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DELITTI ALL’IMBRUNIRE di Letizia Triches (Newton Compton): incontro con l’autrice

luglio 15, 2022

undefined“Delitti all’imbrunire” di Letizia Triches (Newton Compton): incontro con l’autrice: incontro con l’autrice e un brano estratto dal libro

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Letizia Triches è nata e vive a Roma. Docente e storica dell’arte, ha pubblicato numerosi saggi sulle riviste «Prometeo» e «Cahiers d’art». Autrice di vari racconti e romanzi di genere giallo-noir, ha vinto la prima edizione del Premio Chiara, sezione inediti, ed è stata semifinalista al Premio Scerbanenco. La Newton Compton ha pubblicato Il giallo di Ponte Vecchio, Quel brutto delitto di Campo de’ Fiori, I delitti della laguna e Giallo all’ombra del vulcano, che hanno tutti come protagonista il restauratore fiorentino Giuliano Neri; Delitto a Villa Fedora, Omicidio a regola d’arte e Delitti all’imbrunire, incentrati sulle indagini del commissario Chantal Chiusano.

Il nuovo libro di Letizia Triches si intitola Delitti all’imbrunire, anche questo edito da Newton Compton.

Abbiamo chiesto all’autrice di parlarcene… e lei lo ha fatto rivolgendosi al suo personaggio letterario…

