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IL GIALLO DEL NANO DELLA STAZIONE di Massimo Lugli (Newotn Compton): incontro con l’autore

agosto 2, 2022

Il giallo del nano della stazione - Massimo Lugli - copertina“Il giallo del nano della stazione” di Massimo Lugli (Newton Compton): incontro con l’autore e un brano estratto dal romanzo

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Massimo Lugli si è occupato di cronaca nera come inviato speciale per «la Repubblica» per 40 anni. La Newton Compton ha pubblicato, tra gli altri, La legge di Lupo solitario, L’Istinto del Lupo (finalista al Premio Strega), Nelmondodimezzo. Il romanzo di Mafia capitale, la trilogia Stazione omicidi, Il giallo PasoliniL’ultimo guerriero e Il giallo del nano della stazione. Insieme ad Antonio Del Greco ha scritto Città a mano armata, Il Canaro della Magliana, Quelli cattivi, Il giallo di via Poma, Inferno Capitale e Il baby killer della Banda della Magliana; insieme ad Andrea Frediani, Lo chiamavano Gladiatore.

Il nuovo romanzo di Massimo Lugli si intitola Il giallo del nano della stazione (anche questo edito da Newton Compton).

Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…

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«Un piccolo uomo bramoso di sesso, affamato d’amore. Un vischioso ménage a tre che è fin troppo facile definire torbido. Un giovane giornalista che affronta un cambiamento radicale nella sua professione. Una storia drammatica destinata, fin dall’inizio, a un epilogo tragico.
«Gli ingredienti sono questi, un cocktail da agitare, shakerare e trasformare in una storia», ha raccontato Massimo Lugli a Letteratitudine. «Quella di Daniele Mastrostefano, alias Domenico Semeraro, il Nano della stazione Termini, assassinato nel 1990 dal suo giovane amante, Armando Lovaglio che, nel mio romanzo, ho ribattezzato Alessio Loi. Quello di cambiare i nomi dei protagonisti è un escamotage a cui ricorro ogni volta che decido di scrivere un romanzo basato su una vicenda di nera, per rimarcare quel confine tra realtà e fantasia senza il quale i miei libri sarebbero saggi o inchieste di cronaca. In questo caso particolare anche il colpo di scena finale, la mezza pagina in chiusura che cambia tutto, è una licenza d’autore che mi sono concesso.
L’appuntamento con la tragedia del Nano di Termini, per me, era segnato dal 1981, nove anni prima della sua morte, molto prima che tentassi di esordire in letteratura. Non capita spesso, né a un cronista né a un romanziere, di conoscere di persona la vittima di un delitto, a meno che, naturalmente, non si tratti di un personaggio famoso.
Domenico Semeraro non lo era. Era un nano armonico, una figuretta alta 1 metro e 30 centimetri, perfettamente proporzionato e vestito con ricercata eleganza, che spuntò all’improvviso nella redazione di “Paese sera”, dove lavoravo all’epoca. Precisetto, puntiglioso, suscettibile, non era il massimo della simpatia. Sedette alla mia scrivania, accese una sigaretta (il divieto di fumo non era ancora entrato in redazione) e prese a spiegarmi perché chiedeva di pubblicare un pezzo su di lui: cercava una compagna, una donna che avesse il suo stesso difetto fisico con cui tentare una storia d’amore o una convivenza. Parlò, in tono professorale e un po’ pedante, del diritto degli handicappati (allora tutti li chiamavo così) all’affettività e al sesso, insistette sulla difficoltà di allacciare relazioni o contatti per una persona nelle sue condizioni (internet non era ancora di uso comune e i social non esistevano), spiegò che c’era voluto coraggio per esporsi in quel modo… Alla fine mi convinse e io convinsi il mio caporedattore.
