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MUNUZZAGGHI E RATTEDDI di Maria Lucia Riccioli

luglio 31, 2022

Munuzzagghi e ratteddi. Poesie sparse in vernacolo siciliano. Con testo a fronte. Ediz. bilingue - Maria Lucia Riccioli - copertina“Munuzzagghi e ratteddi. Poesie sparse in vernacolo siciliano” di Maria Lucia Riccioli (Algra)

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Se nasci ’nta la menti e dintra o’ cori / ’a puisia diventa biddizza eterna: / né tempu né morti chiù la guverna.

di Simona Lo Iacono

Cosa sia la poesia è difficile dirlo, perché essa non affonda la sua bellezza solo nelle parole ma nel mistero. E’ un modo di posare lo sguardo sulla vita, di trasfigurarla, di renderla cruda, vera, eterna.
Dunque, la poesia è una strada di accesso al segreto animo delle cose, alla loro capacità (tutta al rovescio) di dire ciò che non viene detto, e di rendere visibile ciò che è in ombra.
Non si tratta di comunicazione, ma di rivelazione.
E’ poeta colui che con le parole sa scavarsi questo andito, questo ingresso doloroso e parco, temibile più della realtà.
Così è per la poesia di Maria Lucia Riccioli che, con la sua ultima silloge in vernacolo – edita da Algra editore – “Munuzzagghi e ratteddi” (ossia cose mescolate, ripescate, scartate), riesce a consegnare al lettore un canto colmo di assonanze, di accessi dimenticati al trascendente, di commoventi colloqui con l’invisibile.
E tutto ciò viene fatto attraverso l’uso sapientissimo del dialetto, una lingua che rievoca abitudini antiche con la musica, con l’identità perduta, con la memoria. Una lingua che inventa e commemora, che illanguidisce e diverte, che sa eternare l’esperienza umana, conferendole il senso di una storia esemplare, pensierosa, significativa.
Come quando disserta sull’amore mettendone in evidenza le risalite, le stimmate, le mancanze:

“Amuri è ’n ventu ca scunsenti ’u cori
quannu è leggeru ti fa ricialari
quannu è agitatu ti senti ca mori
ma se nun ciuscia nun si pò campari.
È ’n ventu ca t’ampurugghia ’i pinzeri
e dopu nun si’ cchiù ’u stissu ’i raieri”

O come quando si addentra nello spaesamento di chi lascia, e si fa emigrante, straniero, perennemente inadatto a vivere la distanza:

 “’Na valliggia ’i cattuni e ’na spiranza…
Pattemmu e suffremu p’ ’a luntananza!
Lingua divessa, paisi stranieru,
pàssunu l’anni e nun ni pari veru!
Quantu sangu e quantu peni amari
n’ha custatu irannìnni a travagghiari
a’ ’Merica, in Australia, a tutt’ ’i banni!
Chistu propria è ’u duluri cchiù granni:
lassari ’a propria patria pi campari,
e mòriri c’ ’a pena pi tunnari” .

Ma il dialetto per Maria Lucia è anche “fabula”, si presta alle musicali e stupefatte concordanze della rima, ricostruisce le storie non per dovere di cronaca ma per il gusto di trarre da esse una sapienza trascendente, un monito morale, un impellente richiesta di umanità e di sobrietà.
Come nella poesia in cui un malato chiede a un amico che sta per partire per la Terra Santa un pezzo della Croce di Cristo, e l’amico, non trovandolo, gli porta in dono un frammento di una barca abbandonata (che però, miracolosamente, guarisce il moribondo dalla sua malattia).
Qui il salto è vertiginoso, dal segno (un frammento di legno), all’affidamento, dal tangibile all’imperscrutabile, dalla terra al cielo.
Ci sono, poi, le versioni in dialetto di poesie come “L’infinito” di Giacomo Leopardi e come “Tanto gentile e tanto onesta pare” di Dante Alighieri, che sembrano vivere di luce propria e riformularsi con leggerezza e felicità.
E, infine, non mancano le riflessioni in tema di pandemia, le divertite incursioni politiche (“Destra e sinistra”), la tenerezza dell’Avvento e la riflessione sul Natale (“Ma che Natale?”) dove  la venuta di Dio sconfina oltre i tempi impietosi che viviamo, e continua ostinatamente a riproporsi nei defilati, nei piccoli, nei perduti.
Maria Lucia sa giocare con i neologismi, con gli incastri perfetti di suoni e lampi, la sua poesia ha una dimensione ludica ma al tempo stesso fa riflettere, ci fa toccare il cuore vivo della esperienza umana. Un covo di spine e fiori intrecciati, dove la spina trafigge e il fiore risana, senza che l’una e l’altra siano districabili.
Maria Lucia ne canta infatti la convivenza (di spine e fiori) con dolore, ma anche con amore.
Per definire i suoi versi non è possibile leggere solo le parole, bisogna pronunciarle, arrotolarle tra i denti, ritmarle come sopra un carretto dalle ruote cigolanti e malmesse, che s’inarca sulle buche e restituisce la consapevolezza che la vita non è solo viaggio, ma  pellegrinaggio.
D’altra parte, come dice lei:

Puisia è focu, è faidda,
aria di mari, luci di stidda
Puisia è petra
Quannu scava cu li paroli
stizzi di lu cori
Chiana ’n celu e scinni finu ’n funnu
pi truvari ’u sensu di lu munnu.

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«… un registro poetico che spazia agevolmente tra squarci di lirismo sostenuto e tono giocoso che sconfina a volte nella sentenziosità e nell’ironia… sostenuto sottilmente ma fermamente dal filo incoercibile della luce». (Dalla Prefazione di Sebastiano Burgaretta)
Con testo a fronte.

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maria-lucia-riccioliMaria Lucia Riccioli, nata nella città di Archimede, Santa Lucia ed Elio Vittorini, legge, insegna (e cerca di imparare, sempre), canta da quando ha memoria (ultimamente, nel coro polifonico europeo “Giuseppe De Cicco”), scrive di cultura per “La Civetta di Minerva”. È stata semifinalista al II Campionato nazionale della lingua italiana condotto da Luciano Rispoli (TMC). Vincitrice di concorsi, tra cui quello per le migliori recensioni dei romanzi di Agatha Christie de “Il Corriere della sera”, Roma Noir, le sfide letterarie di Porsche Italia e di Rai Radio 1, con il suo racconto Dossier Pinocchio, vincitore di “Carabinieri in giallo 4”, ha aperto l’omonima antologia edita ne I Gialli Mondadori, serie oro. Ha pubblicato il romanzo storico Ferita all’ala un’allodola (Premio “Portopalo – Più a Sud di Tunisi”, finalista al Kaos Festival, segnalato al Premio “Alessio Di Giovanni”), la raccolta di cunti siciliani Quannu ’u Signuri passava p’ ’o munnu (Algra Editore) e i libri per bambini La bananottera e Chi ha rubato la mia mamma? (VerbaVolant edizioni).

 

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