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Quando l’immagine di qualcuno che conosco comincia a incalzarmi, non riesco a sottrarmi al richiamo della memoria. Tu hai rifiutato di eclissarti nel limbo dell’oblio e io ho dovuto incontrarti di nuovo. In fondo mi stavi aspettando.
Sei un commissario di polizia della Squadra Mobile di Roma, sei sulla cinquantina, hai qualche chilo di troppo, hai morbidi capelli biondi, limpidi occhi da nordica e un gusto terribile per le scarpe, che scegli sempre con tacchi troppo alti. Ti piacciono così, perché nutri la segreta speranza che slancino la tua piccola figura di donna formosa. A parte un’attrazione irresistibile per la buona tavola, qualche spritz di tanto in tanto e il fumo di sigarette francesi, non hai vizi particolari.
Riguardo al fumo, stai cercando inutilmente di smettere. Hai deciso di farlo nel momento in cui è divampata la tua ipocondria. È successo dopo la tragica morte di tuo marito, fragile e sensibile, eppure insieme a Giovanni ti sentivi al sicuro e non hai mai avuto paura di ammalarti sul serio. Il fatto è che allora ti preoccupavi unicamente per lui.
Ti chiami Chantal Chiusano e ci hai messo parecchio tempo prima di accettare il tuo nome. Sei nata a Ischia, e forse i tuoi genitori, gente semplice, speravano per te in un futuro da star. D’altronde come si può avere un nome da soubrette se si fa la poliziotta?
Sei la vedova di un pittore, che è stato il grande amore della tua vita, e hai ereditato da lui una modalità artistica nel condurre le indagini. Una qualità che ti permette di sfuggire alle abitudini mentali e che ti offre la possibilità di osservare il mondo ogni volta da un punto di vista diverso.
La storia di Delitti all’imbrunire si svolge a Roma, a Testaccio e nei quartieri limitrofi: Aventino, San Saba, Trastevere, Monteverde.
Oggi ti ho dato appuntamento nel luogo più amato da Ettore Ferri, l’ispettore è sempre al tuo fianco, insieme all’anatomopatologo Pozzi. Sei puntuale, anzi in genere arrivi in anticipo, e se non ti troverò, significa che non verrai.
Lascio Trastevere per Monteverde, seguendo il percorso su per la collina in direzione del Gianicolo. A piedi è una bella fatica, ma la affronto con disinvoltura, perché neppure io, romana verace come l’ispettore Ferri, posso sfuggire all’incanto di quel luogo. Le strade sono talmente in salita che ogni tanto devo fermarmi per riprendere fiato. Ne approfitto per godere del cielo luminoso e del profumo del vento che accarezza le cime degli alberi.
Hai sempre evitato di chiedermi perché ho scelto un protagonista maschile per la serie precedente. Ti avrei risposto volentieri. Ti avrei detto che avevo bisogno di sfidare me stessa: con un uomo non avrei corso il rischio di identificarmi. Sai bene quanto io rifugga dalla tentazione autobiografica. Tuttavia continuo a subire il fascino della mente maschile, di una mente che ragiona e si muove in modo diverso dal mio.
«Con te è differente», ti avrei spiegato. «Sono simultaneamente fuori e dentro di te. Anche se non ci somigliamo, comprendo ogni sussulto del tuo animo».
Tutti i miei romanzi – Delitti all’imbrunire non fa eccezione – sono ambientati in un passato prossimo. Qui siamo all’inizio degli anni Novanta. Mi interessava esprimere il punto di vista femminile in una realtà in prevalenza maschile. La mente di una donna segue percorsi curiosi e spesso questo significa avere una marcia in più. Non c’era pericolo che tu assumessi i comportamenti tipici dei tuoi colleghi, né che accentuassi gli atteggiamenti che in genere gli uomini si aspettano dalle donne.
Te ne stai seduta su una panchina, guardandoti intorno, con gli occhi fissi e trepidanti su due bambini intenti a giocare, poi ti concentri su di me. Ti limiti a un cenno con la testa per indicare che mi hai visto.
Non so bene cosa aspettarmi e preferisco tacere, sperando nella tua comprensione. In quest’ultimo romanzo ti ho dato un ruolo un po’ insolito, spingendoti ad affrontare un doppio gioco piuttosto rischioso, e ora temo la tua reazione, ma credo di non aver tenuto conto della tua incapacità di provare risentimento. Infatti, mentre mi siedo anche io sulla panchina, alzi su di me uno sguardo chiaro e sereno, il che, lo confesso, è un grosso sollievo.
«Non credevo di riuscire a convincerti a vivere in una città senza mare».
«Pensavo di non esserne capace. Dopo la morte di Giovanni ero certa di essere diventata una senza fissa dimora, ma mi hai fatto ricredere. A Roma ho trovato qualcosa di familiare. Qualcosa che mi impedisce di fuggire altrove», aggiungi, «e che mi costringerà a restare».
Le tue parole mi confortano. In questo terzo romanzo da protagonista ho evidenziato alcuni dettagli del tuo carattere, soprattutto una sensualità di cui tu stessa eri inconsapevole. Che fossi una donna forte e determinata il lettore lo aveva intuito, ma adesso sa che la forza e la determinazione derivano dalla tua capacità di lasciarti attraversare dagli eventi drammatici della vita senza farti travolgere.
«Mi togli una curiosità?», chiedi, interrompendo il silenzio.
«Cosa vuoi sapere?».
«Sei una storica dell’arte, sei cresciuta a pane e arte, hai insegnato per tanti anni nell’istruzione artistica, ambienti i tuoi romanzi in città d’arte, per non parlare dell’ultima…».
«E allora?»
«Come è possibile che tu non sia mai stata tentata di descrivere almeno un monumento, un museo, una chiesa, un palazzo famoso? Insomma in Delitti all’imbrunire siamo a Roma! L’intera vicenda ruota proprio intorno alla lotta all’ultimo sangue esplosa in ambito romano per quella che è stata definita la più grande rivoluzione che abbia investito il nostro patrimonio artistico».
«Conosci già la risposta, Chantal».
Rifletti appena un istante. «Le ferite dell’anima nascono in un interno».
Non ti ho sottovalutato. «Preferisco descrivere le case dei personaggi al posto delle bellezze artistiche», chiarisco. «Le case influenzano le scelte di coloro che ci vivono. Sono uno specchio. Proprio come te sto dalla parte delle persone normali, analizzo i loro problemi, le loro vulnerabilità, la pulsione omicida che si dissimula nella quotidianità di ferite che non si rimarginano, di conflitti impossibili da risolvere».
«A me tocca, invece, scoprire il colpevole per fare giustizia, ma non tutti i crimini possono essere sanati da una sentenza giudiziaria. Il codice penale non contempla tutto il male che esiste», sospiri.
All’imbrunire il tramonto si accende di rosso. Ci avviciniamo al belvedere sotto il quale Roma, seducente più che mai, restituisce al cielo la sua luce. Guardiamo i ruderi eterni e le cupole delle chiese gonfie come mongolfiere pronte a sollevarsi in aria, mentre il fiume, simile a un nastro di seta, cinge i fianchi della sua città.
«Il tuo ultimo romanzo poteva ambientarsi soltanto qui». Sorridi. «Ma i tuoi personaggi hanno il vezzo di tornare sulla scena del crimine».
«Forse le mie storie sono i capitoli di un unico libro».
«Il tuo restauratore, Giuliano Neri, sta solo aspettando di riprendere un discorso interrotto», suggerisci.
E prima che me ne accorga, sei già scomparsa.

