi comuni che vedono al nord la serietà, l’affidabilità, il metodo, mentre più si scende a sud e più abbiamo un’attitudine all’estro ma anche al disordine. Siamo in una Svizzera un po’ caricaturale insomma, di cui il Canton Ticino è l’ideale via di mezzo tra questi due estremi. L’altra parte della storia si svolge nel mondo dell’immaginazione del Tullio, dove abitano animali parlanti, cavalieri medievali, calciatori famosi e chiunque possa abitare l’affollata fantasia di un bambino di dieci anni.

Si tratta di due mondi separati, l’unica cosa che può passare dall’uno all’altro è l’eolao, questa stranissima creatura che cambia aspetto in continuazione e che si affeziona al Tullio. Poi, in corso d’opera, attorno alla trama principale sono germogliate spontaneamente tantissime altre cose impreviste, idee, personaggi. Se mi piacevano lasciavo loro un po’ di spazio, in questo modo l’Eolao è diventato un romanzo molto popolato, come piace a me.

Il libro poi, mi dicono, fa ridere. Ogni tanto, per l’esattezza, fa sghignazzare. In un paio di momenti fa un po’ piangere, è vero, poi però subito ridere di nuovo. Io non ho capito fino a che punto la vena comica faccia semplicemente parte della mia indole e fino a che punto sia uno strumento che uso consapevolmente per rendere più piacevole la lettura. So che è grazie all’umorismo se da adolescente ho letto una buona metà delle cose che ho letto, e quando scrivo cerco di restituire quel favore. Fosse per me, a scuola si dovrebbe sempre cominciare a leggere partendo da romanzi contemporanei e divertenti, anziché dai capolavori classici venuti da un’epoca lontana, perché mostrare ai lettori nuovi che la letteratura è un’attività piacevole è più urgente che svelare loro il suo lato impegnativo. Facessimo così, forse oggi avremmo più lettori giovani ed entusiasti, e più lettori adulti e consapevoli».

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Un brano estratto dal romanzo “Il Tullio e l’eolao più stranissimo di tutto il Canton Ticino” di Davide Rigiani (Minimum Fax)

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[Nel corso del libro sbirciamo dentro alle teste di alcuni personaggi, che sono luoghi astratti ma abitati da una loro popolazione. Di seguito visitiamo la testa della supplente di italiano, che è un po’ l’antitesi di quella traboccante di fantasia del Tullio.]

