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EDIPO RE di Robert Carsen

luglio 18, 2022

Edipo Re È un Edipo Re di alto livello quello portato in scena al teatro greco di Siracusa dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico.

Il regista canadese Robert Carsen legge sapientemente il testo di Sofocle, consegnando al pubblico uno spettacolo emozionante e di grande rigore

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di Lorenzo Calafiore

Il coro, numerosissimo, entra in scena lentamente, alla spicciolata, muovendo passi solenni sul terreno polveroso e fumante della città contaminata. Ogni coreuta reca tra le braccia un cadavere, una semplice veste nera afflosciata, anonima. Le vittime della pestilenza e della carestia che si sono abbattute su Tebe vengono ammucchiate al centro del palco; la morte, di cui sembra quasi di sentire il lezzo, domina la scena iniziale e gli attori indossano una mascherina, ad istituire un richiamo evidente all’attualità.
È un Edipo Re di alto livello quello portato in scena al teatro greco di Siracusa dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico. Il regista canadese Robert Carsen legge sapientemente il testo di Sofocle, consegnando al pubblico uno spettacolo emozionante e di grande rigore. Essenziale ma monumentale è la scenografia, costituita da un grande scalone monocromo, sineddoche minimalista del palazzo reale di Tebe ed efficace elemento di transizione con lo spazio extrascenico.
I costumi – in cui domina il colore nero (di contro alla scalinata bianca) e la mise formale e moderna – restituiscono simbolicamente il mondo raffinato della corte con i toni dell’eleganza contemporanea. Se si eccettuano il rosso del sangue della scena finale e i costumi di alcuni personaggi secondari, l’allestimento è essenzialmente bicromico (bianco e nero).
Giuseppe Sartori, un magnifico Edipo, con una recitazione potente e coraggiosa dà consistenza alla lettura della tragedia qui seguita: l’enfasi è posta sulla degradazione del figlio di Laio, che da re della città, brillante solutore dell’enigma della sfinge, cade nell’abiezione senza speranza della contaminazione e dell’esilio. Così, il punto più basso di questa parabola, verso la fine della rappresentazione, è visualizzato sulla scena dall’ardita scelta di un nudo integrale, immagine perturbante di un uomo ridotto al solo corpo, profanato e martoriato dalla violenza dell’autoaccecamento; Edipo, l’uomo più potente della città, appare al pubblico senza vestiti sulla sommità della scala, incapace persino di tenersi in piedi; la lenta, sofferta discesa è metafora trasparente della rovina di un re che si scopre l’individuo più infelice della terra, il più odiato dagli dei, ora desideroso soltanto di lasciare la sua terra.
Tra gli altri personaggi, Creonte (Paolo Mazzarelli) – elegante dignitario di corte incaricato di delicate missioni diplomatiche e del disbrigo degli affari di governo – rappresenta, in antitesi ad Edipo, la continuità rassicurante del potere regio. Maddalena Crippa è una Giocasta dall’eloquio cantilenante, piena disprezzo per gli oracoli e i vaticini, che coltiva fino all’ultimo una cieca speranza lievemente venata di frivolezza. Del rapporto tra Edipo e Giocasta si evidenzia particolarmente la caratterizzazione erotica, con la ricerca di una fisicità che il pubblico sa aberrante e che contribuisce alla costruzione dell’attesa per lo scioglimento finale. Tiresia (Graziano Piazza), caratterizzato come un anziano profeta dall’aria assorta, parla con una dizione lenta e stanca, in cui ogni frase è circonfusa di gravità. L’accesso mantico che ne chiude l’intervento sulla scena, con la rivelazione dei terribili mali del re in uno stato di trance, è un pezzo di bravura. Il primo messaggero (Massimo Cimaglia), trasandato e scanzonato (in opposizione ai membri della corte), porta sulla scena toni ironici e leggeri, che riescono in più di un’occasione a strappare un sorriso al pubblico nel mezzo della vicenda tragica.
Si è già detto qualcosa del coro, che riproduce, con grande efficacia scenica e sapiente lettura registica, le prerogative del coro antico. Battute recitate dai singoli coreuti (oltre che dal corifeo) si alternano a interventi di gruppo; in quest’ultimo caso, e soprattutto nelle invocazioni alle divinità, il teatro risuona poderosamente dei nomi degli antichi dei, veicolando allo spettatore un senso di arcana spiritualità.
La traduzione del testo originale è stata realizzata dal grecista Francesco Morosi e si presenta agile e scorrevole, ma non priva di termini elevati; il traduttore, con rigore filologico, indulge all’uso di lessemi specifici (pertinenti alla cultura o alla religione greca) non necessariamente noti al pubblico, che conferiscono una patina antica e una veste colta al copione di questa messa in scena.
Insomma, uno spettacolo rigoroso ma insieme aperto all’interpretazione, con soluzioni drammaturgiche di impatto e di grande eleganza. Le performance superlative dei singoli attori non inficiano la generale impressione di coralità che richiama l’antico e ne dimostra l’intima comprensione. Una forte emozione coinvolge lo spettatore moderno, che si trova ancora – duemilacinquecento anni dopo la prima messa in scena dell’Edipo Re – a commiserare il figlio di Laio, risucchiato nel gorgo della sventura, vittima inconsapevole della progressiva, tremenda scoperta di se stesso.

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