(Riproduzione riservata)

© Letizia Triches

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Un brano estratto da “Delitti all’imbrunire” di Letizia Triches (Newton Compton)

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Uno

Mercoledì 10 settembre 1993

Mio marito adorava il buio e ogni notte, prima di venire a letto, faceva ripetuti tentativi di abbassare le serrande per essere sicuro che non restasse neppure una sottile fessura tra una stecca e l’altra. Lo fissavo mentre verificava la perfetta aderenza dei listelli di legno. Uno schermo totale alla luce.
Almeno da morto non rimpiangerà la mancanza dei giorni luminosi che sorridono alla terra.
L’alba si è fatta strada attraverso la tenda di lino e mi ha accarezzato il viso. Mi sono crogiolata nel dormiveglia, un sonno leggero in cui potevo percepire il rassicurante chiarore della stanza.
Le vacanze estive sono finite. Sono rientrata a Roma da una settimana per riprendere la mia routine. In vacanza non mi sento mai completamente a mio agio. Qualcosa però non sta andando per il verso giusto. Mi sento sospesa, irrequieta, confusa. Perché sono così disorientata? Capisco in un modo un po’ vago che è meglio se non mi do risposte.
Ho sempre programmato tutto con la meticolosità di un chirurgo. Ma proprio oggi mi sono ritrovata a desiderare un diversivo. Voglio provare ancora quella sensazione di eccita- zione, di sfida, di imprevisto, in cui la verità e la menzogna si mischiano tra loro.
Ho sollevato appena le palpebre per guardare che ore fossero.
Tra dieci minuti suonerà la sveglia, mi sono detta.
Ho richiuso gli occhi e ho aspettato, elencando nella mente il nome dei tre pazienti della mattina. Ho raccolto un’altra manciata di minuti per stiracchiarmi con calma. Nulla di troppo impegnativo. Se escludevo i quattro pazienti di cui mi sarei occupata nel pomeriggio, il resto della settimana sarebbe scivolato via senza intoppi.
Concentrare gli incontri più faticosi dal lunedì al mercoledì non è stato un caso, ma una scelta perfetta.
Mi sono alzata dal letto al primo squillo della sveglia, mi sono sfilata la camicia da notte e sono entrata nuda nel bagno. Prima di mettermi sotto il getto d’acqua calda della doccia, ho esaminato con occhio clinico il mio corpo allo specchio, provando la consueta, rassicurante soddisfazione, mentre con lo sguardo ho soppesato i miei seni ben distanziati e sporgenti in una moderata rotondità ancora piena, con l’areola dei capezzoli di un bel color castagna. La vita sottile, i fianchi stretti senza ombra di rotolini di grasso, le gambe lunghe e sode. Solo un filo di pancia. Devo insistere di più con gli addominali.
Ho quarantanove anni, ma sai che ne dimostro almeno dieci di meno e che sembro molto più giovane di te.
Ginnastica, dieta ferrea, eccellenti prodotti per la cura di viso e corpo mi aiutano a conservare l’indiscutibile bellezza che una natura benigna mi ha regalato.
Ho fissato con un mollettone i miei lunghi, lisci capelli biondi sulla cima della testa, ho indossato una morbida cuffia e sono entrata nel box.
Tre quarti d’ora più tardi ero seduta in salone davanti alla tavola apparecchiata. La colazione è il mio pasto preferito.
Mentre masticavo lentamente ogni boccone per apprezzare al meglio le qualità organolettiche del cibo, ho sentito le chiavi di Susy girare nella serratura. La mia collaboratrice domestica spacca il minuto. Se le dovesse capitare di arrivare in anticipo, sarebbe capace di aspettare sul pianerottolo che scocchino le nove e trenta in punto. Con ogni probabilità ha imparato a uniformarsi al rigoroso principio al quale devono adeguarsi i pazienti di una psichiatra. Mai arrivare in ritardo e mai in anticipo.
«Buongiorno, dottoressa», ha detto, allungandomi «Il Mes- saggero». Subito dopo si è dileguata, silenziosa, per rifugiarsi nello stanzino, cambiarsi d’abito e infine cominciare a dedicarsi alle faccende domestiche. Se ne andrà, come tutti i giorni, dopo il mio pranzo e dopo aver rigovernato la cucina.
Ho sfogliato il giornale con poca curiosità. Leggere le notizie sulla politica interna ed estera più che altro è un’abitudine. Mi soffermo un po’ di più su Cultura e Spettacoli, ma è la Cronaca nera a catturare tutta la mia attenzione. La maggior parte delle volte è un’operazione veloce. Se non c’è nulla di rilievo da segnalare, provo un pizzico di delusione. Tuttavia l’istinto mi diceva che avrei trovato qualcosa di interessante.
Un omicidio.