L’articolo uscì ma se mi aspettavo un ringraziamento rimasi deluso. Il giorno stesso, il nano mi chiamò per bacchettarmi di brutto: non avevo calcato abbastanza sulla sua particolare forma di nanismo. «Mi stanno scrivendo dei mostri macrocefali con le gambe corte, io cerco una nana armonica come me, deve rettificare», protestò indignato. Stizzito e offeso, gli dissi di scrivere una rettifica, se lo riteneva giusto e lo salutai. Non la scrisse mai.
Nove anni dopo fu assassinato. Il cadavere di Domenico Semeraro, strangolato con il foulard di Balenciaga che portava al collo, fu ritrovato in una discarica di Corcolle il 26 aprile 1990. Gli assassini vennero arrestati poche ore dopo e confessarono immediatamente: Armando Lovaglio, 19 anni, un ragazzo di un’incredibile bellezza efebica, legato al nano da un complesso rapporto di sesso, droga, affetto e mutua assistenza e Michela Palazzini, 21 anni, la ragazza da cui Armando aspettava una figlia, l’elemento estraneo che aveva distrutto l’armonia tra i due. Nel romanzo, si chiama Manuela Casoni, ed è l’unica ancora viva dei tre.
Il processo fu una sorta di fiera dell’orrore che, come usava allora, seguii tutto, puntata per puntata, udienza dopo udienza, anche nei giorni “morti” che non promettevano un pezzo da scrivere. Una sfilata di testimoni improbabili o commoventi, il padre di Michela, un attore mesto e desolato, i marchettari che il nano reclutava alla stazione e che raccontavano storie strampalate di omicidi nascosti e corpi sciolti nell’acido, gli insegnanti di Armando, addolorati fino alle lacrime. Nessuno parlò bene di Domenico Semeraro, ex professore di applicazioni tecniche e tassidermista, nessuno tentò di riabilitarne in qualche modo la memoria. L’epilogo era abbastanza scontato: Armando fu condannato a 16 anni di carcere, Michela se la cavò con un anno per occultamento di cadavere e successivamente assolta con formula piena. Requiescat per il Nano. Armando uscì di galera, iniziò a lavorare come istruttore di Arti Marziali Miste e morì a 49 anni. Michela e la bambina sono scomparse.
Qualche anno dopo, nel 2002, uscì un bel film, “L’imbalsamatore” in cui Matteo Garrone si prendeva diverse libertà sulla vicenda di cronaca. Ed è la stessa operazione che, nel mio piccolo, ho fatto anche io mettendo il mio alter ego letterario Marco Corvino alla ricerca di una verità che ho reso molto più difficile da ricostruire. Marco, l’ex cronista di “Paese sera” approdato da poco a “Repubblica”, è alle prese con una svolta epocale del mestiere di giornalista: l’arrivo dei computer in redazione. Per i colleghi che, come me, l’hanno vissuto in prima persona il passaggio dalle “Olivetti” al vecchio sistema editoriale “Atex” è stato una rivoluzione. Come se non bastasse, Corvino deve affrontare una redazione in cui si sente estraneo, un caporedattore ostile al limite del sadismo, una concezione completamente diversa dei rapporti gerarchici e una sconvolgente storia d’amore con una funzionaria di polizia. Ah, dimenticavo… e la comparsa di un altro amore cui resterà fedele per tutta la vita: le arti marziali cinesi, prima il Wing Tsun e poi il Tai ki kung che pratico ancora, tutti i giorni, da solo o con altri praticanti. Corvino? C’est moi. Scusi, monsieur Flaubert, non sono riuscito a trattenermi.
Insomma, la trama è questa. Ce n’è abbastanza per un libro? A mio parere sì, visto che l’ho scritto. Come capita spesso è stato un po’ fare un salto nel passato e alle volte ho avuto l’impressione di cimentarmi con un romanzo storico, tanto sono cambiati i tempi in 40 anni. Ho sempre sostenuto che per scrivere un romanzo occorrono due cose: avere una storia e saperla raccontare. La storia ce l’avevo, se ho saputo raccontarla possono giudicarlo solo i lettori».

