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L’EQUILIBRIO DELLE LUCCIOLE di Valeria Tron (Salani)

luglio 2, 2022

L'equilibrio delle lucciole - Bookrepublic“L’equilibrio delle lucciole” di Valeria Tron (Salani): incontro con l’autrice e un brano estratto dal romanzo

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Valeria Tron è nata in Val Germanasca, dove vive per buona parte dell’anno. Cantautrice, è stata finalista al Premio Tenco. È illustratrice, mediatrice culturale e artigiana del legno.
L’equilibrio delle lucciole” (Salani) è il suo primo romanzo.

Abbiamo chiesto all’autrice di parlarcene

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«Ho sempre immaginato l’istinto creativo come un polpo, capace di ancorarsi con talento incredibile e adattarsi all’ambiente risolvendosi in colore, linguaggio, sensi», ha detto Valeria Tron a Letteratitudine. «Le ventose della creatività sono le papille gustative dell’immaginazione e del bagaglio memoriale. Perciò restituirle in disegno, musica, artigianalità, scrittura, sono state per me la naturale esplorazione di questo complesso caleidoscopio interiore. La curiosità è il fondale intimo e policromo che non mi stanco di esplorare e, con quella, mappo ciò che riconosco e ciò che mi muove verso il nuovo, per istinto di colmare i vuoti. https://64.media.tumblr.com/25916a37b1249c9fd67b4f127f5a4c3b/ac6b0a3d73073fb1-6f/s1280x1920/0a762985cfca1c5170368b805f0dff056f08a80a.jpgSono cresciuta in una borgata d’alta montagna dove i gigli di San Giovanni iniziano il tempo dei fieni, e le ultime falene bianche testimoniano l’autunno. Una borgata fatta di umanità, natura e silenzio, quel compagno ancestrale che serve agli uomini le veglie più lunghe senza aspettare comanda. Serve e basta, che se ne abbia fino al disgelo. Poi ripassa e chiede il conto dei pensieri che si è riusciti a domare, senza aspettarsi avanzi. La mia terra è un paradosso dove sembra più facile scavare che costruire, un po’ perché è incastrata nelle rocce a piombo di una piccola valle, e un po’ perché ha chiesto sacrificio e silicosi per non essere abbandonata. Una montagna cava di uomini roditori, figli di miniera, e donne tenaci come ossidiana. Da loro ho ereditato la custodia della casa, fatta di piccoli eventi che raccolgono il tempo di molte creature, legandole a fascio. La nostra lingua, poi, addestra le mani, capaci fin da subito a trasformare un ramo di nocciolo selvatico in uno strumento musicale o un innario istoriato. Ci vuole fantasia, a queste altitudini. La scrittura, per me, è una forma di speranza preziosa, come lo è il lamento o il sorriso di un nuovo bambino tra le case, dopo una lunga attesa. È una vela robusta, la scrittura, alla quale affidare ciò che non si può vedere dietro le creste, fedele al vento che la muove. Ho provato a raccontare la casa interiore per ciò che mi abita, attribuendo ai personaggi un sentimento peculiare per sostenerne il peso. Dieci sentimenti descritti e uno scritto: il patois. Quest’ultimo si infila nella cruna degli altri. Scrivere L’equilibrio delle lucciole mi ha dato la possibilità di riformularmi, rivedere la parte raccolta e custodita, cercando una risposta alla volta, sempre guidata dalla musicalità naturale delle lingue e dall’amore grato per la vite che sono cucite alla mia. Scrivere è stato pure alleggerire il carico, riportare in luce le pietre d’inciampo, scalzandole e rialzandole quel tanto che basta da poter essere lisciate dalla pelle dei piedi e delle mani: le ritroverò brillanti tra i ciottoli quando l’esistenza gonfierà la portata e servirà attraversare nuove storie. Ho scritto in modo aperto e nudo, per risuonare nella sensibilità fertile dell’altro, abbracciarlo in un perimetro collettivo. Posso dire, finalmente, d’aver fatto brillare, come fa una mina, ciò che avevo di più prezioso, per lasciarlo sul terreno caldo delle mani che vorranno riconoscerlo, libero d’essere raccolto».

 

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Un brano estratto dal romanzo “L’equilibrio delle lucciole” di Valeria Tron (Salani)