Non era una notizia frequente, ma neppure sconvolgente. Ho letto il titolo del breve articolo con un’insolita aspettativa. Per capire perché quel trafiletto di poche righe mi stesse mettendo in subbuglio, bisognava trovare il collegamento. Non è stato difficile. Un’occhiata al nome della vittima e subito il viso di Ambra mi è apparso davanti agli occhi.
Umberto Villani è stato trovato marteì mattina nel suo ufficio sul Celio. Lo avevano ucciso la sera precedente e il suo cadavere giaceva al centro della stanza, in un’ampia pozza di sangue rappreso.
Ambra Venturi, una dei miei pazienti, era stata la sua amante. Si erano lasciati soltanto da sei mesi.
Ho letto e riletto l’articolo. Ciò che contava era distinguere gli elementi fondamentali dal resto, ma il giornalista non si era dilungato nella descrizione. A trovare Villani erano stati i suoi collaboratori ed era troppo presto per formulare congetture di qualsiasi tipo.
Ho pensato di chiamare Ambra, poi mi sono resa conto che non spettava a me fare il primo passo. Anche se lo avrei voluto, non potevo telefonarle. Dovevo semplicemente attendere le 15:30, l’ora in cui sarebbe arrivata e io le avrei aperto la porta dello studio. Mi sono chiesta persino se fosse stata all’oscuro di tutto. Ambra non legge i giornali e spesso dà l’impressione che tenda a estraniarsi dagli altri e dalle cose che la investono troppo da vicino.
L’ho in cura da quasi un anno, ma a parte certi indiscutibili progressi, esiste in lei qualcosa che continua a sfuggirmi. Avverto la presenza di alcuni dettagli che non riesco a mettere a fuoco. C’è parecchio materiale da portare alla luce e ha a che fare con il dolore. Un dolore radicato talmente nel profondo di Ambra da condizionarne l’esistenza.
Ero così concentrata sulla mia paziente e sull’omicidio di Umberto Villani da non fare caso alla piccola foto in bianco e nero affiancata all’articolo. L’ho osservata meglio. Il fotografo aveva immortalato gli inquirenti che avrebbero svolto le indagini preliminari.
Poliziotti, ho pensato.
Prima di leggere il nome del commissario incaricato delle indagini, un pizzicore indefinibile alle dita delle mani mi ha confermato l’intuizione fulminea comparsa non appena i miei occhi si sono posati sulla figura femminile. Anche se la foto era leggermente sfocata ed era stata ripresa di tre quarti, ti ho riconosciuto subito. Dopo sei anni l’immagine del tuo viso è sempre nitida e indelebile dentro la mia testa.
Susy è comparsa sulla soglia. «Lo studio è a posto», ha detto.
Ho cercato di riprendermi dall’emozione in cui mi aveva gettato la scoperta. Mancava poco più di mezz’ora al primo appuntamento e avevo bisogno di recuperare il controllo.
«Grazie», ho risposto, dirigendomi verso la stanza adiacente al salone.
Sono entrata titubante, sotto lo sguardo interdetto di Susy, e mi sono chiusa la porta alle spalle. Non potevo permettere al disagio che mi formicolava in gola di prendere il sopravvento.
Da quando avevo scoperto che ti eri trasferita a Roma, sapevo che era solo questione di tempo. Le nostre strade erano destinate a incrociarsi di nuovo. Dunque, perché allarmarsi così? Ora che finalmente il momento è arrivato, ho paura.
Ci avevo già riflettuto sopra, e a lungo, mentre seguivo avidamente, nella cronaca dei giornali e dei vari tg, il delitto del quartiere Coppedè. Non ho mai nutrito alcun dubbio sulla buona riuscita delle indagini, perché in vita mia non ho mai incontrato un’altra donna come te. La tua abilità di immergerti nei numerosi rivoli della verità e delle false verità, senza correre il rischio di perderti, è impressionante.
Tu sei l’unica ad avere capito come stavano veramente le cose a Napoli.
Fu esattamente allora che compresi. Se fossi riuscita a entrare di nuovo nella tua orbita, poteva aprirsi lo spiraglio che stavo aspettando. Per me rappresenterai sempre una sfida allettante.
In quel momento, tuttavia, mi serviva la giusta distanza dalle emozioni. Ho respirato profondamente, seduta sulla poltroncina verde che a breve sarebbe stata occupata da Piera Bassi. Sono rimasta immobile fino a che la ragazza non ha bussato alla porta e io non mi sono alzata per aprirle e farla accomodare.
Piera si è passata una mano fra i ricci indomabili e scompigliati di tanti adolescenti, poi si è schiarita la voce e ha risposto alla mia prima domanda.
«Ho litigato con i miei». «Il motivo?»
«Il solito».
Aspettavo.
Mi ha guardato, mi ha valutato, e quando ha intuito che non l’avrei aiutata a proseguire, ha ripreso a parlare: «Ho un sacco di amici, però a mia madre e a mio padre non ne va bene nessuno».
«Perché secondo te?»
«Dicono che non sono dei bravi ragazzi. Ma a me piacciono».