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Un brano estratto da “Il giallo del nano della stazione” di Massimo Lugli (Newton Compton)

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Capitolo 1

Roma, redazione di «Paese Sera», gennaio 1981

«Arancia meccanica?»
«No, 2001 Odissea nello spazio… Mi chiamo Corvino, COR-VI-NO. Marco per gli amici, per te solo Corvino».
«Be’, Arancia, sta salendo il professor Mastrostefano, dice che aveva un appuntamento con te».
«Cheppalle, me n’ero dimenticato… Senti, sto incasinato blu, non è che lo puoi stoppare? Digli che mi hanno spedito da qualche parte per servizio, che mi sono sentito male e sono andato a casa, in ospedale, una cazzata qualsiasi».
«Troppo tardi, è in ascensore, dovevi avvisarmi prima».
«Grazie tante, eh».
«Prego, Arancia Meccanica, non c’è di che».
Sospirai e misi giù. Niente da fare. Ogni tentativo di ragionare con gli usceri del giornale era un fallimento in partenza. Semplicemente, facevano quello che volevano. Collaborazione zero. E quel maledetto soprannome che m’avevano appioppato fin dai primi giorni da volontario e che, dopo tanti anni, m’era rimasto incollato…
Chissà come funzionava al «Messaggero» o al «Corsera»?
Di sicuro non così, magari gli amministrativi davano perfino del lei ai giornalisti…
«Buongiorno dottor Corvino, permette?».
La vocetta che proveniva dall’ingresso dello stanzone della cronaca di Roma, la redazione più numerosa del giornale, mi riscosse dalle mie amare considerazioni. La figura minuscola sulla porta, in educata attesa del permesso di entrare, mi fece sgranare gli occhi come due uova al tegamino.
Lì per lì pensai che fosse un bambino.
Un metro e trenta, quaranta al massimo. Perfetta- mente proporzionato. Niente a che vedere con tutti i nani che avevo visto in vita mia, quelli col testone, il tronco sproporzionato e le gambe corte. Questo sembrava un adulto normale ma rimpicciolito, come se fosse stato passato in quello strumento per ridurre le persone a dimensioni infinitesimali. Dove l’avevo letta, questa? Ah già, su Paperino…
«Prego, venga, s’accomodi…». Marco il Formale.
Ricevere i lettori con garbo, ascoltarli anche quando straparlano, cazzeggiano, ti fanno perdere tempo, farli sentire a casa loro… La prima lezione che m’avevano impartito quando, stravolto dall’emozione e dalla felicità, ero entrato per la prima volta nella redazione che sognavo fin dall’adolescenza. «I lettori sono i veri editori di questo giornale, sono loro che ci pagano lo stipendio, non i colossi editoriali». Amen.
Sedette composto, accavallando le gambe, sorriso di circostanza. Elegante, giacca di tweed con le toppe di fustagno ai gomiti, very english style, pantaloni di flanella, camicia celeste con un vezzoso foulard a pallini blu da playboy anni ’70, occhiali da sole sfumati, capelli lunghetti con un orrendo riporto sulla calvizie. Mi domandai dove comprava i vestiti. Probabilmente glieli facevano su misura.
«Permette? Il mio biglietto da visita».
Lo presi. Sembrava più grande di lui, un cartoncino spesso con una sfilza di titoli in rilievo che neanche il vicepresidente degli Stati Uniti: professor, dottor Daniele Mastrostefano, tassidermista, insegnante di applicazioni tecniche, esperto di occultismo e psicoesoterismo, collaboratore alla regia per cinema e televisione… Sul mio ci sarebbe stato scritto «Marco Corvino, giornalista», se solo l’avessi mai avuto in vita mia, un biglietto da visita.
Inalberai il mio miglior sorriso di ammirazione-deferenza-interesse.
«Purtroppo ho appena finito i biglietti, ma tanto il mio numero ce l’ha, professore, dunque eccoci qui… Al telefono mi ha detto che voleva parlarmi di una questione importante, dica pure».
Presi un blocchetto di fogli e una biro, come un bravo cronista. Tony Addio, dall’altra parte della stanza, fece un gesto inequivocabile col pollice e l’indice, poi col taglio della mano sul gomito a indicare un uccello da somaro, nel solito tentativo di distrarmi o farmi ridere. Lo mandai mentalmente affanculo.
Il giornale si batteva per i diritti degli handicappati. Il giornale sosteneva ciechi, nani, carrozzinati, sordi, zoppi, monchi… Scusate, non vedenti, non udenti, non deambulanti, eccetera. Amen. La definizione diversamente abili non era stata ancora inventata ma il concetto era chiarissimo: no ai pregiudizi.
«Posso fumare?»
«Ma certo».
Tirò fuori un portasigarette d’argento, un oggetto assurdo ma perfettamente in tono col personaggio, estrasse una sigaretta bianca e ovale, l’accese e me ne offrì una. Rifiutai e presi una delle mie MS dal pacchetto morbido tutto stropicciato che portavo in tasca. Prima che trovassi l’accendino nascosto chissà dove, mi porse il suo.
D’oro, ovviamente. O magari placcato.
«Dunque, professore, qual è la cosa così importante che non poteva dirmi al telefono?»