L'equilibrio delle lucciole - Bookrepublic
Aigo, 11 aprile 2014 ‘Sout ài bèi melze, l’erbo fìno… La miando atëndo, anoummo amount, anoummo a l’Alp…’
Ricordi Gio, la tua prima canzone?
Mi chiedevi cosa portasse la musica che ho voluto in- segnarti, ecco, forse porta in dono una lunghissima eredità.
La carne dei visi e delle mani che non hai potuto in- contrare, come è stato per me con gli anziani che erano partiti prima del mio arrivo: ci sono canti che hanno unito le pietre come fango e valgono da collante tra una generazione e l’altra. Chiamiamola una dote. Poderosa e piena di verticalità era la voce sola che si alzava le sere di festa: un ululato di branco sotto il cielo a San Lorenzo. Li avessi sentiti! Non era sempre la banda ebbra che raccontano per scanzonare, anzi. C’erano momenti di lucidità corale, dove l’apnea di uno sembrava fatta apposta per dar ritmo e l’amnesia dell’altro che allungava l’ultima sillaba era quasi bordone. A quelle si univano le voci femminili, frontali e alte.
Da bambina li ascoltavo ipnotizzata e vedendo le stel>le cadenti, credevo scivolassero per loro, disarcionate dalla voce nuda.
Lena aveva ragione: potevano pure essere stonate, ma unite davano ricompensa all’animo.
I più vecchi addensavano nel canto una valanga di anni e gli altri, con rispetto, cedevano loro la chiusa. Era un merito conquistato. Io ero piccina, circondata dai giganti, ma nel giro di poco avevo ereditato canzoni e ritornelli in grande quantità. Ho l’armonica di bar Tricot, Gioele, e tu avrai il fischietto di Levì: la prima porta l’allegria e l’altra fortuna.
Abbiamo necessità di entrambe per riuscire a prende- re il largo con la nostra barchetta e affidarci, ancora una volta, alla bandiera dei tempi buoni.
Le intenzioni educano come un linguaggio. Sono orme selvatiche nella cattività dell’uomo.
Immagina di poter estrapolare dalle pietre di ogni casa una perla. La ricchezza più preziosa custodita nei muri. Ebbene, che forma avrebbe se non quella di un bambino in più nella casa?
Per venire al mondo non è sufficiente la spinta a nascere e respirare in autonomia. Perché la tua pelle sarà sempre la somma di quelle che ti hanno creduto possibile, anche in una lontanissima immaginazione. Ecco cos’è un’intenzione: è la gentilezza che lanciamo dove non potremo vedere, seminandola per chi arriverà a sommarci tutti.
Per questa casa non sei soltanto uno, Gio, sei moltitudine e sei coro come lo saranno i bambini che sapranno dare, a queste mura, un nome proprio.
E oggi canto all’inquietudine che è un marchio di fabbrica in me.
«Jal è jalìnoo, la bënno plêno, manho Guitino marcho coun pêno, e la mariouiro bèn voulëntîe sénso fèstüddi, chanto toutîo… Anoummo amount».
Finisce così la prima canzone che ti ho insegnato, finisce con un invito, una prospettiva gentile. Anoummo amount, dice. Significa semplicemente torniamo a casa. Ti bacio.
Mamma

(Riproduzione riservata)

© Salani

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La scheda del libro: “L’equilibrio delle lucciole” di Valeria Tron (Salani)

https://64.media.tumblr.com/941441207ed722e03a988cfcb8df3470/ac6b0a3d73073fb1-5a/s1280x1920/f14e18efb171a97a5678cbb8cf7b0d42dffd73b7.jpgOgni punto di partenza ha bisogno di un ritorno. Per riconciliarsi con il mondo, dopo una storia d’amore finita, Adelaide torna nel paese in cui è nata, un pugno di case in pietra tra le montagne aspre della Val Germanasca: una terra resistente dove si parla una lingua antica e poetica. È lì per rifugiarsi nel respiro lungo della sua infanzia, negli odori familiari di bosco e legna che arde, dipanare le matasse dei giorni e ricucirsi alla sua terra: ‘fare la muta al cuore’, come scrive nelle lettere al figlio. Ad aspettarla – insieme a una bufera di neve – c’è Nanà, ultima custode di casa, novant’anni portati con tenacia. Levì, l’altro anziano che ancora vive lassù, è stato ricoverato in clinica dopo una brutta caduta. Isolate dal mondo per quattordici giorni, nel solo spazio di quel piccolo orizzonte, le due donne si prendono cura l’una dell’altra. Mentre Adelaide si adopera per essere utile a Nanà e riportare a casa Levì, l’anziana si confida senza riserva, permettendole di entrare nelle case vuote da tempo, e consegnandole la chiave di una stanza intima e segreta che trabocca di scatole, libri ricuciti, contenitori e valigie, in cui la donna ha stipato i ricordi di molte vite, tra uomini, fiori, alberi e animali, acqua e tempo. Una biblioteca di esistenze, di linguaggi, gesti e voci, dove ogni personaggio è sentimento, un modo di amare. Fotografie, lettere, oggetti che sanno raccontare e cantare il tempo: di guerra e povertà, amori coltivati in silenzio, regole e speranza, fatica e fantasia. Un testamento corale che illumina le ombre e le rimette in equilibrio. La bellezza intensa che respira oltre la vita e rimane in attesa di parole. Tuffarsi nella memoria significa avere il coraggio di inventare un altro finale e vivere oltre il tempo che ci è stato concesso, per ritrovare il luogo intimo di ognuno. La casa.

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