«Da quanto tempo pensano che tu ti scelga gli amici sbagliati?»
«Dall’anno scorso». Si è fermata un istante. Ha sbuffato. «Dall’autogestione».
La maggior parte dei genitori giudica l’occupazione della scuola un fatto inconcepibile, un pretesto per non studiare, una perdita di preziosi mesi che dovrebbero essere dedicati all’apprendimento. Ma non c’è niente da fare. Accadrà anche quest’anno con la ripresa delle lezioni. Puntualmente, verso metà novembre, la marea degli studenti comincerà a mobilitarsi e a salire. Si alimenterà con riunioni improvvisate, cortei e manifestazioni, fino a proclamare l’okkupazione in Aula Magna. Il pensiero dei propri figli liberi di organizzare improbabili corsi extrascolastici, liberi di trascorrere la notte fuori casa, è insopportabile per molti genitori. Là dentro, nel tempio del sapere, trasformato in una specie di ostello. E tutto questo nell’indifferenza più completa dei docenti che, si sa, sono ben felici di non fare lezione.
Io invece vedo la cosa come un interessante rito di passaggio per i più giovani, una specie di iniziazione alla partecipazione collettiva.
D’altronde ho sempre avuto orrore della maternità, e questo mi ha preservato dagli inutili affanni che affliggono chi si ostina a mettere al mondo dei figli.
Piera è educata, è una brava studentessa, è intelligente e ha un buon livello culturale per la sua età. Per gli anziani geni- tori, gli stessi che hanno insistito tanto perché la accettassi come paziente, potrebbe essere la figlia modello. Loro però sono annientati all’idea che quella figlia unica e tanto desiderata si sia “guastata” – si sono espressi proprio così – a causa delle cattive amicizie. Non riescono a credere che il punto dolente di Piera, comune a ogni adolescente, sia la paura del- la solitudine. Piera ha scelto di uniformarsi al branco, perché la terrorizza l’idea che i suoi coetanei la evitino o, peggio, la mettano in ridicolo.
A guardarla con attenzione, un occhio esperto capirebbe che i suoi lunghi ricci screziati di viola, il collare con le borchie, il piercing sul naso, l’orecchino che si apre come un oblò sul lobo sinistro, le unghie corte e laccate di nero e un abbigliamento in linea con il resto, sono solo il tentativo quasi commovente di un’adolescente che ha deciso di mascherarsi per nascondere a tutti la propria insicurezza.
Per i suoi, invece, sono la dimostrazione evidente di quanto la figlia abbia bisogno di sottoporsi a una terapia.
Io e Piera abbiamo un buon rapporto, un dialogo schietto e diretto, perciò sono più che sicura che non ci vorrà molto perché si renda conto dell’inutilità di adottare uno stile che non è il suo. Si fida di me e questo è il primo passo che le permetterà poco alla volta di scoprire la sua vera identità. In fondo è una ragazzina fortunata. A lei non toccherà scoprirlo quando ormai è troppo tardi.
Gli appuntamenti successivi sono andati avanti secondo
la tabella di marcia stabilita. Nessuno dei miei pazienti ha percepito il mio distacco dai loro problemi. So essere molto abile. So ascoltare, rispondere a tono, fare le giuste domande e insieme so spostarmi con la mente verso altre direzioni, estranee al contesto in cui mi trovo.
Mi domandavo se saresti riuscita a ribaltare definitivamente la routine perfetta della mia esistenza come speravo. Niente a che vedere con lo stravolgimento temporaneo, avvenuto per colpa del mio matrimonio con Michele. A Napoli si è trattato di una parentesi. Inebriante, infernale, vissuta all’apice del- le mie forze, ma proprio per questo destinata a finire. Una parentesi che, come sai bene, si è conclusa con l’omicidio di mio marito.
Eccomi qui, dunque, bravissima a gestire i miei pazienti senza che nessuno si accorga di nulla.
Per il pranzo ho chiesto a Susy di prepararmi una semplice insalata. L’ho consumata in fretta e sono tornata nello studio. Ho proceduto con estrema precisione. Lo sguardo scorre- va veloce sui ripiani della libreria. Ho individuato subito il faldone già messo in evidenza, l’ho sfilato dagli altri e l’ho appoggiato sulla scrivania. Mi sono seduta, l’ho aperto e ho estratto qua e là i fogli che mi interessavano. Alla fine ne ho contati una decina. Li ho sistemati in ordine cronologico, ma solo dopo avere infilato nella cartella un adesivo colorato per individuare il punto esatto dove avrei dovuto reinserire i fo- gli. Quindi ho preso da un cassetto una cartellina vuota, una penna nuova e una risma di carta, che ho posizionato accanto agli appunti.
Un’occhiata all’orologio. Mancavano solo dieci minuti alle 15:30. All’ora di Ambra.
Ero pronta.