Importantissima… fondamentale, direi».
«La ascolto».
«Sto cercando una compagna. Una donna con cui vivere».
La mia espressione lo convinse a spiegarsi.
«Lo so, dottor Corvino, lei non lavora in un’agenzia matrimoniale, ma se mi ascolta per qualche minuto sono certo converrà che la mia situazione merita di essere resa pubblica. Come può vedere, sono affetto da una forma molto rara di nanismo armonico. Questo, paradossalmente, rende le cose ancora più difficili perché..».
Andò avanti per un’ora e mezzo, ignorando platealmente tutti i miei segnali d’impazienza: occhiate all’orologio, sguardo al cielo, perfino un tamburellare con le dita sulla scrivania e una serie di «Be’, allora se…», «Ho capito professore, quindi…», «Adesso veramente io…».
Niente da fare: bla bla bla. Imperterrito.
Nel momento in cui sembrò distrarsi un attimo, intercettai lo sguardo ironico di Tony Addio e gli rivolsi velocemente il segnale di sos: chiamami e fai finta di essere il direttore che mi convoca urgentemente. L’avevamo concordato insieme proprio per liberarci dei visitatori troppo molesti. Lo vide benissimo, ma si limitò a un ghigno da lucertola velenosa e si guardò bene dal prendere il dannatissimo telefono. Giuda.
Alla fine il dottor professor si risolse a levare le tende, salutò urbanamente, s’informò su quando sarebbe uscito il pezzo («Non so, scusi, devo parlarne col caporedattore… No, non mi telefoni, per favore, quando uscirà lo troverà sul giornale, grazie»), s’infilò l’impermeabile (probabilmente un Burberry per bambini) e se ne andò sussiegoso, coi suoi passetti affrettati.

«Che voleva il tappo?».
Il politically correct, almeno nelle conversazioni tra colleghi, non era stato ancora inventato. E comunque Tony Addio se ne sarebbe fregato alla grande. Comunista duro e puro, sardo, impregnato di moralismo rivoluzionario, aveva rifiutato il servizio su una manifestazione del Fuori! con cinque, lapidarie, parole: «Coi ffrocci non ci vvaddo».
«Allora, che andava cercando in redazione, quello sgorbio?», insistette.
«Voleva una donna. Ah, grazie per avermi aiutato, eh».
«Era troppo divertente guardare come smaniavi… Ma che ti ha preso, per un ruffiano?»
«Be’, è un rompicoglioni da record, ma… insomma rivendica il diritto all’affettività e alla sessualità. Cerca una compagna che abbia il suo stesso handicap e mi ha raccontato tutta una serie di soprusi, angherie e discriminazioni che ha subito fin dall’infanzia. Pensa, a Ostuni, dove è nato, si era fidanzato con una ragazza alta 1 metro e 75, ma i genitori l’hanno convinta a mollarlo e perfino a denunciarlo per violenza sessuale».
«Questo lo dice il nanerottolo…».
«Be’, sì, ma insomma, mi sembra che potrebbe venirne fuori una storia. Che ne pensi, tu? Può funzionare?»
Nani e ballerine… Boh, senti Cecchini, ma se vuoi il mio parere sono tutte stronzate».
Nando Cecchini, il corrusco caporedattore soprannominato “Stringi” perché non lasciava mai parlare un cronista più di cinque minuti, superò sé stesso. Ascoltò una decina di parole con la solita aria esasperata e mi interruppe prima ancora che entrassi nel vivo della storia.
«Ottanta righe. Scrivi». Scrissi.