La testa della supplente di italiano era piena di regole di ogni sorta. Tipo: «i gatti miagolano, i cani abbaiano», o «cento centimetri fanno un metro», o «il karaoke è divertente». In fin dei conti non erano altro che decisioni che lei aveva preso una volta per tutte così non ci doveva più pensare. In totale erano tre milioni e quattrocentocinquantamila settecento e quarantatré, e le sostituivano il cervello per intero. Ciò automatizzava il disbrigo dei ragionamenti e faceva della Robbiani un essere umano straordinariamente performante.
La prima regola diceva che bisogna seguire le regole e basta. Era il tipo di affermazione con la quale si fondano le correnti di pensiero e gli imperi, perché era una regola che regolamentava se stessa, una tautologia, l’ombelico di un ragionamento. La seconda regola della supplente di italiano diceva che quelli che non seguono le regole sono stupidi e non capiscono niente. Peggio per loro, commentava la terza regola della supplente di italiano. La quarta regola della supplente di italiano diceva che la supplente d’italiano lo sapeva benissimo che la seconda e la terza regola non erano esattamente regole, mica era scema, ma andava bene lo stesso. La quinta regola della supplente di italiano diceva che comunque, per tornare a noi, se uno oltre a essere stupido e a non capire un cavolo di niente era anche uno scolaro, allora bisognava bocciarlo. Giusto, diceva la sesta regola della supplente di italiano, brava. Lo si fa per il bene comune, commentava la settima regola della supplente di italiano, niente di personale. Guarda, siete fin troppo buone, diceva l’ottava regola della supplente di italiano alle regole dalla quinta alla settima, che se era per me io li prendevo tutti a legnate, ecco cosa.
Fin da ragazza la Robbiani non aveva fatto altro che prendere decisioni una volta per tutte così non ci doveva più pensare. Nella sua testa automatizzata le eventualità venivano smistate senza passione dall’enorme complesso delle regole, come palline di ferro sui binari del flipper più complicatissimo del mondo. Ciò la sollevava dalla necessità di dover valutare personalmente le circostanze della vita, e le rimaneva più tempo libero per stabilire nuove regole.
Ogni regola riprendeva da dove si era fermata la precedente e si spingeva un po’ più lontano. Quando ne stabiliva una, la supplente di italiano ci saliva sopra come si sale su una scala, ne stabiliva un’altra, si arrampicava anche su questa, ne stabiliva un’altra ancora e via dicendo. Questo era possibile perché, anche se sembrano delle cose invisibili e fatte solo di aria, le regole in verità possono essere dure come l’acciaio. Fatto sta che in questo modo la Robbiani era salita sempre più in alto, e a un certo punto si era dimenticata da dove era partita e dove andava. Le regole erano diventate vuote questioni di principio, e siccome la prima regola diceva che bisogna seguire le regole e basta, la supplente non si chiedeva mai se dopo tre milioni e quattrocentocinquantamila settecento e quarantatré regole quei principi fossero ancora giusti.
Per far funzionare tutto quel sistema là che c’era nel cervello dell’Ornella Robbiani serviva poco personale e pochissimo intervento umano, quasi niente. Bastavano sì e no tre o quattro signori che oliassero gli ingranaggi delle regole e facessero quel minimo di manutenzione necessaria di tanto in tanto. E poi magari altri tre o quattro signori che passassero lo straccio per terra. A dirla tutta c’era anche bisogno di qualche guardia perché, spiace dirlo, l’automatizzazione aveva prodotto molta disoccupazione nella testa della Robbiani, c’era un certo malcontento generalizzato, ed era necessario che qualcuno montasse la guardia alle regole per difenderle da eventuali atti di vandalismo, che non si sa mai. Si era verificato anche qualche episodio spiacevole.
Nonostante la tutto sommato giovane età dell’Ornella Robbiani, la stragrande maggioranza della popolazione della sua testa era dunque dovuta emigrare, e questo aveva fatto di lei una donna pressoché disabitata. Non c’erano personaggi televisivi o letterari nella sua testa, non c’erano aeroplanini che solcavano i cieli sopra i palazzi, non c’erano i palazzi, non c’erano i cieli. I pochi che erano rimasti si erano adeguati a vivere nei sottoscala del grande meccanismo delle regole, nei ripostigli, negli angoli bui. Perlopiù ciondolavano qua e là senza combinare un granché, campavano alla giornata come viene viene. Qualcuno si arrangiava con il telelavoro, qualcun altro scriveva romanzi, giacché per questo bastavano carta e penna e un po’ di tempo libero.

(Riproduzione riservata)

© Minimum Fax

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La scheda del libro: «Il Tullio e l’eolao più stranissimo di tutto il Canton Ticino» di Davide Rigiani (Minimum Fax)

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Il Tullio fa la quinta elementare, ed è un bambino timido e silenzioso, che cerca di passare inosservato. Ma nella sua smisurata immaginazione vive e pulsa un’intera città popolata da supereroi, alieni, piante carnivore parlanti, Roger Federer, cavalieri medievali e tutto quello che può abitare la fantasia di un bambino di dieci anni. Il Tullio presta più attenzione a loro che ai maestri, ragion per cui a scuola va così così. Ma una sera trova un eolao, e se hai un eolao non puoi proprio passare inosservato.
Tra superlativi iperbolici, girondi stornati e animali fantastici, sui sentieri dell’assurdo tracciati da Gianni Rodari, Pennac e Vonnegut, dai film di Wes Anderson o dai fumetti di Calvin & Hobbes, Rigiani ci ricorda che felice e sovversiva sarabanda possa essere la letteratura. Un gioco spericolato con la lingua, una trovata esilarante, la messa a soqquadro di quella metafora dell’ordine universale che è la Svizzera.

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