(Riproduzione riservata)

© Newton Compton

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undefinedLa scheda del libro: “Delitti all’imbrunire” di Letizia Triches (Newton Compton)

Le indagini del commissario Chiusano

Roma, agosto 1993. Umberto Villani, proprietario di una società di servizi turistici destinati a una clientela abbiente, viene trovato morto, immerso in una pozza di sangue, nel suo ufficio con vista sul Colosseo. Gli hanno reciso l’arteria femorale con un unico colpo mortale sferrato, a quanto sembra, con una lama affilatissima. Il commissario Chantal Chiusano, intenzionata a trovare al più presto il colpevole, si dovrà confrontare con il complesso mondo del turismo romano: un ambiente di lotte sotterranee per aggiudicarsi gli appalti, di ambizioni sfrenate e di professionisti senza scrupoli. Sono in molti ad avere un movente per l’assassinio di Villani, che con le sue mosse spregiudicate, tanto nella vita privata quanto in affari, pare essersi fatto ben più di un nemico. Da Ambra Venturi, una delle sue ex amanti, scomparsa da alcuni giorni, a Esther, la moglie ripetutamente tradita. Da Teresa Manni, la sua socia in affari, ad Alfredo e Luca Pardini, i suoi avversari più temibili. Per non parlare di coloro che si considerano truffati dai traffici poco chiari della vittima. Molte piste da seguire e poco tempo a disposizione: un caso che potrebbe mettere a dura prova l’intuito del commissario Chiusano.

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