La telefonata arrivò dieci giorni dopo, alle sette del mattino. Ero in redazione da un’ora, al lavoro per l’edizione del pomeriggio. Avevo appena letto i giornali e completato il giro di nera: la serie di telefonate antelucane alle sale operative di questura, carabinieri, vigili urbani, vigili del fuoco, funzionario di turno alla mobile, ufficiale di servizio al Nucleo investigativo dell’Arma alla ricerca di notizie della notte. Due rapine, una rissa, un incendio doloso, una molotov scagliata davanti a una sezione del pci (allarme rosso, Vyačeslav Molotov era un rivoluzionario bolscevico e un ministro dell’urss, definizione vietata: bottiglia incendiaria). Calma piatta.
«Corvino, è lei?». E il “dottor” dov’era finito?
«Sì, e lei è?»
«Il professor Mastrostefano», calcò sul titolo.
«Ah, professore, salve… La aspettavo. Le è piaciuto il pezzo? Ha avuto riscontri?»
«Riscontri? Sta scherzando? Deve fare una rettifica, subito».
«Ma… che…?»
«Lei ha sbagliato tutto. Le avevo spiegato con estrema chiarezza che cercavo una donna affetta da nanismo armonico come me. Lei ha omesso questo particolare fondamentale e sa cosa sta succedendo? Mi chiamano dei mostri: sindromi di Morquio, di Turner, di Seckel, gargollismo. Fenomeni da baraccone, roba da Cottolengo. Gente che dovrebbe essere rinchiusa. Lei deve scrivere un altro articolo e spiegare che…».
Non avevo mai perso le staffe con un lettore. Quella volta non riuscii a trattenermi.
«Io non devo fare niente, gli ordini li prendo dal caporedattore», barrii inferocito come un facocero. «E lei, che ha un difetto congenito e sa cosa vuol dire essere discriminato, dovrebbe mostrare più rispetto verso le persone handicappate».
«Io non ho niente a che vedere con quegli scherzi della natura».
«Lei dovrebbe vergognarsi».
«Vero. Mi vergogno di essermi affidato a un giornalista così impreparato, incapace, insensibile e poco professionale. A non più risentirci».
Mi sbatté il telefono in faccia. Restai basito e incavolato per l’intera mattinata.

(Riproduzione riservata)

© Newton Compton

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La scheda del libro: “Il giallo del nano della stazione” di Massimo Lugli (Newton Compton)

Il giallo del nano della stazione - Massimo Lugli - copertinaIspirato alla vera storia dell’Imbalsamatore

Roma, 1990. Il cadavere carbonizzato di un bambino viene ritrovato in una discarica. Marco Corvino, cronista di nera di «Repubblica», comincia a seguire il caso, che ben presto si rivela più intricato di quanto sembri. A un certo punto, anche l’età della vittima viene messa in dubbio: e se non fosse affatto un bambino?
1986. Tutti conoscono Daniele Mastrostefano, detto Lele. Un metro e trenta di statura, ricco proprietario di un laboratorio di tassidermia e sedicente produttore cinematografico, bazzica spesso i dintorni della stazione Termini, ritrovo di spaccio e prostituzione. Un uomo volubile e senza legami, almeno finché non incontra il giovane Alessio, suo aspirante assistente. Tra i due si crea un torbido rapporto fatto di sesso e droga, una relazione che assume via via contorni sempre più oscuri…
Ispirandosi alla vera storia di Domenico Semeraro, Massimo Lugli costruisce un giallo crudo e realistico che si muove costantemente tra passato e presente, avvolgendo il lettore nelle spire di una storia dalle tinte forti e sconvolgenti.

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